mappasito-scritta-bianca
foto4

Scrivi al Sito

Il sito è aggiornato a:

domenica 16 giugno 2019

ALSlogograndeORIG-2018

RICORDANDO TIGRINNA
https://www.luciani.in
 - realizzato da Antonio Luciani - 63100 Ascoli Piceno (Italia) - Via Bellini 11 - tel. 0736 251092 - e-mail: info@luciani.in - © ALSoft 2012-2019

RICORDANDO TIGRINNA
https://www.luciani.in
 - realizzato da Antonio Luciani - 63100 Ascoli Piceno (Italia) - Via Bellini 11 - tel. 0736 251092 - e-mail: info@luciani.in - © ALSoft 2012-2019


https://www.luciani.in - realizzato da Antonio Luciani - 63100 Ascoli Piceno (Italia) - Via Bellini 11 - tel. 0736 251092 - e-mail: info@luciani.in - © ALSoft 2012-2019

Ricord-Tigr-fondo-lilla

...e la nostalgia delle voci nel deserto lontano

Un'altra pagina per... Aurora Mammone

Sottomenù:

La pagina della poesia di... Aurora Mammone

Vai a fine pagina

Presentaz
auro-2

Mi chiamo Aurora Mammone , sono del ' 48, abito ad Ardea (RM) dal 1974 ed è in quest'altra Africa che ho deciso dopo la cacciata di mettere le mie radici. Ho due figli e sono in pensione dalla Telecom dal 2001. Ho parecchie notizie da darti circa Tigrinna e Garian; mio nonno materno Romanello Luigi ha abitato a Tigrinna in una casa colonica  su concessione dell'ATI di 6.63 ettari  con 47 alberi di ulivo. Era il 22 ottobre del 1934, la sua famiglia numerosa con 6 figli. Mia madre aveva 7 anni e interrogata si ricorda delle famiglie Caravaggio, Morini, La Morgia, Fumante, e del suo maestro elementare che si chiamava Misso Armando.

I ricordi di mamma sono flebili, anche perchè  è rimasta a Tigrinna per pochi anni, poi si è trasferita a Garian dove si ricorda delle famiglie Borrelli e Provenzano. Mio padre invece fece servizio in principio (1939) all'ospedale sanatoriale "Carlo Caneva" dell'Istituto Naz. Fascista per la Previdenza Sociale, costruito  nel '37/38, quando il governatore della Libia era Italo Balbo e sorgeva a 1Km e mezzo da Porta Benito e dal Cinema delle Palme a Garian. 

Poi nel '40 circa si trasferi' all'Ambulatorio medico di Tigrinna, direttore il Dr.Tripoti, la levatrice era la Sig.ra Luisa Manaresi, c'era Padre Callisto e un certo infermiere indigeno berbero Alì Zarrugh che divenne grande amico di papà. I miei genitori si conobbero a Tigrinna e nel

1943 si sposarono nella bella chiesa di Tigrinna (papà se la ricorda così). Il parroco si chiamava Padre Giuliano Vailati.

Papà in seguito insegnò a Sgaief, zona Tigrinna negli anni'45, '46', '47. I colleghi di papà erano: sig.na Anna Provenzano, Attilio Albazzi e la moglie già gestori dell'Ufficio Postale di Tigrinna, Martinez, Mario Fabbri, la sig.ra Scolart. Nel '48 papà fu eletto Consigliere del distretto di Garian e nacqui io, ma mamma mi partori nell'ospedale di Tripoli. Mio padre ha lasciato parecchie sue memorie, che se vorrai ti racconterò, per il momento ti saluto sperando di esserti stata d'aiuto. A risentirci a presto

Pagina-Stretta

Aurora

MAMMONE

Clic sulla foto per ingrandire l'immagine. Clic sulla freccia per ingrandire l'immagine e poi con un altro clic, ingrandirla ulteriormente.

Il 27 aprile 2014, a Tor San Lorenzo di Ardea (Rm)...

"Domenica scorsa, come ti avevo detto, ho inaugurato il mio laboratorio artistico che mi permetterà di «giocare» per i prossimi anni; ti mando quindi qualche foto, così rendo partecipe te e gli amici del sito. Ciao."

1061cornice1065cornice.JPG
1083cornice1069cornice1068cornice

testo-5539

La chiesetta di Ain-Zara

Una lettera piena di rimpianto

"Ciao Antonio, ti ringrazio per la foto, è proprio lei la chiesetta dove ho fatto la prima Comunione e la Cresima con le mie sorelle, dove andavo a sistemare i fiori prima della messa, dove a Pasqua papà raccontava le stazioni della Via Crucis, dove si è sposata la mia madrina Anna Macaluso con il Dr. Sorrenti (lei con il cappello ed il vestito bianco corto, una modernità per quei tempi) e noi alunni  della  scuola  intorno  a fare da cornice.

Dietro dove si intravedono gli eucaliptus c'era un giardino con dei cespugli di calle meravigliose, mentre lì  a  fianco  abitavano  le  suore  e  mi 

 

ChiesaAinZaraG-corretta

 La nostra Tripoli...

La chiesetta di S. Antonio da Padova ad  Ain-Zara,

com'era fino a qualche anno fa

 

di Sergio DISCO

(video inviato da Aldo Bassani)

ricordo di  Suor  Reginelda,  alla quale  papà cantava sempre una canzoncina, che faceva così:

"Suor Reginelda metti i carboni, che i maccheroni vogliamo mangiar, che siano buoni e ben conditi come sa farli solo mammà". Che bella età la fanciullezza, i miei ricordi di quel periodo sono molto nitidi. Sulla destra della Chiesa, c'era la famiglia Tegon  e a sinistra  andando verso Tripoli la famiglia Di Franco. Carmelo Di Franco, che ha la mia età, vive a Latina.

Credo che la Chiesetta ormai non ci sia più, perchè quanto sono tornata a Tripoli  per il mio 60.esimo compleanno (nel 2008) con Paolo Cason, mi sono fatta portare ad Ain Zara per cercare tracce del mio vissuto. Non c'era quasi più niente, resistevano la Chiesetta così come me l'hai mandata (anzi senza quelle brutte facce attaccate) e un certo Alì, anzianissimo, che si ricordava di noi, ma soprattutto di mia madre che aveva ammirata molto all'epoca.

Ci disse che da lì a qualche giorno avrebbero abbattuto la Chiesetta per allargare la strada; ho fatto le foto e mi sono commossa tantissimo. Ho voluto risponderti subito, perchè la Chiesetta ha riaperto in me una scia di ricordi e volevo condividerli con te..."

foglia2

Aurora Mammone

23 aprile 2014

Torna all'inizio

ComeEravamo

Le testimonianze, attraverso le foto, della nostra vita in Libia...

Clic sulla foto per ingrandire l'immagine. Clic sulla freccia per ingrandire l'immagine e poi con un altro clic, ingrandirla ulteriormente.

D1000001GcorniceD1000006GcorniceD1000007GcorniceD1000005G2cornice
Tutti all'aria aperta a Sgaief...Scamapgnata con la scolaresca  di papà, tutti noi della famiglia, Borrelli Elena, la figlia piccola di Cerrone e la sig.ra Scaccia 
Con i colleghi insegnanti a Garian...Foto con tutti i colleghi di mio padre, davanti alla scuola di Garian.Papà con il cappello in mano.
Una foto molto rovinata...​L'Ambulatorio di Tigrinna del dott. Tripodi, dove papà ha iniziato a lavorare. Si intravede il campanile della chiesa.
La scolaresca di GarianTutta la scolaresca di Garian dove insegnava anche mio padre,durante una passeggiata...
D1010002GcorniceD1000009GcorniceD1010003GcorniceD1030005Gcornice
Davanti alla scuola di Garian...Garian  - Anno scolastico 1948-49 Papà davanti alla scuola conil bidello Spadaro e la maestra Scolart
Nei semenzai a Tigrinna...Semenzai di tabacco di mio nonno.nella foto: mia terza sorella Marilena e Rosalba Scognamiglio
Davanti al bar di GarianMamma e mia sorella maggiore Doris al Bar di Garian (gestito per un periodo dai miei zii Romanello Giglio e Maria Mammone)
Il ciglione di Garian​Le ardite curve e i tornanti del ciglione di Garian che scende a Bugheilan e porta a Tripoli
D1010004GcorniceD1010001GcorniceD1010005GcorniceD1020002Gcornice
Neo-patentata Doris...Mia sorella Doris, neo-patentata tra i dromedari in transito...
A Porta Benito...Tutta la nostra famiglia in partenza per una gita a Garian, con la Morris di papà...
Verso Garian, a Bugheilan...​Gita a Garian con  la famiglia Scognamiglio e la famiglia Giulio Bernardi (il figlio si chiama Domizio)
Foto sul ciglioneSempre in gita per Garian (la bimba in primo piano sono io, il maestro Scognamiglio di spalle)
ChiesaAin-zara-1958-2-GcorniceD1020001GcorniceD1020003G-corniceD1000004G-cornice
La belle bariste di GarianElena e Irene Borrelli (anno '49), gestivano il bar a Garian...
Sosta ad Azizia...Durante una gita a Tigrinna.io e le mie sorelle, sosta prima della Gefarah
Festa di diploma Liceo scientifico...1ª fila: Vivien, Bianca Pastore, Fiorella Barda, Eva2ª fila: Carla, Ermelinda, Tamara, Gabri, Aurora, Cristina3ª fila: Piero, Sebastiano,LucyMi piacerebbe tanto sapere di Gabri  e Sebastiano ma di loro non ricordo i cognomi​
La chiesetta di Ain-ZaraQuesta è una foto della chiesettadi Ain-Zara, com'era negli anni '50
LaMaestraDorisMammoneelasuascolarescaaBreveglieriannisessanta-GcorniceANNO1964papacacciaadEl-AziziaAziendaDeMicheli-GcorniceAuroraMammoneAnno1969duranteilcoprifuocosulterazzoPalazzoGadzinski-GcorniceInbibliotecaIstitutoItalianodiCulturaAnitaDeCastroAuroraMammone1968-Gcornice
Anita e io, in biblioteca...Nella biblioteca dell'Istituto Italiano di Cultura di Tripoli Anita De Castro e Aurora Mammone (io), nel 1968.
Sul terrazzo per il coprifuocoAnno 1969, io durante il coprifuoco, sul terazzo di Palazzo Gadzinski
Mio padre cacciatore...Anno 1964; papà a caccia ad El-Azizia nell'Azienda De Michelis
Mia sorella maestrina...La Maestra Doris Mammone e la sua scolaresca a Breveglieri, anni sessanta...
BalloalcircoloingleseUfficialiaMianianni50-AntonioMammone-GcornicecattedralediTripolicomunionediFiammettaMammonedasinistraSigraVandellieGigliolalafigliaFiammettaAuroraMammoneedietromammaElinaRomanello-GcorniceGiornatadellaDanteAlighieri30maggio1964-PremiazionecorsilinguaitalianaperstranieriPresidenteAvv.ZapponisegretarioAntonioMammone-GcorniceMatrimoniodiFilippoDragoeDorisMammone-Gcornice
Il matrimonio di DorisMatrimonio di Filippo Drago e miasorella Doris Mammone nellaCattedrale di Tripoli
Premiazioni "Dante Alighieri"...Giornata della Dante Alighieri 30 maggio '64 Premiazione corsi lingua italiana per stranieri Presidente Avv. Zapponi, segretario Antonio Mammone
Davanti al nostro bar a Tigrinna​Cattedrale di Tripoli. Comunione di mia sorella Fiammetta Mammone da sinistra: Sig.ra Vandelli e Gigliola (la figlia), Fiammetta, Aurora Mammone (io) e dietro mia madre (Elina Romanello)
Papà ballerino...Ballo al Circolo Ufficiali Inglese a Miani anni '50 - Antonio Mammone
AuroGcorniceChiesaAin-zara-2008-1-GcorniceAinZaranellavilladelCommendatoreMacaluso-GcorniceAnno2005papsirivedeconunasuaalunnadellescuoleelementariAdaClaut-Gcornice
Il maestro e l'alunna...Anno 2005, papà si rivede con una sua alunna delle scuole elementari, Ada Claut.
Nella villa del Commendatoreda sin. in piedi: Icilio Zagatti, sig.ra Chiarina Macaluso, Milvia Romanelloda sin. in seduti: Marisa Zagatti, Dr. Lanza, Anna Macaluso, Elina Romanello (mia madre), Commendator Macaluso, Lanza Sara, Lanza Bertini1ª fila: Rosa Bertini, Aurora Mammone (io), Marilena Mammone e Michele Bertini
La chiesetta di Ain-ZaraCom'era ridotta nel 2008
Oggi a Tor S. LorenzoQuesta è una foto abbastanza recente,​sono io con il mio fedele cane Giotto
ConilcaneGiotto-Gcornice.JPGAuroraMammonesonoioduranteilcoprifuocodel69sempresullaterrazzadelpalazzoGadzinskiinsharaHaiti-GcorniceMostradipitturadelProf.VenturiIstitutoItalianodiCultura.AuroraMammoneeTeresaZaccaria-GcorniceComunionediDorisquiconpapancheAuroraadestraeMarilenaasinistra-GcorniceD1030006-Gcornice-19D1000002GcorniceD1000003GcorniceD1000008Gcornice
Mia madre...Elina Romanello con l'amica inseparabile Anna Caravaggio
Con Padre Giuliano VailatiMia madre e mio padre a Tigrinna, con Padre Vailati
​​Anna CaravaggioUna foto del 1940 di Anna Caravaggio
Collega di papàAnna Provenzano, insegnante collega di mio padre 
1ª  Comunione...di Doris, qui con papà, (io)Aurora a destra e Marilena a sinistra
La Mostra di...pittura del Prof. Venturi nell'Istituto Italiano di Cultura. Aurora (io) e Teresa Zaccaria
Coprifuoco   io durante il coprifuoco del '69  sulla terrazza del palazzo Gadzinski in shara Haiti
Io e Giotto...in riva al mare, in una foto recente

Torna all'inizio

Un racconto e una poesia di Antonio MAMMONE

padre di Aurora, scrittore, poeta e insegnante.

testo-5540

testo-5541

Clic per visualizzare                                                                              di Antonio MAMMONE

Racconto n. 1

Buon-nastro

Khadija e la luna piena

Clic sui numeri gialli tra parentesi, per aprire il glossario di traduzione italo-arabo

Poesia n. 1

Elina e il Poeta

Laggiù a Tigrinna c'era un poeta:
Cantava nel sole;
Amava le rose di Primavera
E la pioggia lieve che l'irrorava;
Sognava la luna
E giocava col vento,
Il ghibly rovente dell' arduo Sahara!

Laggiù a Tigrinna la Nina incontrò,
altera, bambina.,
E in lei vide il sole, vide la luna
E il vento e la pioggia
E il giorno e la notte
E il giardino dell'Eden intero
Pieno di rose di primavera
In cui sognò di poter penetrare!

"Oh mio sole, mio giorno, mia notte,
Vieni a giocare nel ghibly con me!"
La pregava! E lei lo guardava,
Altera, bambina e rideva:
"Va' via ya Sciatan! (1)
Tu sogni  E rideva.
E Il Poeta insisteva :
"Oh sogno anelato,
Mia speme, mia vita,
Vieni, t'imploro, a giocare con me!…
Nel giardin tuo io vo' penetrare
Ed inebriato del suo profumo
Con te creare un poema d'amor!
Ma la Nina ammoniva :
"Sciatan, non è l'ora…"
-E, bambina, rideva rideva rideva:
"Verrò, non so quando…  a giocare con te,
Sta' calmo Sciatan!"
E il sol tramontava.
E il poeta intristiva!
E trascorser notti lunghe d'attesa…
E lei rideva! Rideva! Rideva!

Poi quando Virgo, fra Libra e Leone,
Raggiunta fu dai raggi del Sole,
E Selene crescente di tenue chiarore
Tigrinna inondò
Lei lo cercò, timorosa, infantile
E più non rideva:
"Se ancor vuoi giocare, impaziente Sciatan,
Se ancora un sogno io sono per te
E' giunta l'ora se vuoi penetrare
A cogliere i fiori nel mio giardin!
Ma ho tanta paura!
Sìi buono Sciatan!"

"Oh mio sogno, - il Poeta cantò -
Mio sole, mio raggio di luna,
Mio giorno, mia notte,
Mia pioggia, mio vento
Bambina, bambina,
Non devi temere! Non posso far male:
Io son l'Imeneo che il serto accompagna
E ti porta a volare!"
E su quel letto fin lì sì arido e solo
Dalla sua bocca olente di miele
Di pioggia di sole,
A lungo bevve l'ambrosia divina!
Poi dalle splendide, virginee mammelle
E dalla valle del grembo di seta
Vani orpelli levò!
E allor che vestita
fu solo di chiaro di luna
Nel giardin penetrò!

La Nina, bambina, or più non rideva;
Ora, donna, pregava:
"Non farmi soffrire mio dolce Imeneo
Raccogli il mio fiore! Io sto per volare!
Raccoglilo ancora,
Ancora... oh! ancor!
"E squillaron mille campane
e raggiunsero insieme le stelle
ben più oltre il settimo cielo!

Poi, volando. soffrendo, sognando,
Intrapresero insieme un cammino d'amore
Cosparso di sole, di pioggia, di gioia
E di dolcissime spine
Per anni millanta! Ed ancora continua!

L'aula del Tribunale di Suck el Giuma era affollata e il maestro che, per la prima volta in vita sua, era stato chiamato a testimoniare osservava, timoroso e seccato, le procedure di rito per l'avvìo di quel processo che vedeva un arabo accusato di tentato omicidio.

Il Qadj (1) non aveva ancora preso posto alla sua Cattedra nell'ampio salone e l'accusato con le manette ai polsi, fra due "police" (poliziotti) armati di fucile, con le spalle alla parete sotto la gigantografia del Re Idris Primo, attendeva seduto sulla lunga panca di legno stile novecento fascista; a destra un tavolino al quale aveva già preso posto il Cancelliere con i suoi... attrezzi del mestiere, cioè calamaio di inchiostro, penna e varie scartoffie. Un altro policeman faceva la guardia ad una porticina dietro la Cattedra e quando il cancelliere diede il segnale comandò:

-"In piedi ! entra la Corte !"

E la Corte entrò. Era un ometto sulla sessantina in palandrana nera e con la solita taghìa (2) rossa che lasciava intravedere la linea candida della sottotaghìa che ogni raffinato professionista portava in bell'evidenza come simbolo dell'igiene e della pulizia. Sedette e il Cancelliere fece segno al pubblico che poteva anch'esso sedere: ma era inutile routine perchè in quell'aula non c'erano sedie, la gente stava tutta in piedi.

Il Qadj dopo aver confabulato con il Cancelliere chiamò alla sua Cattedra i rappresentanti dell'accusa e della difesa e cioè un Ispettore di polizia per l'accusa e un avvocato, arabo,

per la difesa; poi chiese all'imputato se era pentito.

"Di che cosa dovrei essere pentito ? Io non ho fatto niente di male e non so perchè mi hanno arrestato." - rispose l'accusato.

Il Qadj non lo degnò di una risposta e chiamò il primo testimone dell'accusa, cioè il maestro.

-"Tu sei il muhallim (3) italiano di Ain-Zara (*), vero ?" -chiese - "Hai dato le tue generalità al Cancelliere? Sì? Va bene. Conosci l'imputato?"

Prima del maestro rispose l'imputato :

-"Certo che mi conosce! che bella scoperta; lui conosce me e io conosco lui! Tutti mi conoscono ad Ain-Zara! Tu gli devi chiedere, ya effendi (4), se mi ha visto dare la coltellata a quel rumy (5) traditore! "

-"O scut, ya hammar! " (6) - lo zittì irritato il Qadj

-"Inam, sciucran, ya effendi! - (7) Ancora non erano di moda i films americani di Perry Mason altrimenti avrebbe detto "Vostro onore".

"O scut, ya hammar !" - ripetè il Qadj - "Un'altra parola e ti scaccio dall'aula." E mentre uno dei Police affibbiava un colpo col calcio del fucile al povero detenuto, rivolto al maestro :

-"Rispondi maestro, lo conosci ?

-"Si, signor Giudice, lo conosco; si chiama Alì ben Hamed e lavora a mezzadria nell'azienda agricola del Commendator Diodoro Macaluso, ad Ain-Zara."

 

2

Il maestro aveva conosciuto Alì quella notte in cui mister Trothon si era addormentato sulla "tabbia", il terrapieno che divideva la strada asfaltata dal grande cortile della Scuola italo-araba di Ain-Zara, un centro agricolo a sud di Tripoli con le "concessioni" (8) di Franco Ingravalle, una delle più estese e produttive con pingui aranceti ed estesi uliveti; della Società Gondrand, temporaneamente in  affitto  ai  Fratelli Di Franco; del Commendator Macaluso, il segretario generale del Comune di Tripoli ritiratosi a vita privata dopo l'occupazione inglese della Tripolitania; del dottor Lanza, il medico condotto filosofo, e la grande azienda agricola del Carcere. Il maestro era in amicizia col fattore di questa Azienda , Pietro Convertini, che aveva due figlie di nove e undici anni, Elia e Palmina, che frequentavano la quarta e la quinta classe; tramite, appunto, Convertini, aveva conosciuto mister Trothon, un ex capitano dell'Armata inglese che gravemente ferito nello sbarco in Normandia con le forze alleate della seconda guerra mondiale, nel giugno del 1944, dopo lunga convalescenza e l'avvento della pace, era stato promosso e inviato in Libia a prestare servizio in qualità di Direttore del Carcere di Ain-Zara.

Due volte la settimana, nel tardo pomeriggio, Mr. Trothon si concedeva la “libera uscita” e in sella alla sua motocicletta militare BSA si recava a fare una... visitina al Bar di Tonellotto, a Miani, il piccolo agglomerato urbano a circa sei chilometri da Tripoli e altrettanti dal suo Carcere. Lungo il percorso di andata si fermava alla Scuola per salutare il maestro e il più delle volte per convincerlo ad andare con lui a bere una birra. Una sera in cui si sentiva particolarmente irritato e critico nei confronti della famiglia reale della sua Inghilterra perchè la Principessa Elisabetta, futura Regina, aveva sposato Filippo Mountbatten da lui considerato un "faken greco" proprio in quel fornito Bar di Tonellotto fece il "pieno" tracannando diciotto bottigliette di birra OEA (9).

Il maestro anche lui in quell'occasione bevve più del consentito dalle sue abitudini, sei bottigliette, un quarto di una intera cassa, e si sentiva un po' girare la testa: non voleva salire sulla motocicletta per tornare a casa ma mister Trothon con un linguaggio misto italiano-arabo-inglese: "tu no young... you very sciabani! Io no drunk as a lord, io only sacran poco poco" (cioè : Tu non sei giovane, sei molto vecchio; io non sono ubriaco marcio; sono soltanto un poco brillo!) lo convinse a seguirlo. Paurosamente ondeggiando la BSA. arrivò fin quasi davanti alla scuola; mister Trothon tentò di fermarsi per far scendere il maestro ma sbagliò manovra e rovinò sul bordo di una "tabbia" (terrapieno) dove  si  addormentò  tranquillamente.  Era  ormai  buio  e il maestro non poteva lasciarlo lì steso e andarsene a casa. Anche se un po' "sbronzo", mise in moto la sua Fiat 1100 "Calandra" che teneva parcheggiata davanti alla propria abitazione e si apprestò a caricare l'amico addormentato per portarlo al suo Carcere. Ma ci sarebbe voluta una gru per sollevare quell'omone di un metro e ottanta e quasi cento chili di peso! Chiese aiuto ad alcuni arabi che transitavano a quell'ora e fu così che aveva conosciuto Alì ben Hamed, un buon uomo sulla cinquantina, rispettoso e beneducato.

Antonio MAMMONE

testo-4329

foglia3

3

Carlo G. , un bel giovanotto figlio unico di un piccolo proprietario terriero con Azienda agricola confinante con quella del Dott. Lanza, era stato alunno del maestro nella quinta elementare, sei anni prima; ora, quasi diciottenne, la mattina frequentava con scarso impegno le scuole secondarie a Tripoli e nel pomeriggio faceva il "vitellone" girovagando per tutta la contrada fino a Shgedeida, a Mellaha, e alla grande concessione "Fatma" del Comm. Lattanzi per incontrare amici con i quali bere, a volte alzando troppo il gomito, birra o, in mancanza di questa, leghby (10) .

Tornando a casa da scuola, un assolato pomeriggio, Carlo incontrò una mabruka (11) intenta a raccogliere erba, forse per i conigli o per la capretta, sul ciglio della strada al confine della sua Azienda.

Le mabruke, le donne arabe, dall'inizio della pubertà fino al termine della bella stagione e spesso anche oltre, erano - e sono ancora oggi in alcune regioni retrograde come l'Afganistan e gli “Emirati del Golfo”- costrette a coprirsi il viso e tutte le "nudità", non solo quelle pudende, con il "barracano" lasciando davanti a un solo occhio una fessura attraverso la quale vedere senza correre il rischio di inciampare camminando. Ma sono sempre donne e, come tali, specialmente se si ritengono belle, amano farsi ammirare dagli uomini. Quella mabruka, anche se infagottata nel barracano, era carina e lo sapeva e quando quel bel giovanotto, ragazzo si direbbe oggi falsando il significato letterale del vocabolo, le passò accanto, come per caso si scoprì il viso e gli lanciò uno sguardo tanto voluto quanto veloce e saturo di timido interesse.

Nei giorni seguenti la mabruka si fece trovare sempre lì, a raccogliere erba, e quando Carlo passava i suoi sguardi a viso scoperto si fecero gradualmente meno timidi, più amichevoli e decisi.

Carlo, bisogna dirlo a sua scusante, non ci teneva tanto a rischiare grosso con una mabruka e fingeva di non vederla perchè la prima regola di comportamento degli italiani era quella di non avvicinarsi mai, neppure per dire buongiorno o buonasera, ad una donna araba sola. Ma quella mabruka era veramente notevole; aveva un visino dolce da bambina e uno sguardo intenso e misterioso , ritroso e provocante che faceva ribollire il suo istinto di "macho" emergente. "Rinunziare a un tal facile bocconcino" - pensava - "significa offendere la propria mascolinità!" e un giorno, un paio di settimane dopo il primo incontro, si fermò e le chiese il nome, poi dopo essersi accertato con rapido sguardo che nessun occhio indiscreto poteva inquadrarlo, la attirò sotto un enorme eucaliptus e la baciò lungamente sulla bocca.

Khadija, così si chiamava la mabruka, non collaborò ma non oppose nemmeno alcuna seria resistenza limitandosi a mormorare:"Enta sciatan, kalass kalass, enta sciatan" (12) e poi, divincolatasi, si inginocchiò ridendo a raccogliere l'erba.

Carlo non era scemo e si rese conto che non poteva andare oltre, lì in pieno giorno. Per lui quell'avventura era cominciata e finita nello stesso tempo e defilandosi fra gli aranci e gli olivi si avviò verso casa lasciando Khadija senza neppure dirle "ciao".

Per qualche settimana Khadija non si fece più vedere a raccogliere erba; poi un giorno Carlo la scorse quasi nascosta fra gli arbusti sotto l'eucaliptus che l'invitava con timidi cenni della mano; si avvicinò e la prese fra le braccia e stavolta lei rispose ai suoi baci con impeto e frenesia mormorando :"Enta sciatan, Ya yunj , ya nary!" (13)

Anche questa volta l'incontro si concluse solamente con semplici, anche se concitate, effusioni amorose ma nei giorni seguenti le effusioni non bastarono più e, consci che se fossero stati scoperti avrebbero rischiato la lapidazione, esaminarono varie ipotesi di incontri sicuri dove poter sfogare la loro passione; andare in casa di lui manco da parlare: c'erano sempre i suoi genitori; inoltre qualche estraneo avrebbe anche potuto vedere Khadija entrare senza motivo nella casa di un italiano e fare del pettegolezzo; non bisogna dimenticare che quell'ambiente era tanto ristretto quanto sospettoso in relazione al sesso fuori... legge.

Esaminarono anche la possibilità che lui andasse nella zariba (*) di lei nelle ore in cui il marito era fuori a lavorare ma tale soluzione fu scartata perchè troppo pericolosa. Non restava che inventare qualcosa per potersi incontrare di notte ma Khadija doveva fare i conti con la presenza del marito, quel marito, Alì ben Amhed, che le era stato assegnato quattro anni prima, all'inizio della pubertà, ad appena undici anni! In teoria l'ipotesi dell'incontro notturno poteva essere presa in considerazione; infatti, Alì una volta tornato dai campi e cenato, si sdraiava sulla stuoia matrimoniale e si addormentava e Khadija aveva la possibilità di uscire protetta dalle tenebre per andare incontro all'amore. Ma Carlo, se la sentiva di attendere, forse inutilmente, per ore nel buio nel caso che la bella non potesse uscire come stabilito perchè il marito stentava ad addormentarsi? e se Khadija, una volta messo a nanna il maritino, fosse uscita e Carlo non fosse lì ad attenderla? Sembrava un problema senza possibilità di soluzione e i due giovani ogni giorno che passava diventavano sempre più imprudenti sotto l'eucaliptus e rischiavano di essere sorpresi da qualcuno. Poi Khadija trovò la soluzione.

Le donne, sempre le donne! Ne sanno una più del diavolo! Un vecchio adagio, quando la donna era considerata solo proprietà privata, così avvertiva i mariti: "La donna innamorata te la fa anche se la chiudi in una gabbia di vetro e la controlli ventiquattro ore su ventiquattro!"

 

4

Alì quella sera non stava molto bene, a parte la stanchezza dopo una giornata di duro lavoro nei campi sotto l'ardente sole di luglio. Consumò malvolentieri la modesta cena a base di "Zummitha" e di "felfell" (14) e si sdraiò sulla "stuoia matrimoniale"; Khadija uscì per fare la pipì e prima di rientrare, come d'accordo con Carlo, legò un capo di una lunga cordicella di spago al paletto vicino all'ingresso del precario recinto protettivo della zariba e l'altro capo ad una sua caviglia; poi rientrò e prese posto sulla stuoia accanto al marito .

Carlo tornando a casa a sera tarda, in bicicletta, in compagnia di alcuni amici con cui aveva trascorso il pomeriggio a Tripoli per assistere ad una partita di calcio fra la nazionale libica e una squadra italiana di serie C, il Palermo, giunto nei pressi di casa sua, per accorciare il tragitto - disse - si inoltrò in una scorciatoia nell'aranceto. Rimasto solo nascose la bicicletta fra i cespugli sul ciglio della strada, invertì la direzione di marcia e raggiunse rapidamente il recinto della Zariba di Ali e di Khadija. Tirò leggermente lo spago che Khadija aveva legato al paletto ma non ottenne nessun segnale di risposta. Attese accucciato fra le assi, i cartoni e gli sterpi che formavano il recinto; un'altra volta era successo: aveva dovuto attendere per oltre un'ora la risposta dell'amata; ma quella volta la notte era buia, ora invece con quella luna piena che illuminava a giorno l'aranceto e rendeva chiare le ombre degli alberi, qualche nottambulo dalle zaribe vicine avrebbe potuto scorgerlo e incuriosirsi. Tirò ancora la cordicella e si rannicchiò e attese. Ma Khadija, anche lei impaziente, non poteva rispondere tirando a sua volta il capo dello spago legato alla propria caviglia.

Alì non dormiva ancora, aveva mal di testa e si voltava e rivoltava sulla stuoia. Poi, dopo oltre mezz'ora, quando si convinse che finalmente lo sposo si era più o meno appisolato, risolutamente tirò lo spago e cautamente sgattaiolò fuori dalla tenda e dal recinto. Carlo, ricevuto il segnale, si portò sotto il solito olivo e quando lei arrivò, al riparo dei frondosi rami dell'albero, non furono, come cantava una canzonetta degli anni venti, soltanto "baci, carezze audaci nella follìa de-la-pa-sio-n !", Pa-sio-n , con una "s" sola, alla veneta.

~

Alì nel sonno si lamentava; al mal di testa erano subentrati crampi dolorosi allo stomaco, forse per colpa della troppa zummitha che Khadija gli aveva preparato; e ora ci mancava anche un raggio di luna che attraverso uno strappo della tenda lo colpiva in fronte acutizzando la cefalea! Spostandosi sulla stuoia non sentì vicina la dolce metà. Non si preoccupò; altre due volte svegliandosi durante la notte non l'aveva sentita vicina perchè era uscita a fare un bisognino... Tentò di riaddormentarsi ma quel raggio di luna lo inseguiva e faceva aumentare il suo malessere. E Khadija non era ancora rientrata. Si alzò, si portò nel recinto e si guardò intorno alla ricerca della moglie, andò oltre il recinto e a circa una trentina di metri, nell'aranceto, scorse Khadija; guardò più attentamente e gli sembrò di vedere qualcun altro vicino alla moglie. Anche i due colombi però lo scorsero e adottarono le opportune contromisure : lui si defilò zigzagando fra gli aranci e gli olivi, lei urlando: "Barra barra ya keilb ya sciatan !" (15) corse verso il marito al quale raccontò che un italiano l'aveva aggredita mentre lei stava facendo pipì ma che l'aveva respinto e ora tutto era a posto e potevano tornare nella zariba a dormire.

Il povero Alì si appartò più in là e vomitò a lungo; non era uno stupido: sapeva benissimo che mai un italiano avrebbe tentato di abusare di una mabruka, specialmente di notte vicino alla sua zariba e rientrato nella tenda con la testa che gli scoppiava ora più di prima, volle sapere chi era quell'italiano che, secondo la sua versione, l'aveva aggredita.

Non fu facile farle dire il nome. Soltanto dopo ripetute minacce di ripudio per adulterio, secondo la legge sciaritica, ella, con l'abilità e l'esperienza di milioni e milioni di mabruke "bent" (16) assegnate già all'età di dieci-undici anni ad uomini non amati, spesso vecchi o impotenti, negando tuttavia di averlo tradito, gli disse che credeva di aver riconosciuto il figlio del signor G., il padrone della vicina Azienda agricola.

 

5

Carlo per oltre due mesi sparì dalla circolazione in Ain-Zara. Agli amici che lo cercavano il padre diceva una volta che era andato a Tripoli dallo zio, un'altra volta che era partito per una vacanza in Italia.

Anche Alì lo cercò e non certo per informarsi sulle sue condizioni di salute! Aveva deciso di fargliela pagare senza peraltro far sapere a tutti che era stato fatto "theese"(17).

Per lo stesso motivo, cioè per salvare la faccia, non aveva per il momento intrapresa alcuna iniziativa per ripudiare Kadija.

Poi una sera verso le dieci entrando nel piccolo bar di Berto, il figlio del bidello della scuola, a comprare una bottiglia di aceto per alleviare il suo ormai cronico mal di testa, lo scorse fra gli avventori che al banco bevevano e chiacchieravano; finse di non vederlo, comprò il suo aceto e uscì.

"Questa è finalmente la volta buona!" - pensò, e si appostò ad una decina di metri nascosto dietro una siepe in attesa che Carlo uscisse da solo e, senza testimoni, pagargli le corna che tanto gli pesavano!

Quando Carlo uscì e vide spuntare dal buio della siepe quell'arabo e lo riconobbe nonostante il buio della notte, tentò di fuggire; Alì lo rincorse e gli inferse una coltellata nella schiena. Carlo corse ancor più velocemente e urlando si rifugiò in casa del maestro che attirato dalle urla provenienti dalla strada aveva aperto la porta.

Al maestro Carlo raccontò di essere stato pugnalato da Alì ben Amhed, un mezzadro del Comm. Macaluso. La ferita riportata però non era grave; evidentemente o Alì non aveva voluto eccessivamente calcare il colpo o non di un coltello si trattava ma di un semplice coltellino; tuttavia il maestro, dopo aver provveduto ad una sommaria medicazione, accertatosi che nei dintorni non ci fosse ancora l'assalitore, caricò Carlo sulla sua automobile e lo accompagnò alla caserma della Polizia, a Miani, per la denuncia del caso.

 

6

Dopo quelle poche domande al maestro, evidentemente di carattere normativo procedurale, il Qadj chiamò anche gli altri testimoni:

Berto M. , il padrone del bar, per l'accusa e il dottor Lanza ed altri due arabi per la difesa. Anche questi dichiararono di conoscere l'accusato e il processo ebbe inizio. Il maestro, richiamato al banco dei testimoni, raccontò come quella notte verso le dieci e mezzo udendo insoliti rumori provenienti dalla strada e, successivamente, grida di aiuto aveva aperto la porta della sua abitazione e trovato sanguinante sugli scalini l'italiano Carlo G. il quale ripeteva che Alì ben Amhed lo aveva ferito alle spalle. Alla richiesta se egli aveva assistito al ferimento o se l'accusato era vicino a Carlo quando questi si era rifugiato nella sua abitazione, non potè che rispondere negativamente, confermando quanto già aveva dichiarato nel corso delle indagini espletate dall'Ispettore della Polizia di Miani. Analoga risposta negativa alla domanda se aveva visto l'accusato colpire Carlo G. la diede Berto M. chiamato a testimoniare dopo il maestro. Fu sentita poi la parte lesa, cioè Carlo, che confermò l'accusa: "Alì ben Amhed lo voleva uccidere perchè riteneva che egli avesse offeso sua moglie Khadija." Poi fu la volta del Dottor Lanza e degli altri due arabi della difesa i quali dichiararono che Alì ben Amhed era una persona tranquilla incapace anche di far male a una mosca.

A questo punto il Qadj si rivolse all'Ispettore di Polizia e, ovviamente nella sua lingua, gli fece un lungo discorso il cui significato poteva essere così interpretato: "Hai arrestato un poveraccio senza alcuna prova; dovresti per lo meno chiedergli scusa ma sono affari della tua coscienza. Io però ti avverto, un altro errore simile non lo consentirò.

Durante l'escussione dei testimoni, Alì ben Amhed aveva tentato più volte di intervenire per correggere alcune testimonianze, peraltro tutte a suo favore, ma il Qadj lo zittiva regolarmente con un "O scut ya hammar" e beccandosi un colpo col calcio del fucile del poliziotto ma quando sentì la ramanzina che il giudice aveva fatto all'Ispettore, prese coraggio e urlò:"Sciucran ya effendi" (18) alzando sopra la testa le mani ancora legate dalle manette.

~

"In piedi! La Corte si ritira!" - avvertì il police di guardia - e l'ometto in taghìa e palandrana uscì dalla porticina alle sue spalle.

Rientrò dopo pochi minuti e lesse la sentenza: "Assoluzione per insufficienza di prove" secondo il Codice Penale Italiano ancora vigente nel sistema giudiziario libico e l'accusato, finalmente, fu liberato dalle manette e messo in libertà.

~

Carlo ovviamente non fu soddisfatto dell'esito del processo. Egli aveva sperato che Alì fosse condannato ad una pur minima pena detentiva che non solo gli facesse passare il desiderio di ripetere il tentativo di vendicare l'offesa subita, chè lo spirito beduino degli arabi non sopporta la privazione della libertà personale, ma altresì consentisse a lui giovane torello più ampio spazio agli intimi approcci con la focosa giovane mabruka..

Ma Alì non fu condannato e Carlo dopo qualche mese, temendo altre aggressioni da lui o, anche, da membri del suo clan, decise di rimpatriare anticipando di qualche anno la decisione già presa da suo padre, da tempo in trattativa per la vendita dell'Azienda.

E Khadija? A lei andò peggio che a Carlo: dopo qualche mese fu ripudiata; non per adulterio ma perchè giudicata, secondo la Legge sciaritica, non in grado dopo tre anni di matrimonio di generare un erede!

"Io di eredi gliene avrei dato più di uno se non si fosse messa in mezzo la luna piena, accidenti a lei! Con me e con Carlo - ebbe in seguito a lamentarsi con le amiche - non si è comportata, come dicono le canzonette, da complice degli innamorati! E lo sa Allah quanto ero innamorata di quello sciatan, di quel diavolo di rumy..!"

 

 

 

 

 

Mini-Glossario :
 

Suck el Giuma: “Mercato del Venerdì” Importante centro urbano a 15 km. S/E di Tripoli
Ain-Zara: Piccolo Centro urbano e vasto comprensorio agricolo a sud di Tripoli (12-50 km.)
Barra!: Va’ via !
Barracano: Lunga coperta di lana bianca o marrone che gli arabi della Libia (soprattutto gli arabi poveracci) utilizzano di giorno come mantello, d’inverno e d’estate, e di notte come coperta. Il barracano delle donne, a bande variamente colorate, non è di lana ma di modesta tela.
Bent: Figlia, ragazza
Bukha: Liquore distillato dai datteri
Concessione: Durante i primi anni dell’occupazione Italiana della Libia prendevano il nome di“concessione” quei terreni semi-deserti che il Governo concedeva, con promessa di futura proprietà, agli italiani che ne facevano richiesta e si impegnavano a bonificarli e a renderli produttivi. Nacquero così, con enormi sacrifici in denaro e lavoro quelle grandi aziende agricole che poi, nel 1970, furono espropriate e restituite alla Libia.
Effendi: Eccellenza, signore
Fel-fell: Peperoncino rosso piccante
Fissa fissa: Presto presto, subito, rapidamente
Gahabuscia: Prostituta, puttana
Hammar: Asino, stupido
Inhaam: Sì, affermazione
Kabila: Tribù, clan
Kalass: Basta, piantala
Keilb: Cane
Legby: Linfa fermentata della palma, leggermente alcoolica.
Mabruka: Donna
Muhallim: Maestro di scuola
Mahadrassaat: Scuola
Oea: Antico nome latino di Tripoli e Marca dell’unica birra tripolina
Qady: Magistrato, giudice
Rumy: Italiano, romano; forse in ricordo dei romani del tempo delle guerre puniche.
Sciatan: Diavolo
Sciukra: Scusa, grazie
Suck: Mercato
Taghìa: Copricapo simile al basco
Theese: Cornuto
Yalla !: Dai, sbrigati !
Ya yuni: Oh miei occhi !
Ya nary !: Oh mio fuoco !
Zariba: Casa-tenda degli arabi nomadi o poveracci.
Zummitta: Polenta d’orzo

_____________________________________

 

Torna a inizio racconto

testo-5508

Antonio MAMMONE

Torna all'inizio

Grazie per aver visitato il sito. Contatore pagine visitate dal 29 settembre 2012 n.

Un'altra pagina per... Aurora Mammone

Sottomenù:

La pagina della poesia di... Aurora Mammone

Create a website