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Aurora Mammone e il suo cane                                     CLIC per ingrandire l'immagine


Una pagina per...
Aurora
MAMMONE


Mi chiamo Aurora Mammone e sono la secondogenita di Antonio Mammone e Elina Romanello, nata nel 1948. Io e Doris (anno 1944) siamo nate mentre i miei abitavano a Garian; Marilena (anno 1949) e Fiammetta (anno 1955) sono nate durante il periodo che papà insegnava ad Ain-Zara.

Il 29 ottobre 1934 a mio nonno materno Luigi Romanello e alla sua famiglia (8 persone) fu assegnata a Tigrinna una casa colonica e affidati per la coltivazione del tabacco dall'ATI ettari 6.63 di terreno con 47 piante di ulivo in produzione.
Di questi nonni ricordo l'odore del pane fatto in casa, il canto triste della nonna mentre infilzava il tabacco, i fichi secchi che nonno teneva del cassetto del comò in camera e che ci offriva quando lo andavamo a trovare, le sue medaglie al valore della guerra 15/18, la cisterna dell'acqua e vicino l'impiantito dove nonna metteva ad asciugare le stoviglie al sole, la luce bianca del caseggiato, i fuochi fatui di notte sotto l'ulivo centenario dove era stato sepolto un cavallo, e poi le favole del nonno raccontate a puntate e quelle terrorizzanti della nonna sui fantasmi in cui lei credeva fermamente, alla luce flebile delle lanterne.
La famiglia del nonno veniva dal Veneto (Padova), mamma aveva 9 anni e i suoi cinque fratelli tutti alti e robusti (Narciso, Giglio, Onorato, Davide, Giuseppe) si diedero da fare su quelle pietraie arroventate fino a quando la guerra non li disperse. I vicini di casa dei nonni erano i Murinni, la famiglia Fumante, i Caravaggio; in quegli anni il Bar era gestito da Peppino Caldo e l'emporio dai Bassani.
Mio padre, invece, approdò in Libia nel '37 arruolato nel Regio Corpo Truppe Coloniali come soldato semplice con la motonave Arborea.
Dopo un periodo di addestramento fu assegnato alla Compagnia di Sanità militare; il Resp.le del Reparto il Capitano Pasquale Scaduto Pecoraro, siciliano di Palermo
che conosceva il Dr. Tripoti medico condotto di Tigrinna lo raccomandò per un posto all'ambulatio-pronto soccorso. Ad accoglierlo c'erano la levatrice Luisa Manaresi, l'infermiere indigeno che parlava benissimo l'italiano Alì Zarrugh, il maestro della scuola De Bellis e Padre Callisto, francescano, che a detta di tutti era molto bello soprattutto dopo che si fece crescere il pizzetto alla Italo Balbo.
Viene alloggiato presso la famiglia abruzzese Cianfrone e inizia la sua attività di "tabib" (fino al '42). Nel '43 mio padre e mia madre si sposano, sono in piena guerra, nel '44 nasce mia sorella Doris, sono anni difficili e i mezzi di sussistenza sono pochi, manca il lavoro, manca tutto, anche il latte, e mio padre compra una capretta da mungere per la piccolina. In quell'anno in primavera arrivano anche le cavallette che divorano tutto: orzo, tabacco, ortaggi.
Nel 1945 viene a sapere che
la BMA (Britis Military Administration) cerca insegnanti per le scuole dell'interno e fatta la domanda alla Sovraintendenza Scolastica, grazie all'interessamento dell'Ispettore Baldassare Indelicato, il Sovraintendente Fulvio Contini e il "Supervisor" Maggiore Steel-Grieg (innamorato della lingua e cultura italiane) viene assunto per aprire una pluriclasse nel distretto di Sgaieff a circa 4 km da Tigrinna (anni 1945/46/47).

 

Alloggiano presso la famiglia Scaccia e sono padrini di cresima delle due bambine della famiglia Cerrone nella cui casa era stata allogata l'aula scolastica.
I colleghi di papà in quegli anni erano:

la sig.ra Scolart (moglie di un capitano dell'Esercito Italiano), la sig.na Anna Provenzano, Attilio Albazzi e la moglie (gestori dell'ufficio Postale di Tigrinna), Martinez (scuola a Bu Mahad), Mario Fabbri, un bolognese artista, paleontologo, archeologo (scuola di Bu Mahad). Erano tutti come si suol dire oggi precari e solo nel '47 alcuni di loro tra cui papà si diplomarono ufficialmente.
Per l'anno scolastico '47/48 fu trasferito nella più importante scuola di Garian e promosso "Dirigente" con il compito di tenere rapporti diretti per conto anche delle altre scuole del Distretto (Tigrinna, Bu Mahad, Sgaieff) con
la Sopraintendenza. A Sgaieff viene sostituito dal maestro Sica. Colleghe di Garian, due giovani maestre: la sig.na Famulari e la sig.na Perrone.
Nel '48
la BMA (Amm.ne Militare Inglese) indice elezioni amministrative in attesa che l'O.N.U. si pronunci sul futuro della Libia. Papà viene eletto Consigliere del Distretto di Garian, e come sindaco viene eletto un arabo ex impiegato dell'Amministrazione Italiana, che fu particolarmente vicino alla comunità italiana quando si ventilò l'accordo Bevin-Sforza, che prevedeva l'affidamento fiduciario della Cyrenaica all'Inghilterra, della Tripolitania all'Italia e del Fezzan alla Francia.
A Tripoli si verificarono manifestazioni antitaliane, ma a Garian grazie a Dio ed al sindaco non successe niente, ci furono cortei ordinati lungo la strada principale, ma il sindaco consigliò a papà di concedere agli alunni una giornata di vacanza e dire ai coloni di starsene per un giorno a casa. Fallito il piano Bevin-Sforza nel '49
la Commisssione Pelt (presieduta dall'olandese Adrian Pelt) su mandato dell'O.N.U. si pronunciava sul futuro della Libia.
Il 24 dicembre del '51 avviene la creazione del Regno Unito di Libia. Mohammed Idris al Mahadi Sinussy capo della confraternita "Sinussyta" fu il primo ed ultimo re del nuovo stato, non si sottomise mai all'occupazione italiana alimentando specialmente in Cyrenaica la guerriglia, e fu destituito da Mohamed Gheddafy che lui stesso aveva mandato in Inghilterra a studiare.
Nel '48 nasco io, siamo ancora a Garian e papà diventa amico del Dr. Angrisani nuovo medico condotto che sostituisce il Dr. Sascaro, trasferito a Tagiura. Il giovane medico condotto, tenta con una cura da lui inventata di ridare colore alla chioma di papà che già dai 25 anni aveva i capelli bianchi, inutilmente! Con l'inizio dell'anno scolastico 1949/50 approdiamo tutti ad Ain-Zara, una borgata agricola a
12 km
da Tripoli: ad accoglierci il bidello Moretto, Suor Stefanina e suor Reginelda appartenenti all'Ordine di Maria Santissima Ausiliatrice.
Qui si conclude il ciclo Tigrinna-Garian della mia famiglia, ed inizia un'altra fase della nostra vita.



Nota del Webmaster - Effettivamente la presentazione è lunga, ma sarebbe un delitto  ridurla, ricca com'è di dati anche storici.




 

Aurora MAMMONE


dedicata, soprattutto, al papà (poeta e scrittore) Antonio MAMMONE





Nota del Webmaster : Non c'entra niente con il sito... Ma...  
"avendo inaugurato, domenica 27 aprile 2014, il mio nuovo laboratorio artistico che mi permetterà di giocare per i prossimi anni, ti mando qualche foto così ti rendo partecipe."  
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La foto... particolare:


 La chiesetta di Ain-Zara 


Nota del webmaster: Ain-Zara si trova a pochi km da Tripoli e Aurora Mammone vi ha vissuto diverso tempo. Questo è il suo ricordo, colmo di struggente nostalgia, di questa chiesetta e che non potevo non pubblicare.
                                     Soprattutto perché, sembra che ora sia stata demolita, portandosi via per sempre tutto quello che ha rappresentato per noi italiani in Libia e soprattutto per chi questa chiesetta l'ha "vissuta".
                                     ...e questa lettera è una testimonianza troppo preziosa...

Ciao Antonio,
ti ringrazio per la foto, è proprio lei la chiesetta dove ho fatto la comunione e la cresima con le mie sorelle, dove andavo a sistemare i fiori prima della messa, dove a Pasqua papà raccontava le stazioni della via Crucis, dove si è sposata la mia madrina Anna Macaluso con il Dr. Sorrenti (lei con il cappello ed il vestito bianco corto, una modernità per quei tempi) e noi alunni della scuola a fare da cornice.
Dietro dove si intravedono gli eucaliptus c'era un giardino con dei cespugli di calle meravigliose, a fianco abitavano le suore e mi ricordo di Suor Reginelda alla quale  papà  cantava una canzone
che faceva :

La chiesetta di Ain-Zara... com'era nel 2008                   CLIC per ingrandire l'immagine

 "Suor Reginelda metti i carboni, che i maccheroni vogliamo mangiar,      
    che siano buoni e ben conditi, come sa farli solo mammà"
.
Che bella età la fanciullezza, i miei ricordi di quel periodo sono molto
 nitidi.
Sulla destra della Chiesa c'era la famiglia Tegon  e a sinistra 
 andando verso Tripoli la famiglia Di Franco. Carmelo Di Franco,
 che ha la mia età, vive a Latina.Credo che la Chiesetta ormai non ci sia
 più, perchè quando sono tornata a Tripoli  per il mio 60.esimo compleanno (nel 2008) con Paolo Cason, mi sono fatta portare ad Ain Zara 
 per cercare tracce del mio vissuto.Non c'era quasi più niente, resistevano la Chiesetta così come  me l'hai mandata  e un certo Alì, anzianissimo, che si ricordava di noi, ma soprattutto di mia madre che aveva ammirata molto all'epoca.Ci disse che da lì a qualche giorno avrebbero abbattuto la Chiesetta per allargare la strada; ho fatto le foto e mi sono commossa tantissimo. 
Ho voluto risponderti, perchè la chiesetta ha riaperto in me una scia di ricordi e volevo condividerli con te;
a sentirti presto, un salutone.   
                                                                                                           Aurora





 

- I MIEI RICORDI FOTOGRAFICI DELLA LIBIA
(le foto possono essere ingrandite con un clic del mouse e successivamente singolarmente ingrandite ancora)


La scolaresca di papà...                                                  CLIC per ingrandire l'immagine Anna Caravaggio tra i semenzai del tabacco              CLIC per ingrandire l'immagine Mamma e papà con Padre Giuliano Vailati                    CLIC per ingrandire l'immagine Festa di fine Liceo                                                           CLIC per ingrandire l'immagine Mamma e mia sorella maggiore Doris                               CLIC per ingrandire l'immagine

La scolaresca di papà
La scolaresca di papà Antonio Mammone, noi,
Borrelli Elena, la figlia piccola di Cerrone,
 la sig.ra Nicoletta Scaccia (prima a sin. in nero)
In un momento di relax

Anna e il semenzaio
Anna Caravaggio tra i semenzai del tabacco

 Mamma e Papà...
Mamma e papà con Padre Giuliano Vailati

Foto di fine anno Liceo Scientifico
all'Uaddan Hotel di Tripoli

da sin., 1ª fila: Vivienne Seror, Bianca Pastore,
Fiorella Barda, Eva Bokhobsa
2ª fila: Carla Greco, Ermelinda Torelli, Tamara Zard,
Gabri, io Aurora, Cristina Czellnik
3ª fila: Piero, Sebastiano, Lucy  

Davanti al bar
Mamma e mia sorella maggiore Doris al Bar di Garian
 (gestito per un periodo dai miei zii
Romanello Giglio e Maria Mammone)

  























L'Ambulatorio di Tigrinna                                                  CLIC per ingrandire l'immagine Un bel primo piano di Anna Provenzano                   CLIC per ingrandire l'immagine Mia madre e Anna Caravaggio                                     CLIC per ingrandire l'immagine La scolaresca di Garian                                                     CLIC per ingrandire l'immagine Gestivano il bar a Garian                                                  CLIC per ingrandire l'immagine

L'ambulatorio di Tigrinna
L'Ambulatorio dove papà ha iniziato a lavorare.
Si intravede il campanile della chiesa.

Anna Provenzano
Un bel primo piano di
Anna Provenzano

 Mamma e Anna
Mia madre Elina Romanello
e Anna Caravaggio
(erano grandi amiche)

W la scuola
La scolaresca di Garian

Le belle bariste
Elena e Irene Borrelli -1949 -
Gestivano il bar a Garian





















Papà e i colleghi                                                            CLIC per ingrandire l'immagine In partenza per Garian                                                         CLIC per ingrandire l'immagine Gita a Garian con la famiglia Scognamiglio                    CLIC per ingrandire l'immagine Sempre in gita a Garian                                                     CLIC per ingrandire l'immagine

Papà e i colleghi
Papà con il cappello in mano
e i suoi colleghi insegnanti

In partenza per Garian
Si parte verso Garian. Da Porta Benito
la Morris è di papà

In gita verso Garian
Gita a Garian con la famiglia Scognamiglio
e la famiglia Giulio Bernardi
(il figlio si chiama Domizio)

Sempre in gita a Garian
Sempre in gita (la bimba in primo piano sono io,
il maestro Scognamiglio di spalle)
 


 


















Mia sorella Doris neo-patentata                                    CLIC per ingrandire l'immagine Papà davanti a scuola                                                      CLIC per ingrandire l'immagine Sosta prima della Gefarah                                                   CLIC per ingrandire l'immagine Semenzai di tabacco dal nonno                                         CLIC per ingrandire l'immagine

La patente nuova
Mia sorella Doris neo-patentata, alla guida di
una Morris Minor 1000

 Papà davanti a scuola
Garian 1948-49, papà davanti alla scuola
con il bidello Spadaro e la maestra Scolart

 

In gita verso Tigrinna
Durante una gita a Tigrinna io e le mie sorelle,
sosta prima della Gefarah

 

Semenzai di tabacco
Semenzai di tabacco dal nonno
(la mia terza sorella Marilena e Rosalba Scognamiglio)








































(frugando nella nostra memoria, tra i ricordi del passato, alla ricerca di attimi indimenticabili della nostra adolescenza)





 
dalla raccolta di poesie "La mia Africa" di Antonio MAMMONE



Amico ghibly
(1)

Ghibly, perchè, ostile, fiammelle ardenti
accendesti alle mie nari
in quell'april lontano
(2)
quando superba l'Arborea d'argento
entrò nel porto all'anelata Oea
e già appariva al guardo mio incantato
sull'alto pennone del Castello Turco
la Sacra Bandiera
della Patria amata?
Eri geloso, di' la verità!
Geloso che io pure
innamorarmi potessi delle dune
che ballerine giocano con te
e con il sole!
Geloso che io pure come te
potessi addormentarmi fra le palme
e il gorgoglìo delle sorgive gemme
e i melograni carichi di fuoco
nell' oasi cromatica e felice!
Respingermi tentasti
Ma io non tornai indietro e ti sfidai!
E ti conobbi e diventammo amici
e camminammo insieme quarant'anni
nella di allora mia diletta Libia;

e complici restammo
quando l'amore mio impaurito
sentendoti mugghiare nella notte
più si stringeva a me!
Ma io sapevo che non puoi far male!
Perchè come il sole e come il mare,
tu forza primigenia sei della natura
e il tuo soffio è amore
virile e appassionato
per carezzar le palme a primavera
e preparare il leghby
(3) ch'è ambrosia
per la silente stanca carovana
e poi in autunno i datteri indorare,
il cibo degli Dei, tuoi creatori!


(1) Il ghibly è un vento caldissimo che dal Sahara soffia sulla Libia: 
     dall'arabo "qiblii" = meridionale.
(2) Giunsi a Tripoli il 23 aprile del 1937, mentre infuriava
     una tempesta di torrido ghibli.
(3) Leghby . linfa della palma.

Sogno e realtà

La Libia "mia" ho stanotte sognato
e d'ingresso al Nefusah
(1) l'ardito ciglione
e di Garian
(2) la bella, il vasto altopiano
e la dolce Tigrinna
(3) del mio primo amore!
case ridenti in estesa vallata
come grappoli al sole
fra campi ubertosi, promesse di vita!
Il Mueziin ho riudito, col ghibly
tenzonar sul minareto
per il richiamo lento, modulato
all'ultima preghiera della sera
e
la Gazzella mia,
l'illibata fanciulla trepidante,
sul mio petto ansante
ha celato il dolce viso come mill'anni fa
sotto gli ulivi saggi, centenari la cui ombra
placida benevola accogliente
segreti serbava i baci nostri
tormentosi, struggenti
mentre la luna indiscreta
i suoi raggi filtranti, d'argento
inviava a spiare!

Ricordi, Fatmah?
Vorrei sentirti dire come allora
nell'incipiente calda notte arcana :
"ti amo ya yunj, ti amo ya narj!"
(4)
e come allor con te morir d'amore
e poi volare insieme incontro al ghibly
e perderci giocando nel suo ardore!

Ma or dove sei tu, tenero fiore
colto una notte fatata a primavera?
Ha rispettato il Tempo, l'invìdo Tempo,
crudel nemico di tutto ciò ch'è bello,
il serico velluto di tua pelle
e l'avorio polito del seno tuo sorgente
e il miele della bocca birichina?
Dillo, mia effimera amante,
dillo
e lo maledirò se esso ha osato
recarti offesa!



(1) Nefusah: catena montuosa

(2) Garian: centro urbano a sud di Tripoli

(3) Tigrinna: comprensorio agricolo sul Nefusah

(4) Ya yuny, ya nary: in lingua araba “oh miei occhi, oh mio fuoco!”

   
   


(clic sul titolo per visualizzare la poesia)









dalla raccolta di racconti "Per mai dimenticar la Libia MIA" di Antonio MAMMONE

                                                             
                                                              Khadija e la luna piena



 

- 1 -


L'aula del Tribunale di Suck el Giuma era affollata e il maestro che, per la prima volta in vita sua, era stato chiamato a testimoniare, osservava timoroso e seccato le procedure di rito per l'avvìo di quel processo che vedeva un arabo accusato di tentato omicidio.

Il Qadj(*) non aveva ancora preso posto alla sua Cattedra nell'ampio salone e l'accusato con le manette ai polsi, fra due "police" (poliziotti) armati di fucile, con le spalle alla parete sotto la gigantografia del Re Idris Primo, attendeva seduto sulla lunga panca di legno stile novecento fascista; a destra un tavolino al quale aveva già preso posto il Cancelliere con i suoi... attrezzi del mestiere, cioè calamaio di inchiostro, penna e varie scartoffie. Un altro policeman faceva la guardia ad una porticina dietro la Cattedra e quando il cancelliere diede il segnale, comandò:

- "In piedi! entra la Corte!"

E la Corte entrò. Era un ometto sulla sessantina in palandrana nera e con la solita taghìa(*) rossa che lasciava intravedere la linea candida della sottotaghìa che ogni raffinato professionista portava in bell'evidenza come simbolo dell'igiene e della pulizia. Sedette e il Cancelliere fece segno al pubblico che poteva anch'esso sedere: ma era inutile routine perchè in quell'aula non c'erano sedie, la gente stava tutta in piedi.

Il Qadj dopo aver confabulato con il Cancelliere chiamò alla sua Cattedra i rappresentanti dell'accusa e della difesa e cioè un Ispettore di polizia per l'accusa e un avvocato, arabo, per la difesa; poi chiese all'imputato se era pentito.

- "Di che cosa dovrei essere pentito? Io non ho fatto niente di male e non so perchè mi hanno arrestato." - rispose l'accusato.

Il Qadj non lo degnò di una risposta e chiamò il primo testimone dell'accusa, cioè il maestro.

- "Tu sei il muhallim(*) italiano di Ain-Zara(*), vero?" - chiese - "Hai dato le tue generalità al Cancelliere? Sì? Va bene. Conosci l'imputato?"

Prima del maestro rispose l'imputato:

- "Certo che mi conosce! che bella scoperta; lui conosce me e io conosco lui! Tutti mi conoscono ad Ain-Zara! Tu gli devi chiedere, ya effendi(*), se mi ha visto dare la coltellata a quel rumy(*) traditore!"

- "O scut, ya hammar!"(*) - lo zittì irritato il Qadj
-
"Inam, sciucran, ya effendi!
(*) - Ancora non erano di moda i films americani di Perry Mason altrimenti avrebbe detto "Vostro onore".

- "O scut, ya hammar!" - ripetè il Qadj - "Un'altra parola e di scaccio dall'aula." E mentre uno dei Police affibbiava un colpo col calcio del fucile al povero detenuto, rivolto al maestro :

- "Rspondi maestro, lo conosci ?

- "Si, signor Giudice, lo conosco, si chiama Alì ben Hamed e lavora a mezzadria nell'azienda agricola del Commendator Diodoro Macaluso, ad
Ain-Zara.

- 2 -


Il maestro aveva conosciuto Alì quella notte in cui mister Trothon si era addormentato sulla "tabbia", il terrapieno che divideva la strada asfaltata dal grande cortile della Scuola italo-araba di Ain-Zara, un centro agricolo a sud di Tripoli con le "concessioni
"(*) di Franco Ingravalle, una delle più estese e produttive, con pingui aranceti ed estesi uliveti; della Società Gondrand, temporaneamente in affitto ai Fratelli Di Franco; del Commendator Macaluso, il segretario generale del Comune di Tripoli ritiratosi a vita privata dopo l'occupazione inglese della Tripolitania; del dottor Lanza, il medico condotto filosofo, e la grande azienda agricola del Carcere.
Il maestro era in amicizia col fattore di questa Azienda , Pietro Convertini, che aveva due figlie di nove e undici anni, Elia e Palmina, che frequentavano la quarta e la quinta classe; tramite, appunto, Convertini, aveva conosciuto mister Trothon, un ex capitano dell'Armata inglese che gravemente ferito nello sbarco in Normandia con le forze alleate della seconda guerra mondiale, nel giugno del 1944, dopo lunga convalescenza e l'avvento della pace, era stato promosso e inviato in Libia a prestare servizio in qualità di Direttore del Carcere di Ain-Zara.

Due volte la settimana, nel tardo pomeriggio, Mr. Trothon si concedeva la “libera uscita” e in sella alla sua motocicletta militare BSA si recava a fare una… visitina al Bar di Tonellotto, a Miani, il piccolo agglomerato urbano a circa sei chilometri da Tripoli e altrettanti da suo Carcere. Lungo il percorso di andata si fermava alla Scuola per salutare il maestro e il più delle volte per convincerlo ad andare con lui a bere una birra.
Una sera in cui si sentiva particolarmente irritato e critico nei confronti della famiglia reale della sua Inghilterra perchè la Principessa Elisabetta, futura Regina, aveva sposato Filippo Mountbatten da lui considerato un "faken greco" proprio in quel fornito Bar di Tonellotto fece il "pieno" tracannando diciotto bottigliette di birra OEA.(*) Il maestro anche lui in quell'occasione bevve più del consentito dalle sue abitudini, sei bottigliette, un quarto di una intera cassa, e si sentiva un po' girare la testa: non voleva salire sulla motocicletta per tornare a casa ma mister Trothon con un linguaggio misto italiano-arabo-inglese :"tu no young... you very sciabani ! Io no drunk as a lord, io only sacran poco poco" (cioè : Tu non sei giovane, sei molto vecchio; io non sono ubriaco marcio; sono soltanto un poco brillo!) lo convinse a seguirlo. Paurosamente ondeggiando la BSA. arrivò fin quasi davanti alla scuola; mister Trothon tentò di fermarsi per far scendere il maestro ma sbagliò manovra e rovinò sul bordo di una "tabbia" (terrapieno) dove si addormentò tranquillamente. Era ormai buio e il maestro non poteva lasciarlo lì steso e andarsene a casa. Anche se un po' "sbronzo", mise in moto la sua Fiat 1100 "Calandra" che teneva parcheggiata davanti alla propria abitazione e si apprestò a caricare l'amico addormentato per portarlo al suo Carcere. Ma ci sarebbe voluta una gru per sollevare quell'omone di un metro e ottanta e quasi cento chili di peso! Chiese aiuto ad alcuni arabi che transitavano a quell'ora e fu così che aveva conosciuto Alì ben Hamed, un buon uomo sulla cinquantina, rispettoso e beneducato. Carlo G., un bel giovanotto figlio unico di un piccolo proprietario terriero con Azienda agricola confinante con quella del Dott. Lanza, era stato alunno del maestro nella quinta elementare, sei anni prima; ora, quasi diciottenne, la mattina frequentava con scarso impegno le scuole secondarie a Tripoli e nel pomeriggio faceva il "vitellone" girovagando per tutta la contrada fino a Shgedeida, a Mellaha, e alla grande concessione "Fatma" del Comm. Lattanzi per incontrare amici con i quali bere, a volte alzando troppo il gomito, birra o, in mancanza di questa, leghby.(*)


- 3 -


Tornando a casa da scuola, un assolato pomeriggio, Carlo incontrò una mabruka(*) intenta a raccogliere erba, forse per i conigli o per la capretta, sul ciglio della strada al confine della sua Azienda.

Le mabruke, le donne arabe, dall'inizio della pubertà fino al termine della bella stagione e spesso anche oltre, erano - e sono ancora oggi in alcune regioni retrograde come l'Afganistan e gli “Emirati del Golfo” - costrette a coprirsi il viso e tutte le "nudità", non solo quelle pudende, con il "barracano" lasciando davanti a un solo occhio una fessura attraverso la quale vedere senza correre il rischio di inciampare camminando. Ma sono sempre donne e, come tali, specialmente se si ritengono belle, amano farsi ammirare dagli uomini. Quella mabruka, anche se infagottata nel barracano, era carina e lo sapeva e quando quel bel giovanotto, ragazzo si direbbe oggi falsando il significato letterale del vocabolo, le passò accanto, come per caso si scoprì il viso e gli lanciò uno sguardo tanto voluto quanto veloce e saturo di timido interesse.

Nei giorni seguenti la mabruka si fece trovare sempre lì, a raccogliere erba, e quando Carlo passava i suoi sguardi a viso scoperto si fecero gradualmente meno timidi, più amichevoli e decisi.

Carlo, bisogna dirlo a sua scusante, non ci teneva tanto a rischiare grosso con una mabruka e fingeva di non vederla perchè la prima regola di comportamento degli italiani era quella di non avvicinarsi mai, neppure per dire buongiorno o buonasera, ad una donna araba sola. Ma quella mabruka era veramente notevole; aveva un visino dolce da bambina e uno sguardo intenso e misterioso , ritroso e provocante che faceva ribollire il suo istinto di "macho" emergente. "Rinunziare a un tal facile bocconcino" - pensava - "significa offendere la propria mascolinità!" e un giorno, un paio di settimane dopo il primo incontro, si fermò e le chiese il nome, poi dopo essersi accertato con rapido sguardo che nessun occhio indiscreto poteva inquadrarlo, la attirò sotto un enorme eucaliptus e la baciò lungamente sulla bocca.

Khadija, così si chiamava la mabruka, non collaborò ma non oppose nemmeno alcuna seria resistenza limitandosi a mormorare: "Enta sciatan, kalass kalass, enta sciatan"(*) e poi, divincolatasi, si inginocchiò ridendo a raccogliere l'erba.

Carlo non era scemo e si rese conto che non poteva andare oltre, lì in pieno giorno. Per lui quell'avventura era cominciata e finita nello stesso tempo e defilandosi fra gli aranci e gli olivi si avviò verso casa lasciando Khadija senza neppure dirle "ciao".

Per qualche settimana Khadija non si fece più vedere a raccogliere erba; poi un giorno Carlo la scorse quasi nascosta fra gli arbusti sotto l'eucaliptus che l'invitava con timidi cenni della mano; si avvicinò e la prese fra le braccia e stavolta lei rispose ai suoi baci con impeto e frenesia mormorando: "Enta sciatan, Ya yunj , ya nary!"(*)

Anche questa volta l'incontro si concluse solamente con semplici, anche se concitate, effusioni amorose ma nei giorni seguenti le effusioni non bastarono più e, consci che se fossero stati scoperti avrebbero rischiato la lapidazione, esaminarono varie ipotesi di incontri sicuri dove poter sfogare la loro passione; andare in casa di lui manco da parlare: c'erano sempre i suoi genitori; inoltre qualche estraneo avrebbe anche potuto vedere Khadija entrare senza motivo nella casa di un italiano e fare del pettegolezzo; non bisogna dimenticare che quell'ambiente era tanto ristretto quanto sospettoso in relazione al sesso fuori...legge.

Esaminarono anche la possibilità che lui andasse nella zariba(*) di lei nelle ore in cui il marito era fuori a lavorare ma tale soluzione fu scartata perchè troppo pericolosa. Non restava che inventare qualcosa per potersi incontrare di notte ma Khadija doveva fare i conti con la presenza del marito, quel marito, Alì ben Amhed, che le era stato assegnato quattro anni prima, all'inizio della pubertà, ad appena undici anni!

 
In teoria l'ipotesi dell'incontro notturno poteva essere presa in considerazione; infatti, Alì una volta tornato dai campi e cenato, si sdraiava sulla stuoia matrimoniale e si addormentava e Khadija aveva la possibilità di uscire protetta dalle tenebre per andare incontro all'amore. Ma Carlo, se la sentiva di attendere, forse inutilmente, per ore nel buio nel caso che la bella non potesse uscire come stabilito perchè il marito stentava ad addormentarsi? e se Khadija, una volta messo a nanna il maritino, fosse uscita e Carlo non fosse lì ad attenderla? Sembrava un problema senza possibilità di soluzione e i due giovani ogni giorno che passava diventavano sempre più imprudenti sotto l'eucaliptus e rischiavano di essere sorpresi da qualcuno.
Poi Khadija trovò la soluzione.

- 4 -


Le donne, sempre le donne! Ne sanno una più del diavolo! Un vecchio adagio, quando la donna era considerata solo proprietà privata, così avvertiva i mariti : "La donna innamorata te la fa anche se la chiudi in una gabbia di vetro e la controlli ventiquattro ore su ventiquattro!"

Alì quella sera non stava molto bene, a parte la stanchezza dopo una giornata di duro lavoro nei campi sotto l'ardente sole di luglio. Consumò malvolentieri la modesta cena a base di "Zummitha" e di "felfell"(*) e si sdraiò sulla "stuoia matrimoniale"; Khadija uscì per fare la pipì e prima di rientrare, come d'accordo con Carlo, legò un capo di una lunga cordicella di spago al paletto vicino all'ingresso del precario recinto protettivo della zariba e l'altro capo ad una sua caviglia; poi rientrò e prese posto sulla stuoia accanto al marito.

Alì non dormiva ancora, aveva mal di testa e si voltava e rivoltava sulla stuoia. Poi, dopo oltre mezz'ora, quando si convinse che finalmente lo sposo si era più o meno appisolato, risolutamente tirò lo spago e cautamente sgattaiolò fuori dalla tenda e dal recinto. Carlo, ricevuto il segnale, si portò sotto il solito olivo e quando lei arrivò, al riparo dei frondosi rami dell'albero, non furono, come cantava una canzonetta degli anni venti, soltanto "baci, carezze audaci nella follìa de-la-pa-sio-n !", Pa-sio-n , con una "s" sola, alla veneta.

- 5 -


Alì nel sonno si lamentava; al mal di testa erano subentrati crampi dolorosi allo stomaco , forse per colpa della troppa zummitha che Khadija gli aveva preparato; e ora ci mancava anche un raggio di luna che attraverso uno strappo della tenda lo colpiva in fronte acutizzando la cefalea! Spostandosi sulla stuoia non sentì vicina la dolce metà. Non si preoccupò; altre due volte svegliandosi durante la notte non l'aveva sentita vicina perchè era uscita a fare un bisognino... Tentò di riaddormentarsi ma quel raggio di luna lo inseguiva e faceva aumentare il suo malessere. E Khadija non era ancora rientrata. Si alzò, si portò nel recinto e si guardò intorno alla ricerca della moglie, andò oltre il recinto e a circa una trentina di metri, nell'aranceto, scorse Khadija; guardò più attentamente e gli sembrò di vedere qualcun altro vicino alla moglie. Anche i due colombi però lo scorsero e adottarono le opportune contromisure : lui si defilò zigzagando fra gli aranci e gli olivi, lei urlando: "Barra barra ya keilb ya sciatan!"
(*) corse verso il marito al quale raccontò che un italiano l'aveva aggredita mentre lei stava facendo pipì ma che l'aveva respinto e ora tutto era a posto e potevano tornare nella zariba a dormire.

Il povero Alì si appartò più in là e vomitò a lungo; non era uno stupido: sapeva benissimo che mai un italiano avrebbe tentato di abusare di una mabruka, specialmente di notte vicino alla sua zariba e rientrato nella tenda con la testa che gli scoppiava ora più di prima, volle sapere chi era quell'italiano che, secondo la sua versione, l'aveva aggredita. Non fu facile farle dire il nome. Soltanto dopo ripetute minacce di ripudio per adulterio, secondo la legge sciaritica, ella, con l'abilità e l'esperienza di milioni e milioni di mabruke "bent"(*) assegnate già all'età di dieci- undici anni ad uomini non amati, spesso vecchi o impotenti , negando tuttavia di averlo tradito, gli disse che credeva di aver riconosciuto il figlio del signor G., il padrone della vicina Azienda agricola.

- 6 -


Carlo per oltre due mesi sparì dalla circolazione in Ain-Zara. Agli amici che lo cercavano il padre diceva una volta che era andato a Tripoli dallo zio, un'altra volta che era partito per una vacanza in Italia. Anche Alì lo cercò e non certo per informarsi sulle sue condizioni di salute! Aveva deciso di fargliela pagare senza peraltro far sapere a tutti che era stato fatto "theese"
(*) . Per lo stesso motivo, cioè per salvare la faccia, non aveva per il momento intrapresa alcuna iniziativa per ripudiare Kadija.

Poi una sera verso le dieci entrando nel piccolo bar di Berto, il figlio del bidello della scuola, a comprare una bottiglia di aceto per alleviare il suo ormai cronico mal di testa, lo scorse fra gli avventori che al banco bevevano e chiacchieravano; finse di non vederlo, comprò il suo aceto e uscì.

"Questa è finalmente la volta buona !" - pensò, e si appostò ad una decina di metri nascosto dietro una siepe in attesa che Carlo uscisse da solo e, senza testimoni, pagargli le corna che tanto gli pesavano!

Quando Carlo uscì e vide spuntare dal buio della siepe quell'arabo e lo riconobbe nonostante il buio della notte, tentò di fuggire; Alì lo rincorse e gli inferse una coltellata nella schiena. Carlo corse ancor più velocemente e urlando si rifugiò in casa del maestro che attirato dalle urla provenienti dalla strada aveva aperto la porta.

Al maestro Carlo raccontò di essere stato pugnalato da Alì ben Amhed, un mezzadro del Comm. Macaluso. La ferita riportata però non era grave; evidentemente o Alì non aveva voluto eccessivamente calcare il colpo o non di un coltello si trattava ma di un semplice coltellino; tuttavia il maestro, dopo aver provveduto ad una sommaria medicazione, accertatosi che nei dintorni non ci fosse ancora l'assalitore, caricò Carlo sulla sua automobile e lo accompagnò alla caserma della Polizia, a Miani, per la denuncia del caso.



- 7 -


Dopo quelle poche domande al maestro, evidentemente di carattere normativo procedurale, il Qadj chiamò anche gli altri testimoni:

Berto M. , il padrone del bar, per l'accusa e il dottor Lanza ed altri due arabi per la difesa. Anche questi dichiararono di conoscere l'accusato e il processo ebbe inizio. Il maestro, richiamato al banco dei testimoni, raccontò come quella notte verso le dieci e mezzo udendo insoliti rumori provenienti dalla strada e, successivamente, grida di aiuto aveva aperto la porta della sua abitazione e trovato sanguinante sugli scalini l'italiano Carlo G. il quale ripeteva che Alì ben Amhed lo aveva ferito alle spalle. Alla richiesta se egli aveva assistito al ferimento o se l'accusato era vicino a Carlo quando questi si era rifugiato nella sua abitazione, non potè che rispondere negativamente, confermando quanto già aveva dichiarato nel corso delle indagini espletate dall'Ispettore della Polizia di Miani. Analoga risposta negativa alla domanda se aveva visto l'accusato colpire Carlo G. la diede Berto M. chiamato a testimoniare dopo il maestro. Fu sentita poi la parte lesa, cioè Carlo, che confermò l'accusa: "Alì ben Amhed lo voleva uccidere perchè riteneva che egli avesse offeso sua moglie Khadija." Poi fu la volta del Dottor Lanza e degli altri due arabi della difesa i quali dichiararono che Alì ben Amhed era una persona tranquilla incapace anche di far male a una mosca.

A questo punto il Cadj si rivolse all'Ispettore di Polizia e, ovviamente nella sua lingua, gli fece un lungo discorso il cui significato poteva essere così interpretato: "Hai arrestato un poveraccio senza alcuna prova; dovresti per lo meno chiedergli scusa ma sono affari della tua coscienza. Io però ti avverto, un altro errore simile non lo consentirò.

Durante l'escussione dei testimoni, Alì ben Amhed aveva tentato più volte di intervenire per correggere alcune testimonianze, peraltro tutte a suo favore, ma il Qadj lo zittiva regolarmente, però quando sentì la ramanzina che il giudice aveva fatto all'ispettore, prese coraggio e urlò:
"Shukran ya effendi!"
(*) tentando di batter le mani ancora legate dalle manette e beccandosi un altro colpo con il calcio del fucile del poliziotto.



- * -


La Corte
si ritira !" - avvertì il police di guardia - e l'ometto in taghìa e palandrana uscì dalla porticina alle sue spalle.
"In piedi!

Rientrò dopo pochi minuti e lesse la sentenza: "Assoluzione per insufficienza di prove" secondo il Codice Penale Italiano ancora vigente nel sistema giudiziario libico e l'accusato, finalmente, fu liberato dalle manette e messo in libertà.

Carlo ovviamente non fu soddisfatto dell'esito del processo. Egli aveva sperato che Alì fosse condannato ad una pur minima pena detentiva che non solo gli facesse passare il desiderio di ripetere il tentativo di vendicare l'offesa subita, chè lo spirito beduino degli arabi non sopporta la privazione della libertà personale, ma altresì consentisse a lui giovane torello più ampio spazio agli intimi approcci con la focosa giovane mabruka..

Ma Alì non fu condannato e Carlo dopo qualche mese, temendo altre aggressioni da lui o, anche, da membri del suo clan, decise di rimpatriare anticipando di qualche anno la decisione già presa da suo padre, da tempo in trattativa per la vendita dell'Azienda.

E Khadija ? A lei andò peggio che a Carlo: dopo qualche mese fu ripudiata; non per adulterio ma perchè giudicata, secondo la Legge sciaritica, non in grado dopo tre anni di matrimonio di generare un erede!

"Io di eredi gliene avrei dato più di uno se non si fosse messa in mezzo la luna piena, accidenti a lei ! Con me e con Carlo - ebbe in seguito a lamentarsi con le amiche - non si è comportata, come dicono le canzonette, da complice degli innamorati! E lo sa Allah quanto ero innamorata di quello sciatan, di quel diavolo di rumy...!"

fine



Antonio MAMMONE


(*) - Per i termini contrassegnati con l'asterisco, consultare il GLOSSARIO.


Glossario:
Suck el Giuma: “Mercato del Venerdì” Importante centro urbano a 15 km. S/E di Tripoli
Ain-Zara: Piccolo centro urbano e vasto comprensorio agricolo a sud di Tripoli (12-
50 km)
Barra!: Va’ via!
Barracano: Lunga coperta di lana bianca o marrone che gli arabi della Libia (soprattutto i poveri) utilizzano di giorno come mantello, d’inverno e d’estate e, di notte, come coperta.
Il barracano delle donne, a bande variamente colorate, non è di lana ma di modesta tela.
Bent: Figlia, ragazza.
Bukha:
Liquore distillato dai datteri
Concessione: Durante i primi anni dell’occupazione Italiana della Libia prendevano il nome di“concessione” quei terreni semi-deserti che il Governo concedeva, con promessa di futura proprietà, agli italiani che ne facevano richiesta e si impegnavano a bonificarli e a renderli produttivi. Nacquero così, con enormi sacrifici in denaro e lavoro quelle grandi aziende agricole che poi, nel 1970, furono espropriate e restituite (sic) al popolo libico.
Effendi: Eccellenza, signore
Fel-fell:
Peperoncino rosso piccante
Fissa fissa: Presto, subito, rapidamente.
Gahabuscia:
Prostituta, puttana
Hammar:
Asino, stupido
Inhaam:
Sì, affermazione
Kabila: Tribù, clan
 
Kalass:
Basta, piantala
Keilb:
Cane
Legby:
Linfa fermentata della palma, leggermente alcoolica.
Mabruka: Donna
Muhallim: Maestro di scuola
Mahadrassaat: Scuola
OEA: Antico nome latino di Tripoli e Marca dell’unica birra tripolina
Qady:
Magistrato, giudice
Rumy: Italiano, romano; forse in ricordo dei romani del tempo delle guerre puniche.
Sciatan: Diavolo
Sciukra: Scusa, grazie
Suck:
Mercato
Taghìa:
Copricapo simile al basco
Theese:
Cornuto
Yalla!: Dai, sbrigati!
Ya yuni!:
Oh miei occhi!
Ya nary!:
Oh mio fuoco!
Zariba: Casa-tenda degli arabi nomadi o poveracci.
Zummitta:
Polenta d’orzo
 






 


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