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Mi chiamo Ada Claut. Sono nata nel 1945 a Suk el Giuma, località della Libia situata a 5 km a est di Tripoli. La storia della mia famiglia, in Libia, inizia nel 1939 nel Villaggio Maddalena in Cirenaica e continua a Sidi Mesri, Miani, Suani Ben Adem e Ain-Zara. Nell’aprile del 1955 lasciamo definitivamente la Libia per fare ritorno in Italia, portandoci via ricordi d’immagini impregnate di “vissuti” che non ci abbandoneranno più.

 
 

 
 

Ada CLAUT










I miei, pochi, CIMELI della Libia, piccoli grandi ricordi...
Il mio libro di Arabo                                                         CLIC per ingrandire l'immagine Introduzione del libro di Arabo                                       CLIC per ingrandire l'immagine Portaritratto con l'immagine di una Madonna                CLIC per ingrandire l'immagine LIBIA- Francobolli anni '60                                                CLIC per ingrandire l'immagine
Il mio libro di Arabo Introduzione del libro di Arabo MIANI - Portaritratto con l'immagine
di una Madonna
LIBIA- Francobolli anni '60

Nota del Webmaster:

per qualcuno possono essere insignificanti, ma dietro ad ogni CIMELIO c'è sempre una storia, una vita... importante!!! e quindi meritano di essere pubblicati come parte della nostra memoria storica...








- I MIEI RICORDI FOTOGRAFICI DELLA LIBIA
(le foto possono essere ingrandite con un clic del mouse e successivamente singolarmente ingrandite ancora)


La mia famiglia con la famiglia Luciani                           CLIC per ingrandire l'immagine Le mie sorelle e Vanda Luciani                                        CLIC per ingrandire l'immagine Ain Zara - mia sorella Anita e amiche                           CLIC per ingrandire l'immagine MIANI. Un gruppo di ragazze, tra cui le mie due sorelle maggiori                                                                              CLIC per ingrandire l'immagine Ain-Zara - Un gruppo di famiglia                                      CLIC per ingrandire l'immagine

A Suani Ben Adem
La mia famiglia con la famiglia Luciani

Le mie sorelle e...
Le mie sorelle e
Vanda Luciani

 Anita e amici...
Ain Zara - mia sorella Anita e amici

A Miani con le suore
Un gruppo di ragazze, tra cui le mie due sorelle maggiori

 

Ain-Zara
Un gruppo di famiglia




















Leptis Magna Mia sorella Anita e le sorelle Serafin     CLIC per ingrandire l'immagine Mio padre nei campi...                                                      CLIC per ingrandire l'immagine Mia sorella con "Nennella" Luciani                                 CLIC per ingrandire l'immagine Sul cornicione della scuola delle suore...                         CLIC per ingrandire l'immagine Foto di gruppo insegnanti ed alunni                               CLIC per ingrandire l'immagine

 A Leptis Magna
Leptis Magna - Mia sorella Anita e le sorelle Serafin

 Nei campi...
Suani. Al centro mio papà, a sx Peppino Luciani e a dx Alì, un aiutante di mio padre

Le amiche...
Ain Zara. A sx mia sorella con “Nenella” Luciani
 

 Sul cornicione delle suore
Ain Zara: questa è una foto fatta sul cornicione della scuola tenuta dalle suore. Ci sono anche le mie due sorelle più grandi... è impossibile dire i nomi delle altre, però qualcuno può riconoscersi. 

A scuola
Ain Zara: foto gruppo insegnanti ed alunni,
davanti alla scuola elementare.






















Mamma e Papà davanti alla nostra casa...                   CLIC per ingrandire l'immagine Mio padre nel frutteto a Miani...                                 CLIC per ingrandire l'immagine Io a 5 anni, mentre colgo un frutto a Miani                CLIC per ingrandire l'immagine La mia casa ad Ain-Zara                                                   CLIC per ingrandire l'immagine Gruppo di famiglia ad Ain-Zara                                  CLIC per ingrandire l'immagine

 Mamma e Papà...
Suani - Mia madre Luisa e mio padre Vincenzo
 davanti alla nostra casa,
 all'ombra della "famosa" Tamerice...

Nel frutteto ...
Mio padre nel nostro
frutteto a Miani...
(anni '50)

Anch'io nel frutteto..
Io a 5 anni, mentre colgo un frutto a Miani

L'unica foto della mia casa ad Ain-Zara
La donna in primo piano è Carmelinda Moretto,
sorella di mio cognato
con due bambini a me sconosciuti

Gruppo di famiglia ad Ain-Zara
Da sinistra: Dino Genitrini e sua mamma,
mia sorella Iolanda con il figlio Aldo, mia mamma con la mia sorellina Franca in braccio,
mia sorella Anita con il nipotino Luciano in braccio.
Davanti seduti, da sinistra:
mio fratello Vittorio, io ( Ada) e mio fratello Mario.























Leptis Magna - Gruppo con mia sorella Anita                CLIC per ingrandire l'immagine Io e la mia madrina il giorno della Cresima                    CLIC per ingrandire l'immagine Mio papà con Grigio, il suo cavallo preferito                   CLIC per ingrandire l'immagine
 Leptis Magna
Gruppo in gita, con mia sorella Anita 
La mia Cresima...
Io e la mia madrina il giorno della Cresima a Servigliano
Mio papà a cavallo...
Mio papà con Grigio,
il suo cavallo preferito
e Zorro, il nostro cane
 
 



























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(frugando nella nostra memoria, tra i ricordi del passato, alla ricerca di attimi indimenticabili della nostra adolescenza) 



UNA CASA BIANCA: LA MIA  14 agosto 2014



Una canzone di Don Backy dice:

“C’è una casa bianca che,

  che mai più io scorderò;

  mi rimane dentro il cuore

  con la mia gioventù


Era tanto tempo fa

ero bimba e di dolore

io piangevo nel mio cuore:

non volevo…”

 
         C’è una casa bianca ad Ain Zara, è la mia!… molto simile a tante altre dei dintorni, ma quella è la mia, il luogo, la “dimora” della mia famiglia, dove mi sentivo sicura, protetta e curata. 

       La facciata dà sulla piazza. Due finestre e al centro la porta che permette di poter accedere all’interno della spaziosa cucina che ci accoglie, mostrando la sobrietà del suo arredamento, mentre il profumo del pane appena sfornato o delle pietanze preparate sempre con cura e arricchite da tipici “aromi di casa”, stuzzicano l’appetito.   Quanti bei momenti in questa parte della casa.

       Vedo ancora la mia mamma che prepara la pasta per il pane ed io che non mi accontento di guardarla, imploro un pezzo d’impasto per dimostrarle le mie capacità di… grande “pasticciona”! Lei dopo un po’, divertita mi dice: “Guarda come ti sei conciata !”

       Corro allo specchio, mi guardo e scopro di essermi infarinata non solo le mani, ma anche la faccia e i capelli, però molto soddisfatta presento la mia bambolina di pasta di pane e aspetto la cottura per apprezzarne anche il sapore.

       Ogni mattina, prima di colazione, corro veloce verso tre scodelle di diversa misura, per accaparrarmi la più grande, per poi barattarla con i miei due fratelli più grandi in cambio di difesa e protezione in caso di litigio tra noi.

       Qui, in questa parte della casa, ho ascoltato i primi discorsi “seri” di mio papà, quando ci parlava dell’Italia come di un paese molto bello e di cui cominciava a sentire nostalgia, perché per noi lì non c’era futuro… e lui sentiva di doverci tutelare, valutando il possibile rientro in Italia. Lo diceva con grande dolore, sapendo, forse, ciò che ci aspettava. Non ha potuto risparmiarci lo “strappo” delle nostre giovani radici dalla terra che ci aveva dato il primo nutrimento… erano troppo delicate per non subire il trauma del trapianto. 

       Non era facile pensare di lasciare questa casa che ci aveva regalato tanti momenti di sana e semplice vita di famiglia. Ricordo le serate di gara di Dama tra mio papà e mia sorella Anita: spesso lei vinceva, ma non poteva esprimere soddisfazione per non ferire troppo l’orgoglio di mio padre che con uno scatto allontanava la scacchiera e con un laconico mugugno incolpava la stanchezza per la faticosa giornata.

       Nella spaziosa cucina c’era posto anche per gli amici. Le ore scorrevano veloci in loro compagnia per una partita a carte, per raccontarsi qualche divertente aneddoto, per qualche consiglio o la confidenza di qualche dolore… ed io, come tutti i bambini, che vogliono attirare l’attenzione, una volta mi sono permessa di sollecitare la conclusione della serata dicendo che era tardi e con una frase infelice, ho aggiunto:”…Ma voi non ce l’avete una casa?” Ricordo l’imbarazzo di tutti per il silenzio che si era creato e lo sguardo di mio papà verso di me con un solo messaggio: ”Chiedi scusa e vai a letto!”.

       Sì, quella stanza è lastricata di nostri vissuti. Come vorrei tornarci! Rimanere in silenzio e risentire le nostre voci di quel tempo. Voci fresche, “argentine”, prive ancora della fatica del tempo e della vita. Riprovare come allora la pace che veniva da poche, semplici cose: una casa, una famiglia e l’armonia che ci univa.

       La ricordo tutta e molto bene la mia casa bianca: quattro locali e un cortiletto interno che rendeva più sicura e più protetta tutta la famiglia. Da una porta del cortiletto si poteva uscire sul retro casa, nella zona degli animali domestici, del forno per il pane, dei servizi igienici, del locale per gli attrezzi da lavoro, del pollaio e, vicino all’orto, una grande vasca di cemento con la preziosa acqua per irrigarlo.

       Qui, tutti i giorni, andavo a lucidare le pentole con un po’ di cenere e sabbia. Io, che approfittavo di ogni occasione per giocare, usavo il fondo della pentola sporco di nero, per disegnare, come fosse una lavagna: alberi, case, fiori… fino a quando la voce della mia mamma che mi chiamava, mi distoglieva dal gioco. In fretta risciacquavo la pentola e correvo a presentare il mio capolavoro per sentirmi dire: ” Brava!” oppure, ” Non va bene, lavala meglio!”

       Della casa ricordo e apprezzo ancora anche la sua posizione privilegiata rispetto all’abitato: a destra (guardando dall’esterno) dell’abitazione, un esteso agrumeto che, nel momento della fioritura inebriava con il delicato ma intenso, straordinario e indimenticabile profumo di zagare.

       A sinistra alcuni alberi di eucalipto e un campo di bocce dismesso, testimone di un’antica passione della gente del posto, attivo quando la mia casa era un bar ed era abitata da un’altra famiglia.

   
 

   Sullo sfondo al centro, molto sfocata, si intravvede la mia casa, è l’unica foto che ho… 

 

       Ho solo un’immagine fotografica della mia casa, molto sbiadita e poco chiara. L’immagine che mi porto dentro è molto più viva e mi fa“vibrare” il cuore ancora oggi, perchè gli eventi che vivo evocano sensazioni ed emozioni già provate  allora.

       Casetta bianca, ma è proprio vero che tu ci sei ancora? Unica superstite sfuggita alla furia della pazzia umana che ha creduto di cancellare il nostro passato, sbriciolando e sotterrando ogni “segno” della comune storia che ci legava a quella terra…

       Cara vecchia casetta bianca, resisti !!!… chissà, forse un giorno verrò a cercarti e, anche se ti avranno trasformata, saprò riconoscerti, non temere … sarà il cuore a dirmi se sei tu!
 

Ada Claut



                  



 
 










 
Nota del Webmaster:
"...il racconto è molto lineare, schietto e intriso da una grande vena poetica. Quello che colpisce di più è la ricerca continua di dissimulare i sentimenti, con una semplificazione del linguaggio che nasconde in chiaroscuro una grande profondità aulica e il bisogno represso di gridare la pena e la sofferenza patita nel lasciare la sua terra, la sua infanzia e i suoi amici... Il racconto si snoda in modo armonioso e per nulla retorico o melenso, e si giunge alla fine tutto d'un fiato, lasciando in chi legge un senso di immedesimazione, solidarietà e appagamento... Un'altra perla di "ricordi sparsi come pàmpini al vento " uscita dalla mente, dal cuore, dalla penna di Ada Claut..."
Ed è appunto per questo motivo che anche le righe e le parole sono tutte "sparse"...
 


 Ain-Zara           02 agosto 2014
 

      Ain-Zara, nei miei ricordi non invecchia mai…! 
      E’ rimasta come l’ho lasciata: una piccola piazza che uscendo dalla porta di casa, salutavo con un solo sguardo; due botteghe arabe, due edifici scolastici, al centro il resto di una sorta di fontana dismessa; una strada davanti all’uscita di casa in direzione Tripoli a destra, mentre a sinistra (se ricordo bene) verso Castel Benito… Tarhuna; la stessa strada ne incrociava un’altra che conduceva a el-Mellaha.

       L’ho lasciata il 15 di aprile del 1955, come se fossi dovuta tornare poche ore
dopo… sono passati quasi 60 anni!!!

 

                    Ain-Zara - Tratto della linea ferroviaria a scartamento ridotto
                 Tripoli - Vertice 31, nel periodo coloniale, anni '30 -'40

       Ain-Zara!.., perché mi hai lasciato partire?... o, forse quel taglio che mi sono procurata con una lametta, imprudentemente lasciata in tasca, dopo aver affilato una matita, voleva essere un “segno”,  un pretesto per fermarci a medicare la mia ferita e così perdere la nave che aspettava al porto di Tripoli? Non so!... so però che mentre quella ferita è guarita quasi subito, l’altra, quella dentro, è INCURABILE. 
       Lì, davanti alla porta di casa mia sono rimaste alcune gocce di sangue che non abbiamo fatto in tempo a pulire perché una voce mi ha richiamato alla realtà di quel momento: ”Sbrigati, sali in macchina, la nave non aspetta!”… Mentre con un fazzoletto stringevo l’indice della mano destra, con il naso attaccato al finestrino posteriore, rimasi a guardare i miei compagni che, felici, giocavano fuori dalla scuola, ignari del mio “addio per sempre” e che, da quel momento, i loro volti, la loro voce e
il “nostro mondo” li avrei ritrovati solo nei ricordi. 
       In Italia ho sofferto molto per quel distacco: mi mancavano tanto il clima, le abitudini, i volti dei miei compagni, delle mie amiche Doris, Aurora, Elia…

       Mi capitava spesso, nel sogno, di essere certa di toccare persone e oggetti lasciati in Libia. Quale delusione quando, al risveglio, mi rendevo conto di aver toccato il mio letto: tutto e tutti… “spariti”!!?!

       Ecco perché, mi è caro il ricordo di quel luogo e ogni tanto chiudo gli occhi per vedere se c’è ancora tutto. Non voglio dimenticare nulla, neanche il sibilo del ghibli che nei giorni in cui soffiava con maggior forza, penetrava attraverso le fessure di porte e finestre e ricopriva il pavimento di sabbia finissima…in quei momenti era meglio tenere anche la bocca chiusa per non ritrovarsela piena di sabbia !
                                       Cerco tra i ricordi la chiesetta, poco lontana da casa mia.

   
  La chiesetta di Ain-Zara nel 2009                                       CLIC per ingrandire l'immagine
 
 Questa è la chiesetta di Ain-Zara com'era ridotta nel 2009

       Grazie alla cara amica Aurora, la rivedo oggi in un’immagine e mi prende una grande emozione nel riappropriarmi di quell’ icona, dopo tanti anni, troppi...!!! 
       Vorrei quasi abbracciarla come si abbraccia un proprio caro che mostra i “segni” di una malattia. Così lei, colpita non per propria colpa, ma dalla sorte avversa e dal tempo, è stata condannata a una morte che fa male al cuore vedere. 
       Vorrei consolarla anche perché l’abbandono e la forzata solitudine l’hanno resa malconcia, lasciando però sempre visibili i segni di una storia d’amore con i suoi figli.

       Ringrazio Aurora per aver ascoltato l’ispirazione di fotografarla e così immortalare ciò che rimane (speriamo sia così ancora) della nostra chiesetta. E’ molto doloroso pensare che sia stata demolita, seppellita con tutti i vissuti di fede di chi l’ha frequentata… 
       Se quelle mura potessero parlare, ci racconterebbero cosa passava in certi momenti nel cuore dei nostri genitori quando, nel sacro silenzio di quel luogo e della propria anima, parlavano della loro vita al loro Dio,… in quella casa voluta e creata perché LUI potesse accoglierli, ascoltarli e benedirli.

       Mi si stringe il cuore al pensiero che potrebbe non esserci più… nel caso, spero che dalle sue macerie si sprigioni un canto d’Amore che fecondi quella terra. 
       Vorrei che chiunque si trovasse a passare di lì sentisse nel proprio cuore una forte vibrazione, quella che un luogo sacro può dare quando la distanza tra cielo e terra è accorciata per la fede di coloro che lì, hanno incontrato il Dio di ogni consolazione.

LA “MIA” VITA ad Ain-Zara

DORIS!
      
Pronuncio ancora questo nome, lentamente e con affetto, mentre dentro di me affiorano piacevoli ricordi di un’infanzia che voleva essere felice e spensierata e poteva esserlo se non si fosse messo di mezzo un altro… “destino”! 
       Doris, prima breve esperienza di una bell’amicizia!
      Doris, amica regalata dalla vita e quasi subito da lei separata: saltare, correre, ridere di niente… era il nostro “impegno” quotidiano: noi ce lo potevamo permettere, era un nostro diritto/dovere… avevamo solo otto e nove anni!

   
 
   

       Ci accontentavamo di cinque sassolini per gareggiare a chi aveva più prontezza di riflessi nel destreggiarci a tenerli in equilibrio sulle mani, o per il gioco “della campana”,
   
 
   
di un legnetto per tracciare in terra le caselle e un ciottolo piatto da lanciare in ogni casella e, come gazzelle, saltare su un piede senza perdere l’equilibrio e raggiungere così la vittoria.
       Non ci accorgevamo dello scorrere del tempo, sembrava quasi che anche lui si attardasse… divertito del nostro godimento.
Insieme… sempre insieme! E tutto era più facile e leggero.
      
   
 
   
Naturalezza e semplicità erano le nostre compagne preferite, ci facevano vivere tutto con entusiasmo. Ci sentivamo “baciate” dalla vita! Era bello svegliarsi al mattino con la voglia di “vivere” il nuovo giorno.
       Ogni sabato andavamo di casa in casa, su richiesta delle suore, per chiedere i fiori per l’altare. Poi con l’aiuto di suor Reginelda e suor Stefanina, in un locale inondato dal profumo delle tuberose, attiguo a destra della chiesa, preparavamo i vasi che poi erano collocati al posto giusto. 
       Il giorno dopo alla messa domenicale, potevamo ammirarli compiacendoci perché anche noi avevamo collaborato per rendere più gioioso quel momento di preghiera comunitaria. 
       Insieme a Doris e ad altri bambini ho preparato anche il mio primo presepe nella stessa chiesa e lo ricordo ancora quel bel momento di “traffico” veloce nello scartare e passare le statuine che man mano animavano il paesaggio. Sì, era bello… ed è bello ancora il suo ricordo: carte dappertutto, impregnate di quel tipico odore di chiuso di tutto un anno, in attesa di quello successivo… che per me non ci fu più!
       Ancora adesso non passa anno in cui nell’allestire il presepe, io non pensi al mio primo… quello di Ain-Zara!

       Potrei raccontare tanti altri momenti, episodi, fatti della mia infanzia vissuti nella quotidianità, in compagnia della mia amica Doris! 
       Credo però che non sono tanto le vicende vissute che dentro di me “rimuginano” quanto piuttosto il “vuoto” che è rimasto di una presenza che per me stava diventando importante: l’amica del cuore! 
       Con lei volevo crescere, confidarle i primi segreti, i primi sogni… affrontare le prime delusioni e i primi dolori. 

       Non è stato così: la nostra amicizia è stata troncata non per nostra scelta, ma per qualcosa che noi, ancora piccole, non capivamo e non potevamo cambiare… gli EVENTI della VITA!
      

 

 

Ada Claut





" Ciao Antonio, ti invio qualche altro ricordo e questa volta con alcune foto che sono riuscita a ritrovare. Le cose che ho scritto e le foto che le accompagna fanno parte di quella "sacralità" che tu conosci molto bene. Per me i ricordi sono preziose perle di vita ma per qualcuno possono essere banalità perciò, se cogli che il contenuto di quanto ho scritto non é adatto al tuo sito, dimmelo, ti ringrazierò ugualmente. Appena riesco, vorrei scrivere ancora qualcosa su Ain-Zara..."


LA MIA MEMORIA “A BRIGLIE SCIOLTE”15 luglio 2014

 






























































































































































 













































































































 







 


























































































































































































































































































































































 











I  LUOGHI


       Oggi, forse sono più fragile di altri giorni o forse sono più forte e più “viva” che mai.
       Sento che devo lasciare libere “le briglie” della memoria: sapori, suoni, profumi, immagini si susseguono in un turbinio che lascia poco spazio alla ragione.
       E’ il cuore che manda messaggi intrisi di forti emozioni… eccoli i ricordi di quella terra LASCIATA ma MAI ABBANDONATA: la Libia!



SUK el GIUMA e SIDI MESRI

 

      SUK el GIUMA di te non ho ricordi d'immagini. 
      Per te e per SIDI MESRI ho gratitudine per avermi dato la ”benvenuta” su questa terra.
   Però, purtroppo, ricordi, no... E di questo ne sono molto dispiaciuta, ma non posso farci niente...

 

MIANI

       Di te MIANI, ricordo il lungo viale di alberi di eucalipto che portava fino a Tripoli e che ogni giorno percorrevo, accompagnata dal mio papà in calesse, per raggiungere l’asilo gestito dalle suore, dove ho iniziato a scoprire “il mondo dei perché” dei bambini.

La strada tra Miani e Sidi Mesri                                          CLIC per ingrandire l'immagine
                   Il viale di eucalipti che percorrevo, tra Miani e Sidi Mesri

         Lì, infatti, ho iniziato a sviluppare la fantasia e la creatività. 
         Di quel periodo conservo ancora un porta ritratto, a forma di stella con l’immagine di una Madonna. 

        Ricordo il carrubo nel cortile della scuola con i suoi dolci frutti e dove, per una marachella, sono stata legata a un suo ramo… 
        Care suore, non ricordo perché ho meritato quel castigo ma ricordo che non sono rimasta ad aspettare di essere slegata da voi. 
       Mi sono ripresa la libertà slegandomi da sola e, a vostra insaputa, con piena incoscienza mi sono inoltrata, sfidando i pericoli, nel lungo viale fino a raggiungere l’azienda Nicolini dove si trovava la mia casa e dove la mia mamma sorpresa e incredula si chiedeva cosa potesse essere successo.

       Poco dopo, due suore, preoccupate e dispiaciute per l’accaduto, vedendomi tirarono un respiro di sollievo e con uno sguardo di rimprovero e un forzato sorriso mi dissero: ”Non farlo più!”.
Nascosta dietro la mia mamma, dentro di me, rispondevo: ”Però… anche voi!”

        MIANI, “terra” fertile.

Io a cinque anni, mentre colgo un frutto a Miani           CLIC per ingrandire l'immagine
Io a cinque anni, mentre colgo un frutto 
   

       Mi rivedo tra gli alberi rigogliosi e generosi di squisita frutta. Le mani esperte di mio papà avevano ottenuto, con particolari innesti e con anni di anticipo rispetto al tempo in cui sono diventati frutti comuni, i primi mandaranci, limoni “dolci,” nespole eccezionali...

Mio padre nel frutteto a Miani                                      CLIC per ingrandire l'immagine
 
Mio padre Vincenzo nel frutteto a Miani

      Lì ho imparato a raccogliere e a man-giare i fichi d’india senza riempirmi di spine: all’apice di una canna di bambù veniva posto e fissato un barattolo che doveva incastrare il frutto e con un colpo secco staccarlo dalla brattea, poi nell’acqua veniva spazzolato per perdere le spine e infine con coltello e forchetta sbucciato e gustato.
       La frutta coltivata a Miani è rimasta nella mia memoria olfattiva e gustativa per la particolarità dei sapori… mai più riprovati! 
  

 

SUANI BEN ADEM

       Una strada sterrata, coperta di mallo di mandorle, era il tratto che portava da quella principale, Tripoli - Garian, a casa mia nell’Azienda Paloschi, a qualche chilometro dal centro di Suani.

       Una grande Azienda agricola con agrumi di ogni tipo, coltivazione di mandorle,  gelsi,  ortaggi vari  e  abbondanti raccolti di grano, orzo, 
Al centro mio papà, a sinistra Peppino Luciani e a destra Alì, un aiutante di mio padre                              CLIC per ingrandire l'immagine
 
Al centro mio papà, a sx Peppino Luciani e a destra Alì, un aiutante di mio padre

uva, questo era l’ambiente attorno alle tre abitazioni unite e occupate dalla nostra famiglia, da quella di Peppino Luciani e da un anziano che abitava da solo perché le sue figlie lavoravano e abitavano a Tripoli. 
       Noi bambini avevamo tanto tempo per sognare, fantasticare… GIOCARE. I nostri giocattoli erano gli alberi, la sabbia, i sassi, gli animali, gli oggetti e gli indumenti smessi dagli adulti e… perfino le nuvole! 
       Quanta creatività e quanta sana e serena allegria ispirava i nostri giochi: ritengo che i due anni trascorsi a Suani abbiano messo le basi per formare il mio carattere e l’ottimismo sostanziale che ha sempre accompagnato la mia vita.

       Mi rivedo ruzzolare sulla duna dalla sabbia bollente e sento ancora il solletico che mi procurava i suoi granelli, scorrendo tra le dita dei piedi che erano sistematicamente scalzi e nudi.

Come dimenticare il silenzio di certi momenti trascorsi a sognare ad occhi aperti con il naso che sembrava toccasse il cielo, dove le nuvole si animavano e diventavano draghi, angeli, monti… tutti i personaggi che la fantasia del momento suggeriva: altro che cartoni animati o giochi elettronici inventati da adulti!
       Lì eravamo noi a interagire con le cose e gli animali e, con la fantasia, a creare con poco il nostro divertimento.
       L’ESSENZIALITA’ come valore di vita, l’ho imparato durante l’infanzia trascorsa in Libia.


      Gli adulti con le loro occupazioni ci aiutavano a vivere le giornate in modo attivo: eravamo spettatori attenti e interessati quando vedevamo preparare la legna che sarebbe diventata carbone o quando avveniva la trebbiatura o la raccolta delle mandorle che richiedeva la sbucciatura del mallo.

       In quell’attività i bambini erano invitati ad aiutare gli adulti che poi li avrebbero ricompensati con qualche soldino. 

      Con le prime poche monete che anch’io ho guadagnato, ho potuto comprare la mia prima collanina di vetro, color amaranto, da un venditore ambulante, passato per caso davanti alla nostra casa.       
Quella collana mi ha fatto sentire grande (avevo forse poco più di sei anni) non solo perché la indossavo, ma perché in quel momento ho capito l’importanza del lavoro: guadagnando potevo esaudire i miei desideri. Più tardi ho capito anche che è importante per realizzare la propria dignità.

       Per noi bambini giocare era anche imitare gli adulti nelle loro varie attività quotidiane.
       La frase che ripetevamo più spesso era: ”Facciamo finta di …“ e ci improvvisavamo a fare di tutto, dal fingere di fare il pane con acqua e sabbia, al passare la spazzola al cavallo… che non sempre la gradiva e una volta me l’ha fatto capire con un bel calcio sull’addome che mi ha lasciato tramortita per un po’… sì, spesso ci si metteva nel pericolo.

       Una volta sono stata inseguita da un toro al quale avevo tirato un po’ troppo la coda, pensando di farlo spostare da dove si trovava. Un’altra volta, un tacchino da me stuzzicato e preso in giro, si è vendicato beccandomi un piede, dove mi ha lasciato il segno e l’insegnamento che anche gli animali possiedono una loro dignità e devono essere rispettati.

       Altro gioco passatempo erano le gare ad arrampicarsi sugli alberi per improvvisate merende a base di more di gelsi, di mandorle e di altri frutti, diversi per ogni stagione, compresi i datteri che appena colti hanno un sapore completamente diverso: da quando siamo in Italia, non li ho più mangiati e devo accontentarmi di quelli seccati e conservati.

        A Suani ho frequentato la classe prima e parte della seconda  elementare.
       Ripenso al primo quaderno con la copertina nera e il bordo rosso riempito di aste ///////////, puntini::::::::……, curve((((((((( e greche \\\\----____|||| (adesso si chiamano esercizi di Prè-scrittura).

       La prima parola letta e scritta da me è stata RAMARRO: ricordo ancora l’immagine di quel rettile, a me sconosciuto fino a quell’istante, di un bel verde smeraldo che occupava la prima pagina del mio primo libro di lettura.

       Naturalmente anche a quei tempi il momento più bello della giornata scolastica era la ricreazione fatta all’aperto, in cui consumavamo gioiosi la nostra merenda: per me, di solito pane e frittata e un’arancia o un mandarino.

       Dopo merenda avevamo ancora un po’ di tempo per qualche gioco libero, poi si ricominciavano le lezioni con il dispiacere di aver lasciato, secondo noi troppo presto, la nostra attività preferita. 

            Il tragitto casa/scuola, avveniva con il calesse trainato da Grigio,

Mio papà con Grigio, il suo cavallo preferito e Zorro, il nostro cane                                                                     CLIC per ingrandire l'immagine
Mio papà con Grigio, il suo cavallo 
preferito e Zorro, il nostro cane

un cavallo di razza araba docile solo con mio papà; o con il carro dell’Azienda trainato da Stella una bellissima cavalla con una stella bianca in fronte.
       Con il carro che ci accompagnava a scuola, saltuariamente, si facevano le scorte di acqua potabile (in grossi bidoni), o di alimenti (zucchero, farina, tonno...)
.

       Lungo il cammino ero solita osservare e “fare scorta” d’immagini, suoni, profumi…, mentre percorrevamo la strada asfaltata che sprigionava calore e odore di catrame.

       Il fruscio delle foglie di eucalipto, mosse dal ghibli, accompagnava il dondolio del carro fino alla scorciatoia sterrata, dove il dondolio si trasformava in sballottamento, ma ci permetteva, attraversando il mandorleto (spettacolare quando era in fiore), di accorciare i tempi per arrivare a casa e, con l’urgenza di andare a giocare, “divorare” in fretta tutto ciò che la nostra mamma aveva pazientemente e con cura preparato per il pranzo.
 

       Qualche volta mi piaceva andare a mangiare da Lisa Luciani (mia compagna di giochi e vicina di casa) gli spaghetti alla chitarra, fatti dalla sua mamma secondo una tradizione abruzzese e che condiva con un sugo leggermente piccante molto particolare, che lasciando Suani non ho più assaporato perché non era nelle abitudini gastronomiche della mia famiglia.

       Tra i ricordi spicca anche l’immagine di Zorro, il nostro cane buono e paziente. Con lui potevamo sentirci tranquilli, ci seguiva e ci difendeva da pericoli di ogni genere, anche dagli scorpioni, neri o bianchi, presenti un po’ dappertutto con il loro morso letale.

 

      Penso che, a questo punto, debba mettere un freno alla memoria perché sono troppi i ricordi che si affacciano.

      Penso a Her e Bàscera una coppia di sudanesi, marito e moglie, fedeli aiutanti di mio papà; al dottor Paloschi, proprietario dell’Azienda, il quale aveva grande stima di mio padre per come svolgeva il lavoro e al quale mostrava grande fiducia quando si assentava per i lunghi periodi che trascorreva in Italia; infine la moglie Regina, alla quale portavo spesso mazzi di fiori, in particolare le Zinnie perché a lei piacevano molto ed io ero felice perché era bello sentirmi dire: “Che meraviglia, grazie Ada!”
       A questo punto, tutto il “RESTO” dei miei ricordi di Suani ritorna nello scrigno della memoria e da lì usciranno solo quando avrà un senso ricordare e cioè non per nostalgia, ma per farne dono a chi saprà apprezzarne il valore al di là del tempo.

  

Ada Claut

                               

 
 

 

 



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Un soffio della mia Libia...                          19 maggio 2014

 


        Chiudo gli occhi e nel “Libro della Memoria” cerco il GRANDE albero di Suani Ben Adem, la TAMERICE
   

A Suani - Mamma e Papà e la Tamerice...                       CLIC per ingrandire l'immagine

 
La MIA tamerice davanti a casa mia, con mamma e papà  
che troneggia, maestoso, davanti alle tre abitazioni, strette una all’altra come difesa sicura agli abitanti.
  La guardo come si osserva un amico cercato e improvvisamente ritrovato...       sì, C’E’ TUTTO!!! 
        Lo rivedo lì, maestoso, unico, con grandi e lunghi rami. Il tronco rugoso, segnato dal tempo, lascia trapelare l’età non più giovane.
    Mi abbandono allora ai ricordi e improvvisamente mi ritrovo sotto la sua fresca ombra che dona ristoro a piccoli e grandi nelle ore più calde e infuocate del giorno.

        Nella giusta stagione, accoglie i raccolti di uva straordinariamente zuccherina che dopo poche ore emana il suo tipico profumo di mosto; alla vendemmia si alterna la raccolta di svariati tipi di corpose mandorle e di gustosi e profumati agrumi.   
        Quando il giorno cede il passo alla notte, la tamerice si trasforma in manto impermeabile alla rugiada e dona la sua protezione ai vari raccolti di stagione.

       Di sera gli adulti, sotto i suoi rami, si attardano a raccontarsi il loro “Quotidiano”, intriso di fatica, qualche preoccupazione e tanta serena solidarietà, mentre noi bambini ci rincorriamo giocando a “nascondino” o, con i vecchi cerchioni di biciclette e un bastone, ci trasformiamo in piloti di auto veloci…
CHI E’ PIU’ FELICE DI NOI !?!?!

 

 











 

















































 
        Si va avanti a giocare fino agli ultimi sprazzi di luce del giorno, poi stanchi ci “accoccoliamo” sulle ginocchia morbide della paziente mamma e ci abbandoniamo ad un riposo tranquillo che continuiamo, portati in braccio, nel nostro letto con lo scricchiolante materasso di foglie di mais. Il silenzio regna!!! 

       Prima di abbandonare i ricordi dò un ultimo sguardo alla grande chioma dell’albero e intravedo il fiasco, avvolto da pezzi di sacco bagnato , che mio papà appende ogni sera ad un ramo per avere l’acqua fresca… non c’è il frigorifero, non arriva la corrente; il lume a petrolio ci accompagna in ogni stanza e la sua luce, proiettando le ombre sul muro, avvolge ogni cosa di mistero.

        Insisto a guardare tra i rami, cerco i suoi occhi inquietanti, dove li ho incrociati la prima volta, ma non li vedo… si sarà mimetizzato con la notte, il CAMALEONTE!

Tutto tace, ma i ricordi insistono, vogliono riprendere vita e cercano, cercano i volti e le voci… 
        Lisa, dove sei? Dai giochiamo ancora un po’… No, mamma mi chiama... è buio… ho paura! Non ti preoccupare, ti accompagno io. Già, ma chi accompagna te?... Facciamo così: tu mi guardi e io corro! E con il cuore in gola, per la paura, corro a casa gridando: ”Mamma!... Mamma!…” mentre Lisa da lontano mi saluta e chiude la porta. 

        Il turbinio di ricordi si sta trasformando in nostalgia della vita sotto il grande albero che con i suoi lunghi ed estesi rami delinea lo spazio che spontaneamente si trasforma in piazza, la nostra piazza. La piazza degli incontri, degli scambi, dei giochi, del lavoro… della VITA! 


 
 

    Ada Claut

 







 

 
 

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