­INTRODUZIONE

 

Questo libro, viene scritto unicamente per raccontare la vita di un ragazzo, che le vicissitudini della seconda guerra mondiale, gli fecero vivere una adolescenza molto triste. Come me, altre migliaia di ragazzi della stessa età, compresi fra i 6 ed i 14 anni, vennero strappati alle loro famiglie residenti in Libia, e trasferiti in Italia.

Era l’anno 1940, L’Italia fascista e la Germania nazista, si apprestavano a dichiarare guerra al mondo. Il teatro di guerra in Nord Africa, fece si che il governo si preoccupasse dell’incolumità di noi adolescenti. Penso che ciò fu fatto, unicamente perché noi rappresentavamo la futura generazione di soldati. I miei ricordi, dopo tanti anni, non potrebbero essere perfetti al 100 per 100. Cercherò al meglio, di raccontare quello che noi ragazzi abbiamo vissuto in quel periodo della nostra gioventù.

Posso solo dire, con assoluta certezza, che noi tutti, all’inizio eravamo felici. Sembrava che si sarebbe trattato di una semplice vacanza. Purtroppo la vacanza si protrasse per ben lunghi 8 anni. Per i ragazzi della mia età, fu veramente tremendo. Avevamo dimenticato completamente la fisionomia dei nostri cari. Ad un bambino di 6 anni, non si può dire che i genitori non sono presenti perché c’è la guerra. A quella età, i bambini anno bisogno di sentire la vicinanza dei propri cari. Crescono, ma perdono gli affetti che unisce le famiglie.

Al nostro ritorno in Libia, dopo ben 8 anni, non trovammo quella gioia che si prova al rivedere i propri genitori o parenti. L’impressione che provai, era si di contentezza di rivedere i miei genitori, ma a me, sembravano degli estranei. Certo che con il tempo e la ragione, capivo dove ero, e con chi ero.

Adesso sono vecchio, ho fatto famiglia, ed ho due figli, che anche se non glielo dico a parole, sono tutta la mia vita. Ho fatto di tutto, affinchè crescessero con tutto l’amore che un genitore può dare ai propri figli. Loro adesso mi hanno dato, 2 nipoti ciascuno, e pertanto la mia vecchiaia volge al termine nel migliore dei modi. Solo il ricordo di tutti quei ragazzi che hanno condiviso, le gioie e i dolori di quegli anni passati insieme, in giro per l’Italia, spostati da una colonia all’altra mi sono rimasti tutti nel cuore.

Noi che saremmo dovuti diventare i futuri difensori della patria, abbiamo imparato a nostre spese, cosa è la dittatura. Crescendo però, cominciavamo a vedere le cose, con altri occhi. Ci sentivamo abbandonati da tutti. Subito dopo l’8 settembre del 1943, nessuno si curava più di noi. La fame che abbiamo patito a Bordighera e San Remo, è stata veramente tremenda.

Auguro a tutti, di non passare mai quella brutta parentesi della mia gioventù.

N.B. - Il cognome Bidone, è quello che noi avevamo quando siamo giunti in Libia. Successivamente dal 1959, abbiamo assunto il vero cognome di mio padre, il quale si chiama Bedoni. Attualmente, i miei tre fratelli maggiori, continuano a chiamarsi Bidone (curioso vero?)

 

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­CAPITOLO 1

 

Sono Giovanni Bedoni, nato ad Ariano Irpino (AV) classe 1933.                    La mia infanzia vissuta in quel piccolo paese, arroccato sulla montagna, è stata abbastanza bella. Mio padre, dai suoi racconti, mi diceva che lui faceva lo spazzino al paese. A quel tempo, avere un lavoro, era una gran fortuna. Si, poiché in quei paesi di montagna, non era facile trovare lavoro. Mio padre, era un decorato della prima guerra mondiale. Forse fu per quello che lui ebbe quel posto di lavoro. Di certo, con la sua paga, non sarebbe riuscito a sfamare tutta la sua famiglia. Noi eravamo ben sette figli, e potete immaginare i salti che si dovevano fare per vivere discretamente. Cosicchè i primi due fratelli che erano già abbastanza grandi, cominciarono a lavorare in campagna, nelle masserie dove venivano chiamati. La paga, era quello che era. Nelle campagne, non c’erano contratti di lavoro, ma solo a chiamata. Comunque, nella spensieratezza della mia giovane età, per me la vita era tutta un gioco. Ricordo che la Domenica, i miei fratelli grandi, restavano quasi sempre in casa, e così giocavano con noi più piccoli. Fu proprio in una di quelle domeniche, che i fratelli restassero a casa, che successe quell’incidente. Mio fratello Pasquale e Vittorio, avevano deciso di andare in campagna a prendere della frutta. Io volevo a tutti i costi andare con loro. Naturalmente, essendo io molto piccolo (avevo circa 5 anni) si opponevano in tutti i modi. Cosicchè si incamminarono dirigendosi verso la loro meta. Io con la mia incoscienza, cominciai a corrergli dietro. Vittorio, girandosi mi vide, ed allora cominciò a sgridarmi dicendo di tornare indietro. Io con la cocciutaggine dei bambini, continuavo a seguirli. A quel punto, Vittorio, con l’intento di dissuadermi, prese un sasso e me lo scagliò contro. Con sua grande sfortuna, il sasso mi colpì proprio in mezzo alla fronte. Non potete immaginare la costernazione dei miei fratelli, poiché io caddi a terra in un lago di sangue. Non so cosa fecero dopo i miei fratelli, so solo che a me è rimasta una profonda cicatrice proprio in mezzo alla fronte. Intanto le giornate continuavano a scorrere lentamente. Io continuavo a giocare, ed aspettavo sempre con piacere il sabato pomeriggio. Si, perché il sabato pomeriggio si andava alla casa del Fascio, dove si poteva mangiare del pane bianco gratuitamente. Ricordo che chiunque poteva andare a mangiare il pane. Se ne poteva mangiare a volontà, ma era tassativamente proibito portarlo via. Ricordo che un giorno, dopo aver mangiato, ed aver giocato con gli altri bambini, mi misi un pezzo di pane nella mia piccola tasca. All’uscita però, la guardia se ne accorse, e dopo avermi sgridato e fatto promettere che non lo avrei più rifatto mi lasciò andare. Certo che i ricordi di un bambino, vagano da un episodio all’altro. Ricordo la casa dove abitavamo. Si entrava in una grande sala, in fondo alla sala, c’era una mangiatoia con un asino ed una capra che mangiavano erba. Il pavimento, non era liscio, bensì acciottolato. Sul lato destro, c’era una rampa di scale, che portava al piano superiore. Era composta da 2 stanze. In una dormivano i grandi, nell’altra dormivamo noi piccoli, con i nostri genitori. Ricordo che la casa era tremendamente fredda. Per scaldarci, e soprattutto per scaldare il letto, mia madre accendeva un braciere, ( che si chiamava il monaco ) e lo posizionava sotto le coperte, in modo che quando andavamo a dormire, sentivamo un po di caldo. Purtroppo una notte, con mia grande sfortuna, chissà come, andai a finire con un braccio dentro il braciere.

 

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Per motivi di spazio non vengono pubblicate le altre pagine che compongono il libro,

però tutto il libro può essere visualizzato, consultato e stampato cliccando sul pulsante sottostante.

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­­- Pagina di Copertina -

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Il Sito è lieto di presentare il libro del nostro amico e collaboratore, Giovanni BEDONI:

"Vita di una famiglia di contadini all'ombra di Mussolini - Vita di un bambino cresciuto per la grandezza della Patria"

storia di uno dei tanti bambini strappati alle famiglie nel 1940 e portati nelle colonie in Italia, a causa della guerra. E del successivo ritorno in Libia dopo diversi anni, la ripresa della vita quotidiana, fino al definitivo ritorno in Italia, il 28 novembre 1961.

Vi lascio immaginare le urla di dolore che cominciai a lanciare.

Accorsero subito i miei fratelli più grandi, i quali mi portarono subito dal medico, il quale dopo avermi medicato, rassicurò i miei genitori, che nel frattempo erano arrivati, dicendo loro, che sarebbe rimasta solo una cicatrice, ma che non era nulla di grave. Infatti, ancora oggi, ho una bella cicatrice sul braccio sinistro, in ricordo di quella brutta avventura.

Ricordo che in quel periodo, avevo cominciato a vedere una certa agitazione in casa. Io non capivo cosa stava succedendo. Sentivo mio padre che diceva, quando eravamo a tavola, se tutto va bene, non patiremo più la fame. Lui continuava il suo lavoro di spazzino, per me era tutto normale. Anche se domandavo a Vittorio che era poco più grande di me, cosa voleva dire papà, lui non sapeva nulla.

Verso la metà del 1939, l’eccitazione in casa, era diventata enorme. Sentivo mio padre dire, fra poco figli miei, andremo via da qui. Il nostro Duce, ci darà una bella casa, con tanto terreno da coltivare. Potremo stare tutti bene. Nessuno di voi, dovrà andare a lavorare sotto padrone. Ricordo che anche i miei fratelli più grandi, erano felicissimi di andare via. Si diceva, che in quei posti dove dovevamo andare, c’era tanto sole, e che non avremmo più sofferto il freddo. Di ciò, dovevamo ringraziare il nostro amato Duce, che con la sua intelligenza e la sua forza d’animo, si prodigava per il bene del suo popolo. Come non credere a tutto ciò?

Mio padre ci disse che lui aveva fatto domanda in Comune per potere andare in Libia. Lui fu l’unico di Ariano Irpino, ad essere scelto per andare Libia. Tant’è che io ormai grande, non ho mai saputo della presenza in Libia di un nostro compaesano. Si diceva che forse, mio padre era iscritto al partito fascista. Io non ho mai creduto ad una simile eventualità. Non perché sarebbe stato un disonore, anzi, per quei tempi che tutti si dichiaravano fascisti, sarebbe stato un vanto se ciò poteva essere vero. Mio padre, era completamente analfabeta, non sapeva ne leggere, nè tantomeno scrivere. Sul foglio di via e su tutti i documenti che gli venivano sottoposti da firmare, c’era scritto: Bidone Francesco Paolo di padre N.N. Su tutti i documenti, lui apponeva semplicemente una croce così X.

In appresso, spiegherò il perché io mi chiamo Bedoni Giovanni. Io credo che egli fu scelto, perché essendo un decorato della prima guerra mondiale, e soprattutto perché aveva già ben sette figli, 5 maschi + 2 femmine + un altro che sarebbe nato i primi di Gennaio del 1940. Il governo aveva bisogno di famiglie numerose da mandare a coltivare quegli aridi terreni della Libia.

Finalmente arrivò il grande giorno. Mio padre tornò dal lavoro con un foglio di carta, nella quale gli si ordinava di presentarsi con tutta la famiglia ed i propri bagagli in piazza per il giorno prestabilito, (non so esattamente quale) avrebbe trovato un auto, che ci avrebbe portati al porto di Napoli. Non ricordo quanto tempo impiegammo per arrivare a destinazione, ricordo solo quanta gente che gridava e salutava i parenti che lasciavano. Dopo un po di tempo, alcuni uomini in divisa, ci fecero mettere tutt’intorno ad un palco. Sopra c’era un uomo pure lui in divisa, che ogni tanto gridava un nome, al che qualcuno rispondeva, Presente. Quando fecero il nome di mio padre, anche lui disse, Presente.

Si avvicinarono due uomini in divisa, e ci accompagnarono tutti fino alla scaletta che portava sulla nave. Il viaggio via mare verso Tripoli, non lo ricordo affatto. So solo che quando arrivammo al porto, c’era una folla immensa, tante bandiere e tanti uomini con la divisa che ci dicevano dove dovevamo andare. In fianco alla piazza dove ci mandarono, c’erano una infinità di camion con su scritto sulle fiancate, il nome del villaggio dove ogni famiglia era stata assegnata.

 

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