Aurora

MAMMONE

Presentazione dei racconti dell'amato padre

Antonio MAMMONE

Antonio MAMMONE

Antologia dei racconti più belli

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- 1 -

L'aula del Tribunale di Suck el Giuma era affollata e il maestro che, per la prima volta in vita sua, era stato chiamato a testimoniare osservava timoroso e seccato le procedure di rito per l'avvìo di quel processo che vedeva un arabo accusato di tentato omicidio.

Il Qadj (1) non aveva ancora preso posto alla sua Cattedra nell'ampio salone e l'accusato con le manette ai polsi, fra due "police"  armati di fucile, con le spalle alla parete sotto la gigantografia del Re Idris Primo, attendeva seduto sulla lunga panca di legno stile novecento fascista; a destra un tavolino al quale aveva già preso posto il Cancelliere con i suoi ... attrezzi del mestiere, cioè calamaio di inchiostro, penna e varie scartoffie. Un altro policeman faceva la guardia ad una porticina dietro la Cattedra e quando il cancelliere diede il segnale comandò:

-"In piedi ! entra la Corte !"

E la Corte entrò. Era un ometto sulla sessantina in palandrana nera e con la solita taghìa (2)rossa che lasciava intravedere la linea candida della sottotaghìa che ogni raffinato professionista portava in bell'evidenza come simbolo dell'igiene e della pulizia . Sedette e il Cancelliere fece segno al pubblico che poteva anch'esso sedere: ma era inutile routine perchè in quell'aula non c'erano sedie, la gente stava tutta in piedi.

Il Qadj dopo aver confabulato con il Cancelliere chiamò alla sua Cattedra i rappresentanti dell'accusa e della difesa e cioè un Ispettore di polizia per l'accusa e un avvocato, arabo, per la difesa; poi chiese all'imputato se era pentito.

"Di che cosa dovrei essere pentito ? Io non ho fatto niente di male e non so perchè mi hanno arrestato." -rispose l'accusato.

Il Qadj non lo degnò di una risposta e chiamò il primo testimone dell'accusa, cioè il maestro.

-"Tu  sei  il  muhallim (3)   italiano   di   Ain-Zara (*),   vero ?"

-chiese- "Hai dato le tue generalità al Cancelliere? Sì ? Va bene. Conosci l'imputato?"

Prima del maestro rispose l'imputato :

-"Certo che mi conosce ! che bella scoperta; lui conosce me e io conosco lui ! Tutti mi conoscono ad Ain-Zara ! Tu gli devi chiedere, ya effendi (4) , se mi ha visto dare la coltellata a quel rumy (5) traditore! "

-"O scut, ya hammar ! " (6) -lo zittì irritato il Qadj-

---"Inam, sciucran, ya effendi !- (7) Ancora non erano di moda i films americani di Perry Mason altrimenti avrebbe detto "Vostro onore".

"O scut, ya hammar !" - ripetè il Qadj - "Un'altra parola e di scaccio dall'aula." E mentre uno dei Police affibbiava un colpo col calcio del fucile al povero detenuto, rivolto al maestro :

-"Rispondi maestro, lo conosci ?

-"Si signor Giudice, lo conosco; si chiama Alì ben Hamed e lavora a mezzadria nell'azienda agricola del Commendator Diodoro Macaluso, ad Ain-Zara.

 

 

- 2 -

Il maestro aveva conosciuto Alì quella notte in cui mister Trothon si era addormentato sulla "tabbia", il terrapieno che divideva la strada asfaltata dal grande cortile della Scuola italo-araba di Ain-Zara, un centro agricolo a sud di Tripoli con le "concessioni" (8) di Franco Ingravalle,una delle più estese e produttive con pingui aranceti ed estesi uliveti; della Società Gondrand, temporaneamente in affitto ai Fratelli Di Franco; del Commendator Macaluso, il segretario generale del Comune di Tripoli ritiratosi a vita privata dopo l'occupazione inglese della Tripolitania; del dottor Lanza, il medico condotto filosofo, e la grande azienda agricola del Carcere. Il maestro era in amicizia col fattore di questa Azienda , Pietro Convertini, che aveva due figlie di nove e undici anni, Elia e Palmina, che frequentavano la quarta e la quinta classe; tramite, appunto, Convertini, aveva conosciuto mister Trothon, un ex capitano dell'Armata inglese che gravemente ferito nello sbarco in Normandia con le forze alleate della seconda guerra mondiale, nel giugno del 1944, dopo lunga convalescenza e l'avvento della pace, era stato promosso e inviato in Libia a prestare servizio in qualità di Direttore del Carcere di Ain-Zara.

Due volte la settimana, nel tardo pomeriggio, Mr. Trothon si concedeva la “libera uscita” e in sella alla sua motocicletta militare BSA si recava a fare una… visitina al Bar di Tonellotto, a Miani, il piccolo agglomerato urbano a circa sei chilometri da Tripoli e altrettanti da suo Carcere. Lungo il percorso di andata si fermava alla Scuola per salutare il maestro e il più delle volte per convincerlo ad andare con lui a bere una birra. Una sera in cui si sentiva particolarmente irritato e critico nei confronti della famiglia reale della sua Inghilterra perchè la Principessa Elisabetta, futura Regina, aveva sposato Filippo Mountbatten da lui considerato un "faken greco" proprio in quel fornito Bar di Tonellotto fece il "pieno" tracannando diciotto bottigliette di birra OEA (9)Il maestro anche lui in quell'occasione bevve più del consentito dalle sue abitudini, sei bottigliette, un quarto di una intera cassa, e si sentiva un po' girare la testa: non voleva salire sulla motocicletta per tornare a casa ma mister Trothon con un linguaggio misto italiano-arabo-inglese :"tu no young...you very sciabani ! Io no drunk as a lord, io only sacran poco poco" (cioè : Tu non sei giovane,sei molto vecchio; io non sono ubriaco marcio; sono soltanto un poco brillo!) lo convinse a seguirlo. Paurosamente ondeggiando la BSA. arrivò fin quasi davanti alla scuola ; mister Trothon tentò di fermarsi per far scendere il maestro ma sbagliò manovra e rovinò sul bordo di una "tabbia" (terrapieno) dove si addormentò tranquillamente. Era ormai buio e il maestro non poteva lasciarlo lì steso e andarsene a casa. Anche se un po' "sbronzo", mise in moto la sua Fiat 1100 "Calandra" che teneva parcheggiata davanti alla propria abitazione e si apprestò a caricare l'amico addormentato per portarlo al suo Carcere. Ma ci sarebbe voluta una gru per sollevare quell'omone di un metro e ottanta e quasi cento chili di peso ! Chiese aiuto ad alcuni arabi che transitavano a quell'ora e fu così che aveva conosciuto Alì ben Hamed, un buon uomo sulla cinquantina, rispettoso e beneducato.

 

 

- 3 -

Carlo G., un bel giovanotto figlio unico di un piccolo proprietario terriero con Azienda agricola confinante con quella del Dott. Lanza, era stato alunno del maestro nella quinta elementare, sei anni prima; ora, quasi diciottenne, la mattina frequentava con scarso impegno le scuole secondarie a Tripoli e nel pomeriggio faceva il "vitellone" girovagando per tutta la contrada fino a Shgedeida, a Mellaha, e alla grande concessione "Fatma" del Comm. Lattanzi per incontrare amici con i quali bere, a volte alzando troppo il gomito, birra o, in mancanza di questa, leghby (10) .

Tornando a casa da scuola, un assolato pomeriggio, Carlo incontrò una mabruka (11) intenta a raccogliere erba, forse per i conigli o per la capretta, sul ciglio della strada al confine della sua Azienda.

Le mabruke, le donne arabe, dall'inizio della pubertà fino al termine della bella stagione e spesso anche oltre, erano -e sono ancora oggi in alcune regioni retrograde come l'Afganistan e gli “Emirati del Golfo”- costrette a coprirsi il viso e tutte le "nudità", non solo quelle pudende , con il "barracano" lasciando davanti a un solo occhio una fessura attraverso la quale vedere senza correre il rischio di inciampare camminando. Ma sono sempre donne e, come tali, specialmente se si ritengono belle, amano farsi ammirare dagli uomini. Quella mabruka, anche se infagottata nel barracano, era carina e lo sapeva e quando quel bel giovanotto, ragazzo si direbbe oggi falsando il significato letterale del vocabolo, le passò accanto, come per caso si scoprì il viso e gli lanciò uno sguardo tanto voluto quanto veloce e saturo di timido interesse.

Nei giorni seguenti la mabruka si fece trovare sempre lì, a raccogliere erba, e quando Carlo passava i suoi sguardi a viso scoperto si fecero gradualmente meno timidi, più amichevoli e decisi.

Carlo, bisogna dirlo a sua scusante, non ci teneva tanto a rischiare grosso con una mabruka e fingeva di non vederla perchè la prima regola di comportamento degli italiani era quella di non avvicinarsi mai, neppure per dire buongiorno o buonasera, ad una donna araba sola. Ma quella mabruka era veramente notevole; aveva un visino dolce da bambina e uno sguardo intenso e misterioso , ritroso e provocante che faceva ribollire il suo istinto di "macho" emergente. "Rinunziare a un tal facile bocconcino" -pensava- "significa offendere la propria mascolinità !" e un giorno, un paio di settimane dopo il primo incontro, si fermò e le chiese il nome, poi dopo essersi accertato con rapido sguardo che nessun occhio indiscreto poteva inquadrarlo, la attirò sotto un enorme eucaliptus e la baciò lungamente sulla bocca.

Khadija, così si chiamava la mabruka, non collaborò ma non oppose nemmeno alcuna seria resistenza limitandosi a mormorare:"Enta sciatan, kalass kalass, enta sciatan" (12) e poi, divincolatasi, si inginocchiò ridendo a raccogliere l'erba.

Carlo non era scemo e si rese conto che non poteva andare oltre, lì in pieno giorno. Per lui quell'avventura era cominciata e finita nello stesso tempo e defilandosi fra gli aranci e gli olivi si avviò verso casa lasciando Khadija senza neppure dirle "ciao".

Per qualche settimana Khadija non si fece più vedere a raccogliere erba; poi un giorno Carlo la scorse quasi nascosta fra gli arbusti sotto l'eucaliptus che l'invitava con timidi cenni della mano; si avvicinò e la prese fra le braccia e stavolta lei rispose ai suoi baci con impeto e frenesia mormorando :"Enta sciatan, Ya yunj , ya nary !" (13)

Anche questa volta l'incontro si concluse solamente con semplici, anche se concitate, effusioni amorose ma nei giorni seguenti le effusioni non bastarono più e, consci che se fossero stati scoperti avrebbero rischiato la lapidazione, esaminarono varie ipotesi di incontri sicuri dove poter sfogare la loro passione ; andare in casa di lui manco da parlare: c'erano sempre i suoi genitori; inoltre qualche estraneo avrebbe anche potuto vedere Khadija entrare senza motivo nella casa di un italiano e fare del pettegolezzo; non bisogna dimenticare che quell'ambiente era tanto ristretto quanto sospettoso in relazione al sesso fuori... legge.

Esaminarono anche la possibilità che lui andasse nella zariba (*) di lei nelle ore in cui il marito era fuori a lavorare ma tale soluzione fu scartata perchè troppo pericolosa. Non restava che inventare qualcosa per potersi incontrare di notte ma Khadija doveva fare i conti con la presenza del marito, quel marito, Alì ben Amhed, che le era stato assegnato quattro anni prima, all'inizio della pubertà, ad appena undici anni ! In teoria l'ipotesi dell'incontro notturno poteva essere presa in considerazione; infatti, Alì una volta tornato dai campi e cenato, si sdraiava sulla stuoia matrimoniale e si addormentava e Khadija aveva la possibilità di uscire protetta dalle tenebre per andare incontro all'amore. Ma Carlo, se la sentiva di attendere , forse inutilmente, per ore nel buio nel caso che la bella non potesse uscire come stabilito perchè il marito stentava ad addormentarsi ? e se Khadija, una volta messo a nanna il maritino, fosse uscita e Carlo non fosse lì ad attenderla? Sembrava un problema senza possibilità di soluzione e i due giovani ogni giorno che passava diventavano sempre più imprudenti sotto l'eucaliptus e rischiavano di essere sorpresi da qualcuno. Poi Khadija trovò la soluzione.

Le donne , sempre le donne ! Ne sanno una più del diavolo ! Un vecchio adagio, quando la donna era considerata solo proprietà privata, così avvertiva i mariti : "La donna innamorata te la fa anche se la chiudi in una gabbia di vetro e la controlli ventiquattro ore su ventiquattro!"

 

 

- 4 -

Alì quella sera non stava molto bene, a parte la stanchezza dopo una giornata di duro lavoro nei campi sotto l'ardente sole  di  luglio.  Consumò  malvolentieri  la modesta  cena  a

Khadija e la luna piena

base di "Zummitha" e di "felfell" (14) e si sdraiò sulla "stuoia matrimoniale" ; Khadija uscì per fare la pipì e prima di rientrare,  come  d'accordo  con  Carlo, legò  un capo di una

lunga cordicella di spago al paletto vicino all'ingresso del precario recinto protettivo della zariba e l'altro capo ad una sua caviglia; poi rientrò e prese posto sulla stuoia accanto al marito.

Carlo tornando a casa a sera tarda, in bicicletta, in compagnia di alcuni amici con cui aveva trascorso il pomeriggio a Tripoli per assistere ad una partita di calcio fra la nazionale libica e una squadra italiana di serie C, il Palermo, giunto nei pressi di casa sua, per accorciare il tragitto - disse - si inoltrò in una scorciatoia nell'aranceto. Rimasto solo nascose la bicicletta fra i cespugli sul ciglio della strada, invertì la direzione di marcia e raggiunse rapidamente il recinto della Zariba di Ali e di Khadija. Tirò leggermente lo spago che Khadija aveva legato al paletto ma non ottenne nessun segnale di risposta. Attese accucciato fra le assi, i cartoni e gli sterpi che formavano il recinto; un'altra volta era successo: aveva dovuto attendere per oltre un'ora la risposta dell'amata; ma quella volta la notte era buia, ora invece con quella luna piena che illuminava a giorno l'aranceto e rendeva chiare le ombre degli alberi, qualche nottambulo dalle zaribe vicine avrebbe potuto scorgerlo e incuriosirsi. Tirò ancora la cordicella e si rannicchiò e attese. Ma Khadija, anche lei impaziente, non poteva rispondere tirando a sua volta il capo dello spago legato alla propria caviglia.

Alì non dormiva ancora, aveva mal di testa e si voltava e rivoltava sulla stuoia. Poi, dopo oltre mezz'ora, quando si convinse che finalmente lo sposo si era più o meno appisolato, risolutamente tirò lo spago e cautamente sgattaiolò fuori dalla tenda e dal recinto. Carlo, ricevuto il segnale, si portò sotto il solito olivo e quando lei arrivò, al riparo dei frondosi rami dell'albero, non furono, come cantava una canzonetta degli anni venti, soltanto "baci, carezze audaci nella follìa de-la-pa-sio-n !", Pa-sio-n , con una "s" sola, alla veneta.

~

Alì nel sonno si lamentava; al mal di testa erano subentrati crampi dolorosi allo stomaco , forse per colpa della troppa zummitha che Khadija gli aveva preparato; e ora ci mancava anche un raggio di luna che attraverso uno strappo della tenda lo colpiva in fronte acutizzando la cefalea! Spostandosi sulla stuoia non sentì vicina la dolce metà. Non si preoccupò; altre due volte svegliandosi durante la notte non l'aveva sentita vicina perchè era uscita a fare un bisognino... Tentò di riaddormentarsi ma quel raggio di luna lo inseguiva e faceva aumentare il suo malessere. E Khadija non era ancora rientrata. Si alzò, si portò nel recinto e si guardò intorno alla ricerca della moglie, andò oltre il recinto e a circa una trentina di metri, nell'aranceto, scorse Khadija; guardò più attentamente e gli sembrò di vedere qualcun altro vicino alla moglie. Anche i due colombi però lo scorsero e adottarono le opportune contromisure: lui si defilò zigzagando fra gli aranci e gli olivi, lei urlando : "Barra barra ya keilb ya sciatan !" (15)corse verso il marito al quale raccontò che un italiano l'aveva aggredita mentre lei stava facendo pipì ma che l'aveva respinto e ora tutto era a posto e potevano tornare nella zariba a dormire.

Il povero Alì si appartò più in là e vomitò a lungo; non era uno stupido: sapeva benissimo che mai un italiano avrebbe tentato di abusare di una mabruka, specialmente di notte vicino alla sua zariba e rientrato nella tenda con la testa che gli scoppiava ora più di prima, volle sapere chi era quell'italiano che, secondo la sua versione, l'aveva aggredita. Non fu facile farle dire il nome. Soltanto dopo ripetute minacce di ripudio per adulterio, secondo la legge sciaritica, ella, con l'abilità e l'esperienza di milioni e milioni di mabruke "bent" (16) assegnate già all'età di dieci-undici anni ad uomini non amati, spesso vecchi o impotenti , negando tuttavia di averlo tradito, gli disse che credeva di aver riconosciuto il figlio del signor G., il padrone della vicina Azienda agricola.

 

 

- 5 -

Carlo  per  oltre  due  mesi  sparì dalla circolazione in Ain-Zara. Agli amici che lo cercavano il padre diceva una volta che era andato a Tripoli dallo zio, un'altra volta che era partito per una vacanza in Italia. Anche Alì lo cercò e non certo per informarsi sulle sue condizioni di salute! Aveva deciso di fargliela pagare senza peraltro far sapere a tutti che era stato fatto "theese"(17) . Per lo stesso motivo, cioè per salvare la faccia, non aveva per il momento intrapresa alcuna iniziativa per ripudiare Kadija.

Poi una sera verso le dieci entrando nel piccolo bar di Berto ., il figlio del bidello della scuola, a comprare una bottiglia di aceto per alleviare il suo ormai cronico mal di testa, lo scorse fra gli avventori che al banco bevevano e chiacchieravano; finse di non vederlo, comprò il suo aceto e uscì.

"Questa è finalmente la volta buona !" -pensò, e si appostò ad una decina di metri nascosto dietro una siepe in attesa che Carlo uscisse da solo e, senza testimoni, pagargli le corna che tanto gli pesavano !

Quando Carlo uscì e vide spuntare dal buio della siepe quell'arabo e lo riconobbe nonostante il buio della notte, tentò di fuggire; Alì lo rincorse e gli inferse una coltellata nella schiena. Carlo corse ancor più velocemente e urlando si rifugiò in casa del maestro che attirato dalle urla provenienti dalla strada aveva aperto la porta.

Al maestro Carlo raccontò di essere stato pugnalato da Alì ben Amhed, un mezzadro del Comm. Macaluso. La ferita riportata però non era grave; evidentemente o Alì non aveva voluto eccessivamente calcare il colpo o non di un coltello si trattava ma di un semplice coltellino; tuttavia il maestro, dopo aver provveduto ad una sommaria medicazione, accertatosi che nei dintorni non ci fosse ancora l'assalitore, caricò Carlo sulla sua automobile e lo accompagnò alla caserma della Polizia, a Miani, per la denuncia del caso.

 

 

- 6 -

Dopo quelle poche domande al maestro, evidentemente di carattere normativo procedurale, il Qadj chiamò anche gli altri testimoni: Berto M. , il padrone del bar, per l'accusa e il dottor Lanza ed altri due arabi per la difesa. Anche questi dichiararono di conoscere l'accusato e il processo ebbe inizio. Il maestro, richiamato al banco dei testimoni, raccontò come quella notte verso le dieci e mezzo udendo insoliti rumori provenienti dalla strada e, successivamente, grida di aiuto aveva aperto la porta della sua abitazione e trovato sanguinante sugli scalini l'italiano Carlo G. il quale ripeteva che Alì ben Amhed lo aveva ferito alle spalle. Alla richiesta se egli aveva assistito al ferimento o se l'accusato era vicino a Carlo quando questi si era rifugiato nella sua abitazione, non potè che rispondere negativamente, confermando quanto già aveva dichiarato nel corso delle indagini espletate dall'Ispettore della Polizia di Miani. Analoga risposta negativa alla domanda se aveva visto l'accusato colpire Carlo G. la diede Berto M. chiamato a testimoniare dopo il maestro. Fu sentita poi la parte lesa, cioè Carlo, che confermò l'accusa: "Alì ben Amhed lo voleva uccidere perchè riteneva che egli avesse offeso sua moglie Khadija." Poi fu la volta del Dottor Lanza e degli altri due arabi della difesa i quali dichiararono che Alì ben Amhed era una persona tranquilla incapace anche di far male a una mosca.

A questo punto il Cadj si rivolse all'Ispettore di Polizia e, ovviamente nella sua lingua, gli fece un lungo discorso il cui significato poteva essere così interpretato: "Hai arrestato un poveraccio senza alcuna prova; dovresti per lo meno chiedergli scusa ma sono affari della tua coscienza. Io però ti avverto, un altro errore simile non lo consentirò.

Durante l'escussione dei testimoni, Alì ben Amhed aveva tentato più volte di intervenire per correggere alcune testimonianze, peraltro tutte a suo favore, ma il Qadj lo zittiva regolarmente con un "O scut ya hammar" e beccandosi un colpo col calcio del fucile del poliziotto ma quando sentì la ramanzina che il giudice aveva fatto all'Ispettore, prese coraggio e urlò:"Sciucran ya effendi" (18) alzando sopra la testa le mani ancora legate dalle manette.

~

"In piedi ! La Corte si ritira !" -avvertì il police di guardia- e l'ometto in taghìa e palandrana uscì dalla porticina alle sue sspalle.

Rientrò dopo pochi minuti e lesse la sentenza: "Assoluzione per insufficienza di prove" secondo il Codice Penale Italiano ancora vigente nel sistema giudiziario libico e l'accusato, finalmente, fu liberato dalle manette e messo in libertà.

~

Carlo ovviamente non fu soddisfatto dell'esito del processo. Egli aveva sperato che Alì fosse condannato ad una pur minima pena detentiva che non solo gli facesse passare il desiderio di ripetere il tentativo di vendicare l'offesa subita, chè lo spirito beduino degli arabi non sopporta la privazione della libertà personale, ma altresì consentisse a lui giovane torello più ampio spazio agli intimi approcci con la focosa giovane mabruka..

Ma Alì non fu condannato e Carlo dopo qualche mese, temendo altre aggressioni da lui o, anche, da membri del suo clan, decise di rimpatriare anticipando di qualche anno la decisione già presa da suo padre, da tempo in trattativa per la vendita dell'Azienda.

E Khadija ? A lei andò peggio che a Carlo : dopo qualche mese fu ripudiata; non per adulterio ma perchè giudicata, secondo la Legge sciaritica, non in grado dopo tre anni di matrimonio di generare un erede !

"Io di eredi gliene avrei dato più di uno se non si fosse messa in mezzo la luna piena, accidenti a lei ! Con me e con Carlo -ebbe in seguito a lamentarsi con le amiche- non si è comportata, come dicono le canzonette, da complice degli innamorati ! E lo sa Allah quanto ero innamorata di quello sciatan, di quel diavolo di rumy ..!"

 

 

 

 

GLOSSARIO:

Suck el Giuma: “Mercato del Venerdì” Importante centro urbano a 15 km. S/E di Tripoli
Ain-Zara: Piccolo Centro urbano e vasto comprensorio agricolo a sud di Tripoli (12-50 km.)
Barra !: Va’ via !
Barracano: Lunga coperta di lana bianca o marrone che gli arabi della Libia(soprattutto gli arabi poveracci) utilizzano di giorno  come mantello, d’inverno e d’estate, e di notte come coperta.

Il barracano delle donne, a bande variamentecolorate, non è di lana ma di modesta tela
Bent: Figlia, ragazza.
Bukha: Liquore distillato dai datteri,
Concessione: Durante i primi anni dell’occupazione Italiana della Libia prendevano il nome di “concessione” quei terreni semideserti che il Governo concedeva, con promessa di futura proprietà,agli italiani che ne facevano richiesta e si impegnavano a bonificarli e a renderli produttivi. Nacquero così, con enormi sacrifici in denaro e lavoro quelle grandi aziende agricole che poi, nel 1970, furono espropriate e restituite (sic) al popolo libico.
Effendi: Eccellenza, signore
Fel-fell: Peperoncino rosso piccante
Fissa fissa: Presto, subito, rapidamente.
Gahabuscia: Prostituta, puttana
Hammar: Asino, stupido
Inhaam: Sì, affermazione
Kabila: Tribù, clan
Kalass: Basta, piantala
Keilb: Cane
Legby: Linfa fermentata della palma, leggermente alcoolica.
Mabruka: Donna
Muhallim: Maestro di scuola
Mahadrassaat: Scuola
OEA: Antico nome latino di Tripoli e Marca dell’unica birra tripolina
Qady: Magistrato, giudice
Rumy: Italiano, romano; forse in ricordo dei romani del tempo delle guerre puniche.
Sciatan: Diavolo
Sciukra: Scusa, grazie
Suck: Mercato
Taghìa: Copricapo simile al basco
Theese: Cornuto
Yalla !: Dai, sbrigati !
Ya yuni: Oh miei occhi !
Ya nary !: Oh mio fuoco !
Zariba: Casa-tenda degli arabi nomadi o poveracci.
Zummitta: Polenta d’orzo

Dicembre 1942. Dopo la battaglia di El Alamein, l'Ottava Armata del Generale Montgomery riconquistò la Cirenaica e si spinse nella Sirtica, quasi fino all'Arco dei Phileni dove le truppe italo-tedesche avevano approntato una linea di resistenza, si disse, "tattica" .
Io non partecipai alla ritirata del mio Reparto, il XX Reggimento Genio Lavoratori, perchè da metà novembre ero ricoverato in un Convalescenziario militare a Garian, ottanta chilometri a sud di Tripoli, dopo una grave forma di entero-colite che mi aveva colpito nel mese di agosto.
Fui dimesso intorno al 10-15 dicembre con l'ordine di rientro al "Corpo di appartenenza" nel più breve tempo possibile e mi recai al Comando di Tappa col mio ordine di rientro; dopo due giorni di attesa, un camion della P.M. (Posta militare) diretto in una zona top-secret della Sirtica si rese disponibile a darmi... un passaggio.
Da Tripoli a Sirte, il centro costiero del grande deserto sahariano, intercorrono cinquecento chilometri che oggi possono sembrare una distanza facilmente percorribile in quattro-cinque ore di automobile a velocità non certamente eccessiva ma allora era un'altra cosa.
Esisteva una sola strada, la famosa Via Balbia Tripoli-Bengasi voluta dal Governatore della Colonia Italo Balbo e costruita, con grande professionalità e tanti sacrifici dai nostri lavoratori: bisogna tener conto che si trattava di aprire una strada attraverso un deserto... e non c'erano i mezzi meccanici di oggi, nè le tecniche di pavimentazione odierne.
Oggi verrebbe considerata una strada intercomunale di mediocre importanza e di scarsa ricettività di traffico a causa della stretta unica carreggiata ma per quei tempi era una grande strada.
Mezzi di trasporto di ogni tipo, dai carrarmati ai cannoni trainati da lenti trattori, da vetture e motociclette con o senza side-car a tanti tanti camions fumosi e, persino qualche bicicletta, invadevano la strada da e verso il Fronte con conseguente caotico traffico procedente a non più di 10-15 chilometri l'ora.
Raggiungemmo il Comando di Tappa di Misurata, a duecento chilometri da Tripoli, dopo dodici ore di marcia. Niente male.
Nonostante gli intasamenti, gli insabbiamenti quando spesso si doveva uscire dalla stretta carreggiata per aggirare mezzi in panne, avevamo tenuto una buona media. Qui mi fu comunicato che il mio Reggimento si trovava nella desolata strettoia di Buerath dove si stavano scavando fossi anticarro per la citata resistenza "tattica".
Riprendemmo il viaggio e con me nell'ampia cabina dell'autocarro, mi sembra uno dei primi "moderni" FIAT 626, trovò posto anche un soldato tedesco, cioè austriaco del Tirolo, come egli stesso mi disse, farfugliando in lingua italiana. Doveva raggiungere il suo Corpo di appartenenza, oltre Buerath e Sirte, diceva, ma non seppe o non volle dirmi perchè si trovava a Misurata, ad oltre trecento chilometri da dove si sarebbe dovuto trovare.
Faceva un freddo cane ma notai che il tedesco non era infreddolito come me e l'autiere¹ anzi, si era liberato della giubba e con le mani sotto la camicia si grattava continuamente il petto e il ventre pronunciando incomprensibili minacce. Gli chiesi con chi ce l'avesse ed egli mostrandomi le unghie insanguinate, dopo una energica grattata, tentò di farmi capire che... ne aveva preso uno!
"Che cosa ?" -chiesi- "pidocchi ?"
"No, no pidocchi..." Si tolse la camicia e mi fece vedere la pelle del petto, delle spalle, del ventre orrendamente graffiata e sanguinante. Guardai meglio le sue mani e mi resi conto che il poveretto era invaso dalla scabbia e che il suo farfugliamento era vero e proprio delirio causato da una febbre che, a giudicare dalle sue pulsazioni, doveva essere superiore ai quaranta gradi.
Ero stato infermiere durante il servizio militare di leva negli anni 1937/38 e avevo una certa infarinatura in merito a febbri e infezioni ; non faticai quindi a dedurre che quel povero ragazzo era affetto da setticemia causata da scabbia diffusa e rischiava la pelle se non si fosse ricorso subito ad una terapia adeguata.
Espressi la mia preoccupazione al soldato autiere, ma quello non potè far altro che dire "Poveraccio, poveraccio..."
Intanto bisognava far qualcosa e la nostra marcia, col calare della notte, diventava sempre più lenta e più difficile. Si percorrevano si e no un paio di chilometri all'ora e di quel passo chissà quando il tedesco avrebbe raggiunto il Corpo di appartenenza oltre Sirte… anche perché, per oltre due ore, il traffico verso il fronte fu bloccato per consentire maggiore rapidità alla corrente in ripiegamento diretta a stabilire una seconda linea "strategica", questa, di resistenza, la linea "Garian-Tarhuna-Kussabat-Ghsr-Garabulli-mare" (che non resistette affatto!).
Eravamo a circa cento chilometri da Buerath e infreddolito osservavo impotente il traffico intenso e il povero tedesco che vaneggiava e si strappava la pelle a caccia degli acari della scabbia.
Poi notai uno sbilenco cartello stradale inchiodato su un palo al margine della strada per indicare la direzione di marcia verso un Ospedale da campo e, istintivamente, senza troppo valutarne le possibili conseguenze, chiesi all'autiere di uscire dalla carreggiata e di seguire l'indicazione per l'Ospedale. Accennò ad opporsi, ma senza eccessiva convinzione, e: "Vi assumete voi la piena responsabilità, vero ? Io non posso non eseguire un ordine, anche se questo ordine lo ritengo sbagliato perchè potrebbe ritardare di non so quanto tempo il mio ruolino di marcia. Se però me lo mettete per iscritto, io l'ordine lo eseguo !" - disse con aria di complice arguzia. E scese nel deserto per seguire l'indicazione del cartello.
Strappai una pagina del mio diario, e a matita copiativa (non c'erano in quel tempo le penne a sfera!) scrissi frettolosamente qualcosa che poteva rassomigliare a un ordine, firmai con il mio grado, il mio numero di matricola e il Corpo di appartenenza e lo consegnai al soldato autiere.
Seguimmo la pista per non so quanti chilometri e non ci insabbiammo grazie all'abilità dell'autiere; ma fra andata e ritorno, dopo aver lasciato il tedesco ormai rantolante alle cure dei medici, impiegammo almeno dodici ore.
Infatti, quando riprendemmo la strada asfaltata era giorno inoltrato e il traffico scorreva abbastanza celermente, si fa per dire... e dopo quasi otto ore di marcia, quando su un altro cartello sbilenco apparve l'indicazione " Lav. XX Rgt. Genio", salutai l'autiere e mi avviai col mio zaino sulle spalle verso il deserto in attesa di qualche mezzo di trasporto leggero (Autocarri per lo più marca SPA o OM che appena uscivano dalla pista s'insabbiavano inesorabilmente).
Raggiunsi il Comando del mio Reparto, la Prima Compagnia, sul calare della sera. Salutai il Capitano Nardiello, napoletano, il quale, indifferente, ascoltò il racconto del mio viaggio e della deviazione che ero stato costretto ad effettuare e mi disse:
-"Mò sono cavoli tuoi se in questo casino di ritirata qualcuno si accorge che abusando del tuo grado hai modificato il percorso di un mezzo della PM!"

E fu profeta! Infatti, proprio nel bel pieno della definitiva ritirata che doveva portarci in Tunisia, venti giorni dopo, mi giunse la punizione paventata: quindici giorni di prigione di rigore e privazione della paga per altrettanti giorni con iscrizione sul foglio matricolare della motivazione: "Abuso del grado per avere colpevolmente indotto un subordinato a non rispettare gli ordini di servizio ricevuti, dimostrando scarsa intelligenza per le gravi conseguenze che tale mancato rispetto avrebbe potuto apportare al funzionamento della macchina bellica." ²
"Nientedimeno !" - esclamò il capitano Nardiello, napoletano DOC. - "Vuoi vedere che se perdiamo la guerra la colpa sarà tua ? E ti è andata bene! I nostri grandi strateghi avrebbero potuto vedere nel tuo, diciamo, abuso di ufficio, gli estremi per l'accusa di ostruzionismo se non addirittura di sabotaggio!"
"E' vero." -risposi- "Se invece avessi abbandonato nel deserto il tedesco morente per consentire l'arrivo della Posta Militare nei tempi stabiliti, magari violando i Posti di Blocco, mi avrebbero anche decorato. Questa è la logica militare. La vita d'un giovane di vent'anni vale meno di una lettera o di una cartolina illustrata con gli auguri di buon onomastico !"

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¹ Autiere : Autista, conduttore di autoveicoli militari; neologismo per sostituire "autista" considerato un "francesismo".
² La punizione "prigione di rigore" era virtuale. Soltanto per gravissimi reati si rischiava il carcere militare.

Era, invece, reale la privazione dello stipendio.    

 

Abuso d' ufficio

Abuso d' ufficio

Quando le sirene d'allarme cominciarono ad artigliare il mio stomaco col loro suono uncinato, Gino balzò in piedi rovesciando la bella bottiglia di Kummell "vero" cristallino ed il traballante tavolino falso stile rococò.
"Che cavolo combini, stai calmo che gli inglesi sono ancora lontani...." -lo rimproverai "coraggiosamente"; e al tenue chiarore dell'unica lampadina che si spegneva lentamente lo seguii verso le scale per correre al rifugio dell'antico Castello Turco nel minor tempo possibile. Abitavo allora in una camera mobiliata di un vetusto palazzo ai "Bastioni", quel quartiere a ridosso del Porto che a sera , durante quel tragico autunno 1940, diventava deserto e pauroso, avvolto in silenzio spettrale.
Per mancanza di mezzi di trasporto e per essere il mattino in ufficio in perfetto orario, la notte non la passavo nei rifugi delle grotte di Gargaresh, a una ventina di chilometri ad ovest di Tripoli, come quasi tutti gli abitanti del quartiere e quando calava la sera e iniziava l'attesa spasmodica degli immancabili bombardamenti notturni della R.A.F., in quella stanza al terzo piano mi sentivo un po' morire. Avevo conosciuto Gino al ristorante; era impiegato municipale della mia stessa età e neppure lui si trasferiva la sera... negli appartamenti sotterranei di Gargaresh ! Simpatizzammo e spesso la sera, dopo cena, restavamo a chiacchierare a lungo, passeggiando, in attesa del consueto bombardamento, per non restare soli col silenzio strano, innaturale che avvolgeva la città quando il sole tramontava e premeva implacabile sui nervi e ci ammantava di paura.
Quella sera l'avevo invitato a bere un sorso di doppio kummell "vero", cioè di marca , ricevuto in regalo dal Commissario di Bordo di una delle numerose navi da carico che affollavano il Porto di Tripoli divenuto improvvisamente prima linea, e stavamo appunto gustandolo quando...
Le prime bombe e l'immediata reazione antiaerea delle mitragliere da venti millimetri e dei cannoni da ottantotto, famosi anticarro efficaci anche per la difesa aerea , le avvertimmo nel portone del vetusto palazzo e non ci fermammo: come podisti impegnati a battere un importante record ci lanciammo nella strada verso il rifugio. Non eravamo soli ché la strada poco prima deserta ora brulicava di gente che come noi correva a rifugiarsi sotto le capaci volte del vicino Castello.
A circa cento metri dal sospirato rifugio una fitta ed acre nebbia ci avvolse: coloro che ci precedevano si arrestarono di colpo, qualcuno cadde e qualcuno urlò "gas gas !" Una paura folle mi assalì e istintivamente feci "dietrofront" esortando Gino a seguirmi. "L'unica via di scampo -pensai immediatamente- sta nel raggiungere il portone di casa e infilarsi nel ripostiglio del carbone, tappando le fessure con i vestiti..." Povero ingenuo, meraviglioso istinto di conservazione!

Corremmo disperatamente mentre l'acre nebbia ci inseguiva, ci avvolgeva, ci faceva tossire. Fantasmi apparivano e sparivano improvvisamente nel silenzio terrificante ristabilitosi e persino il selciato sembrava ovattato e non risuonava dei nostri passi precipitosi. Quando giungemmo al portone boccheggiavo ma con una forza mai posseduta e che non sono mai riuscito a spiegarmi afferrai con una sola mano il lucchetto che chiudeva la porta dello sgabuzzino e lo strappai; spinsi dentro Gino ed un ombra sconosciuta che si era unita a noi; richiusi la porticina e senza quasi più respirare salii velocemente le scale, raggiunsi la mia camera, cercai al buio la maschera antigas che all'inizio della guerra l'UNPA, la "Protezione Civile", mi aveva assegnato, come a tutti gli italiani e a qualche arabo di elevata posizione sociale, e me la infilai. Respirai quindi liberamente e ridiscesi nello sgabuzzino mentre il silenzio, quel maledetto silenzio strano e terrificante, veniva rotto da improvvise esplosioni. Nello sgabuzzino, fra il carbone, Gino si sentiva morire.
"Coraggio, Coraggio!" lo confortavo con la voce soffocata dalla maschera; ed egli :
-"Coraggio un ca....., fai presto tu a dire coraggio, tu che hai la maschera !"
Mi stava diventando nemico. Lo intuivo, lo sentivo: mi credeva al sicuro e mi invidiava. Mi raggomitolai guardingo nel mio angolo a riflettere, a valutare la possibilità di fuga verso la collinetta dove sorgeva il Monumento ai Caduti e dove il gas che sapevo più pesante dell'aria non potesse arrivare. Ma per raggiungere quell'altura, anche di corsa, occorrevano almeno dieci minuti durante i quali avrei avuto il tempo di morire!

"Mi sento male Tony... Aiutami! Fammi respirare con la tua maschera almeno per un po'." -gemette Gino-
(Oh Dio mio, vuole la maschera... E mo' che faccio?)
Una improvvisa idea attraversò il mio cervello:

"No, Gino;" - farfugliai attraverso la maschera- "fra togli e metti finirebbe   che   la  maschera   non

proteggerebbe nessuno dei due! Mi sembra di aver letto una volta, non so quando ma l'ho letto, che per difendersi da un improvviso attacco di gas bisogna respirare filtrando l'aria attraverso un fazzoletto imbevuto d'orina; prova, prova."
Sentii le sue mani cercare il fazzoletto e attesi, i nervi a fior di pelle .

"Mi son pisciato addosso, poco fa; non credo di averne ancora, con che lo bagno il fazzoletto." -si lamentò- "Puoi provare tu a bagnarmelo ?"- ma prima che io potessi rispondere, si rilassò ed io, tranquillizzato, avvertii il gorgoglìo dell'urina e per un po' seguii il suo respiro affannoso ringraziando mentalmente le deflagrazioni delle bombe nel Porto e la rabbiosa reazione antiaerea che ci distraevano dal pensiero dominante, la paura del gas. Un brusco movimento dello sconosciuto che con noi si era rifugiato nello sgabuzzino accrebbe la tensione dei miei nervi:
-"Chissà quali sono le sue intenzioni, -riflettevo- egli sa che la maschera potrebbe salvargli la vita....bisogna far qualcosa...."
-"Scusate, voi chi siete, come vi chiamate?"-domandai-
-Silenzio .

- "Dico a voi, perché non rispondete, state male?"
-Silenzio .-
-"Forse è morto." disse Gino. Allungai una mano e lo scossi; mugolò qualcosa e pensai che se non era morto poco ci mancava :
-"Ehi, rispondete, siete vivo ?"
-"Ja, ja, io vive !"
-"Accipicchia, è un tedesco e ha paura come noi!" -esclamò Gino.- La sua meraviglia era giustificata dalla fama di coraggio e di sprezzo del pericolo che accompagnava gli alleati tedeschi.
Intanto l'aria nello sgabuzzino si stava esaurendo e la respirazione diventava sempre più difficile. Diedi colpa al gas naturalmente e restai silenzioso nel mio angolo, il cuore che mi batteva tumultuosamente per paura, ora, anche del tedesco e il sospetto : "Se si coalizzassero per prendermi la maschera, Gino e il tedesco, sarei bell'e fritto ! Quale resistenza potrei mai opporre, sono in due...! " mi faceva sembrare il caro amico, Gino, e lo sconosciuto tedesco potenziali feroci rivali nella corsa per la sopravvivenza.
-"Reich molti gas, mia Germania vincere inglesi con tanti gas ! "-sproloquiava il tedesco- "Io no paura, io tedesco no italiano…….. shaiser!"
Non potevo ribattere ché ormai la paura mi aveva bloccato anche la lingua ma in cor mio pensavo: "Shaiser sei tu, bugiardo di un tedesco fifone più di me....e me ne frego dei gas della tua Germania; se stanotte uscirò vivo domani me ne andrò a Garian a piantar tabacco! Passino le bombe, passi il maledetto suono delle sirene d'allarme……con il gas non intendo misurarmi, me ne vado e basta ! "E accidenti a te e al tuo Fuhrer e a Giorgio VI e a quell'ubriacone di Churchill , a tutti quanti i guerrafondai di questo mondo !"
Non respiravo più.
"Forse questa maschera antigas non chiude bene...non uscirò da questo buco.." -riflettevo-... eh, già, c'è una fessura sotto il mento....le solite cose italiane poco pratiche....e pensare che ci avevano ordinato di portare sempre con noi la maschera.... ma che funzionasse veramente bene, adattabile su ogni viso nessuno si preoccupò" - e cercavo di tamponare con le mani la fessura fra mento e maschera attraverso la quale poteva filtrare il gas !

"Tony," -la voce di Gino (rancorosa, mi sembrava)- interruppe le mie riflessioni- "non credo che riuscirò a salvarmi; tu te la caverai perché sei protetto dalla maschera ma io sento che non ce la faccio....adesso esco, almeno muoio all'aperto non qui dentro come un topo!"
-"No, Gino, aspetta ancora un po', intanto bagna bene il fazzoletto, vedrai che ce la faremo tutti.;...quanto a lungo credi che durerà nell'aria questo maledetto gas.... !"
Ma ormai anche io non ne potevo più. "A parte il gas," -pensavo- "l'aria nello sgabuzzino è viziata....e accidenti a te shaiser d'un tedesco, ci mancavi pure tu ! In due avremmo resistito meglio e più a lungo...."
Erano trascorse oltre due ore dall'inizio dell'incursione e la contraerea da quasi un quarto d'ora non sparava più.
Esplosioni lontane si avvertivano ma le mitragliere da venti millimetri tacevano : -"Che siano tutti morti i nostri artiglieri?" - insinuò Gino mentre il tedesco sogghignava.
Trascorsero altri minuti poi non resistetti più.
-"Gino," -dissi- "esco io che, come tu pensi, sono protetto dalla maschera e vedrò se il pericolo è passato; se tutto va bene tornerò presto e se non torno vuol dire che sarò morto !" Ora fai attenzione e richiudi non appena sarò uscito.

Sul portone l'aria fresca del mare mi rincuorò. Le stelle brillavano nel cielo limpido, il gas non c'era più: il vento lo aveva disperso.

Mi tolsi la maschera e respirai a lungo; poi chiamai Gino e uscimmo.
Andammo verso la cattedrale. Le strade erano deserte, nessun

morto sui marciapiedi nessuna ambulanza incontrammo...e un vago sospetto cominciò ad insinuarsi in noi man mano che ci avvicinavamo al centro della città: "Possibile -ci chiedevamo- che un attacco di gas asfissianti, il primo per giunta, non abbia fatto vittime? E dove sono i cadaveri? Che siano tutti morti in casa o nei rifugi?"
Entrammo nel rifugio del Municipio di fronte alla Cattedrale e vi trovammo delle conoscenze ; nessuno di essi aveva la maschera e chiedemmo come si erano difesi dal gas e quelli ci guardarono con diffidenza e risposero: "Quale gas?" Rimanemmo di stucco: "Come, quale gas? Se l'abbiamo sfuggito per miracolo! Se siamo stati tappati in un buco per due ore con la maschera antigas incollata al viso o respirando attraverso un fazzoletto inzuppato di urina..."
Si fece avanti un signore che - disse lui- non aveva sentito bene e ripetemmo la domanda e rifacemmo il racconto delle nostre due ore nel carbone; e quello, alla fine, ci voleva arrestare con l'accusa di "propagazione di notizie false e tendenziose"; era un poliziotto in borghese, uno dei tanti che si confondevano nei rifugi per sentire i commenti della gente e scoprire eventuali antifascisti considerati nemici della Patria. Egli fu buono con noi e ci spiegò pazientemente che la nebbia da noi incontrata non era gas asfissiante ma fumogeno con cui la nostra difesa antiaerea avvolgeva le navi nel Porto per occultarle alla vista degli aerei incursori; contemporaneamente però , sotto sotto, espresse considerazioni poco benevole nei confronti della nostra intelligenza, praticamente facendoci capire che eravamo dei....coglioni.

Gino mi guardò ed io evitai il suo sguardo; poi, mentre il suono gioioso delle campane della vicina Cattedrale si spandeva nell'aria per annunciare la fine dell'incubo, uscimmo dal rifugio silenziosi e camminammo a lungo immersi nei nostri pensieri.
Mi sentivo in colpa. Perché? Per essermi lasciato facilmente vincere dalla paura o per aver ritenuto Gino capace di allearsi allo sconosciuto tedesco per privarmi della maschera antigas? Forse per entrambi i motivi e mi sentivo...una cacca.
Ma anche Gino ora faceva silenziosamente il proprio esame di coscienza e forse anche lui si sentiva colpevole....e non solo di aver avuto eccessivamente paura.Ma anche Gino ora faceva silenziosamente il proprio esame di coscienza e forse anche lui si sentiva colpevole....e non solo di aver avuto eccessivamente paura.
Poi di colpo cominciammo a parlare , a commentare gli avvenimenti di quella serata interrompendoci a vicenda non avendo il nostro discorrere che lo scopo di giustificare, di spiegare ciascuno a se stesso, il proprio comportamento. Ma le parole rimbalzavano, scivolavano via senza saper formulare alcuna scusante: eravamo stati tragicamente ridicoli e incredibilmente sciocchi.

Salimmo al terzo piano del vecchio palazzo nella mia stanza falso stile rococò e riprendemmo a bere il doppio Kummell "vero" e tentammo inutilmente di trovare il lato comico della nostra avventura. Al successivo urlo delle sirene d'allarme scendemmo lentamente le scale: fingevamo ora di essere coraggiosi mentendo a noi stessi o la paura s'era dissolta veramente come l'acre nebbia che ci aveva tratti in inganno?
Chissà.
So con certezza che mi meravigliai a constatare che le sirene d'allarme avevano perduto i loro velenosi uncini.
Attraversammo la strada e ci fermammo al muretto del lungomare a guardare le navi ancorate nel Porto. Un "bengala" illuminò le loro sagome e i proiettili traccianti delle mitragliatrici da venti millimetri partirono rabbiosi verso il cielo mentre le bombe degli aerei incursori piovevano sollevando enormi colonne di acqua e le loro esplosioni si confondevano con quelle delle batterie contraerei in un crescendo di boati e brontolìi.
"Il tedesco sarà ancora nello sgabuzzino!" disse Gino.
"Starà meditando la rappresaglia della Germania." -risposi.

Dopo quella notte non ci ritrovammo più insieme io e Gino durante le incursioni aeree e quando ci incontravamo al Ristorante facevamo di tutto per evitare che i nostri discorsi toccassero l'argomento della nostra avventura. Non so quindi se Gino , ebbe in seguito necessità di andare al rifugio ; io no : l'irrazionale senso di sgomento che mi aveva attanagliato lo stomaco già al calar del sole, in previsione dell'ormai abituale incubo notturno, dopo l'episodio del gas non condizionò più la mia vita e durante le incursioni restavo indifferente sul balcone ad assistere allo spettacolo del fuoco pirotecnico dei proiettili delle mitragliere e la danza nel cielo buio dei fasci luminosi delle fotoelettriche che ogni tanto inquadravano un aereo incursore scatenando una tempesta di fuoco da parte della difesa antiaerea.

La Paura

Tripoli di Libia, l'antica Oea (1), la Tarablus al Gharb, la Tripoli d ' Occidente, la bella Tripoli all'inizio del 1941, ad oltre un semestre dall'entrata dell'Italia nella seconda guerra mondiale.
Tony, abitava vicino all'albergo "La Perugina". Chi non lo ricorda quel modesto albergo quasi al termine della via che da piazza Italia conduceva al Porto, proprio ai piedi del Monumento ai caduti, a non più di cinquanta metri dall'Arco romano di Marc'Aurelio, l'imperatore filosofo... Aveva preso in affitto una stanza mobiliata al terzo ed ultimo piano di un vetusto palazzo con ripide scale di legno in Zenghet Madrasaat(2) nella Città vecchia, il quartiere a ridosso del Porto, che la sera diventava deserto. Infatti, la paura dei bombardamenti notturni che la R.A.F. proveniente da Malta effettuava regolarmente su Tripoli, aveva spinto gli abitanti ad abbandonare le loro case e a rifugiarsi nelle sicure grotte di Gargaresh a circa venti chilometri dalla città. Egli non poteva che restare nella sua camera, solo come un cane : anche la padrona di casa, una vecchia maltese era andata a stabilirsi lontano, a Zwarah, quasi al confine con la Tunisia, e tornava una volta al mese per pulire la stanza e per riscuotere l'affitto.
Tony invidiava quella gente fortunata che aveva la possibilità di mettersi al sicuro; avrebbe voluto anche lui andarsene e, in verità, aveva provato ad abbandonare quel lugubre quartiere ma il ritorno la mattina seguente, in orario per assumere servizio, si era rivelato impresa difficile. In quel tempo egli era dipendente dei Magazzini Generali del Porto per annotare le merci in partenza e in arrivo. Alle sette dalla banchina centrale partivano i rimorchiatori con le bettoline e con il personale addetto verso le navi in rada e se si perdeva la....corsa si perdeva anche la giornata e forse anche il posto di lavoro: perciò, per non correre il rischio del licenziamento , come tanti altri, era costretto a restare là, a qualche centinaio di metri dal Porto, obiettivo preferito dai bombardieri inglesi, ad aspettare ansioso e impotente l'ora delle incursioni e correre al rifugio con le ali ai piedi e poi spesso trascorrere insonne buona parte della notte rintanato in un cantuccio sotto le robuste volte del Castello Turco fra gente avvilita come lui. Possedeva una vecchia bicicletta che gli consentiva di recuperare un po' del sonno perduto al rifugio durante la notte e di raggiungere in orario il posto di lavoro; al ritorno, invece, serviva per trasportare qualcosa che riusciva a comprare dai marinai delle navi che facevano una specie di piccolo "mercato nero": pacchi di pasta, carne congelata, barattoli di marmellata o scatole di conserva di pomodoro che ormai al mercato libero, senza la tessera annonaria, erano introvabili; la Guardia di Finanza all'ingresso fingeva di non vedere ed egli utilizzava quel ben di Dio per rinsaldare amicizie e simpatie e quando il "bottino"era abbondante, cederlo al padrone del ristorante, dove era abbonato a cenare e ad ascoltare la radio.
A differenza di Lombardo, un collega genovese, non approfittava della sua posizione di lavoratore sulle navi provenienti dall'Italia per lucrare nel piccolo commercio; cedeva
quella merce per lo stesso prezzo da lui pagato e qualche volta anche rimettendoci. Così, il suo tempo, in quel tragico primo semestre del 1941, si svolgeva saltando di giorno da una nave all'altra, di sera in trattoria ad ascoltare la radio e di notte correndo da casa al rifugio e viceversa e tentando di dormire il più possibile fra un bombardamento e l'altro. Eppure, nonostante i disagi e le paure, si sentiva tranquillo. Le corse al rifugio, il fragore delle bombe e quell'apparato di mitragliere e soldati appostati tutt'intorno al Porto e lungo il bellissimo ondisonante lungomare, all'inizio davano l'impressione di stare ad una sagra....e ascoltava indifferente le notizie del "bollettino di guerra" esprimendo, a volte, meraviglia per l'interesse che suscitavano su alcuni avventori del ristorante i quali interrompevano la cena per stare più vicini alla radio e per non perdere una parola del "comunicato".
"Ma di che si preoccupa 'sta gente ! " -pensava- "Tanto, vinciamo noi.... !" E rideva e correggeva l'italiano di Aquino, un non tanto giovane portalettere che cenava al suo stesso tavolo e che mormorava "Popolo 'gnoranto, popolo 'gnoranto !" quando la radio trasmetteva i battimani e le acclamazioni che si frapponevano ai discorsi del Gerarca di turno nelle piazze italiane. La propaganda di guerra gli aveva fatto il lavaggio del cervello; e non solo a lui, ovviamente. Le notizie cattive venivano date col...contagocce. Il disastro dell'Armata del Generale Graziani nel deserto della Marmarica, per esempio, era stata ridotta a "ritirata strategica" e il successivo abbandono di Bengasi e dell'intera Cyrenaica a "prudente trasferimento dei coloni italiani in luoghi meno esposti". Purtroppo, presto, molto presto, avrebbe dovuto cambiare opinione in merito alle nostre possibilità di vittoria anche se, con l'arrivo ai primi di febbraio, dell'Afrika Korp del Generale Rommell, quella stessa propaganda sarebbe diventata più intensa e martellante.

Ritornando a casa tutte le sere, dopo oltre dieci ore di lavoro sulle navi, alle sei e mezzo, notava fra i vari mendicanti che chiedevano l'elemosina all'entrata del Porto, un po' distaccata dagli altri, una ragazza, quasi una bambina, appoggiata alla rugginosa balaustra che impediva il passaggio degli autoveicoli; con il viso sempre volto verso il mare, ella tendeva timidamente la mano e aspettava
che i lavoratori e i marinai in libera uscita le regalassero qualcosa. Un paio di volte anche Tony le diede dieci o più lire, e qualche tavoletta di cioccolata e la guardava desiderando che si voltasse verso di lui per meglio valutarla; ma ella sembrava non vedere che il mare. La trovava sempre lì quando dopo aver fatto la doccia usciva nuovamente da casa per recarsi in trattoria e la maggior parte dei mendicanti si era ormai allontanata; al ritorno però non c'era più; evidentemente col calar della sera rientrava a casa pure lei.
Una sera , invece, la ritrovò al solito posto, sola. Si fermò e le disse "Ciao !" e la osservò meglio. Dimostrava non più di quattordici-quindici anni, magra, un vestitino a tunica sdrucito, un paio di sandali non meno malconci ai piedi nudi e sudici e un visetto triste sotto un gomitolo sporco e arruffato di capelli biondicci, era proprio insignificante e faceva pena.
"Ciao ! ormai ci conosciamo, anche se solo di vista....e son curioso di sapere che fai qui tutta sola , aspetti qualcuno? E' quasi buio..."
-"Aspettaghre mia amica; poi andaghre a fifahouse.."(1) -rispose, e dal suo accento Tony capì che era ebrea, non maltese come aveva in un primo momento creduto.
La comunità ebraica in Tripolitania, era in quel tempo divisa in tre categorie : ebrei quali i Nunes-Vais, gli Hannuna, i Barda, gli Habib ecc. di nazionalità italiana, ricchi e istruiti , ebrei
straccivendoli, lustrascarpe o piccoli fabbri-calderai apolidi e poveracci ed ebrei indigeni quasi tutti contadini abitanti sull' altopiano del Gebel Nefusah , nelle grotte troglodite di Garian e di Tigrinna, discendenti, sembra, da quegli ebrei che fuggiti dall'Egitto non se la sentirono di seguire Mosè attraverso il Mar Rosso e preferirono dirigersi ad Ovest affrontando le insidie del deserto anziché le onde del mare.
Questa piccola mendicante apparteneva, evidentemente, alla seconda categoria, quella dei poveracci i quali, anche se ancora le leggi razziali di cui, peraltro, la gente poco sapeva, non venivano applicate o, se in qualche caso si applicavano, si riducevano ad inutili cartelli sulle porte dei negozi degli ebrei ricchi per invitare la gente "ariana" , cioè noi e i tedeschi, a non comprare dai "semiti", erano pur sempre la categoria più castigata dalla scarsità di cibo e di vestiario.
-"A quanto pare stasera la tua amica è in ritardo!" -osservò Tony.
-"Si, faghre ritaghrdo...."-ammise la piccola ebrea; e soggiunse : "Ma ancoghra pghresto....inglesi non venighre pghrima di oghre dieci." Poi a sua volta domandò :
-"Te andaghre a dormighre a fifahouse staseghra?"
-"No, io non vado a nessun rifugio , non ho paura, io ! Fra un po' salirò nel mio appartamento ammobiliato e dormirò fino a domattina infischiandomi degli inglesi e delle loro bombe!"-si vantò. Tony aveva ventitrè anni e, pur non interessandogli minimamente l'opinione di quella stracciona, chissà perchè, desiderava che ella lo considerasse un ...duro! Ebbe l'impressione di ……aver fatto centro e che ella restasse a bocca aperta, affascinata dal suo coraggio, e attese .
-"Foghrtunato te che aveghre appaghrtamento !"-commentò lei..
Volse lo sguardo verso il mare e cominciò a lamentarsi-:"Inglesi bombaghrdato mia casa, io non c'è più casa ! mio papa e mia mamma andati a Gaghrian, io qui sola per faghre seghrva." Poi, guardandolo fisso con accento speranzoso chiese:
-"Te voleghre me peghr pulizia tuo appaghrtamento ? io conosce signoghra maltesa tua padghrona di casa e lei foghrse conosci me e lei contenta se io venighre faghre pulizia a tuo appaghrtamento……....". Aveva gli occhi celesti ed era la prima volta che Tony vedeva una ebrea con gli occhi così chiari.
-"Tu fare la pulizia ? - Non mi dire ! A parte il fatto che alla pulizia dell'appartamento deve provvedere la…."maltesa", non credi che prima dovresti pulire te stessa ?" -osservò Tony; e crudele e provocante, con una ancor più crudele risata della quale in seguito si sarebbe vergognato, aggiunse:
-"Scommetto che sei anche piena di pidocchi!"
-"Si pidocchi c'è ma solo pochi in capelli; in vestito non c'è ! Vuoi vedeghre ? -ammise candidamente.
-"No, non voglio vedere." -le disse, già pentito del suo atteggiamento poco comprensivo nei confronti di quella poveretta che si trovava in evidente difficoltà- E, poiché ella aveva ricominciato a lamentarsi, finse di arrabbiarsi :
-"Porcamiseria, piantala ! Se passa qualcuno e ti sente piangnucolare potrebbe pensare chissà che cosa....che ti abbia offesa o qualcos'altro....vuoi mettermi nei pasticci?"
-Ma non sapeva decidere se fosse più saggio andare a prepararsi per l'imminente incursione aerea o restare a far compagnia a quella stracciona.-
Cercò di tranquillizzarla esprimendo il parere che la sua amica sarebbe potuta arrivare da un momento all'altro e restò con lei, appoggiato alla rugginosa balaustra. Quando però l'attesa si fece troppo lunga, non avendo cuore di lasciarla lì sola nel buio le propose di salire nel suo .... appartamento. Posto
ce n'era.... e poi, se la padrona di casa, che come già detto, si era trasferita a Zwarah, la conosceva non avrebbe fatto storie qualora fosse venuta in seguito a sapere che aveva ospitato la piccola mendicante. Si trattava in fondo di una sola notte, che diamine! Poi il giorno dopo ....sarebbe stato sempre un altro giorno, avrebbe trovato il modo di liberarsene senza sentirsi in colpa.
"Senti, come ti chiami ? Come ? Giulia? Bene, senti Giulia , l'appartamento dove io abito è molto grande, e la padrona di casa, come tu hai detto di sapere, non c'è. Se vuoi puoi venire su a trascorrere la notte in una delle stanze libere."
Ricominciò a piangere e a lamentarsi :
"Te cghredeghre io essere gahabusha !(2) Io non gahabusha, io figlia famiglia. Te voleghre me peghr faghre amoghre una notte come sharmutha e poi buttaghre fuoghri, io no stupida! Vai via, yallah (3)
-"No !" -protestò Tony- Non ci penso neppure a fare l'amore con te…sozza come sei, non ti toccherei neppure con le pinze, te lo giuro. Tu puoi chiudere la porta della stanza con la chiave e nessuno ti disturberà!" ("Ma perchè cavolo mi sto impicciando di questa stracciona !" -pensava Tony- "Fosse una di quelle ragazze ebree prosperose e culone che si incontrano per la città vecchia e che se invitate non si tirano indietro, passi, ma questa è proprio un...niente e per di più fa la difficoltosa. Quasi quasi la mollo qua al freddo della notte invernale......e me ne vado a dormire....."). Ma la sua educazione romantica, maturata e assorbita leggendo i classici in edizione ridotta del suo maestro della quinta elementare (sic) non glielo consentì:
-"Credi che se ti ritenessi una "sharmutha" perderei tanto tempo a parlare ? Ti offrirei dieci, venti lire e……prendere o lasciare ! Comunque, -concluse- se non sei d'accordo, io posso aspettare ancora qualche minuto, poi me ne vado. Scegli tu".
Non rispose e restarono ancora un po' , lei sempre sospirando e lui sinceramente speranzoso che l'amica arrivasse. Ma non venne ed erano quasi le nove ormai, l'ora vicina all' abituale primo bombardamento aereo della notte. Doveva decidere anche perchè si poteva correre il rischio che qualche poliziotto zelante li vedesse lì vicino al porto a quell'ora tarda e volesse fare il...salvatore della Patria.
Impaziente, ironicamente la sollecitò : -"Sei piuttosto bugiarda, vero, Giulia ? Mi hai detto che aspettavi l'amica…. …..ma quale amica…tu l'amica ce l'hai solo nella mente !
-"No,ti giughro, -protestò- mia amica detto venighre….io non sapeghre peghrchè faghre tanto ghritaghrdo…."
- "Va bene va bene, ti credo….ma ora visto che l'amica ti ha mollato, cosa vuoi fare, sali con me o me ne vado ?"
-"Te taliano buono ? -chiese- "Te giughraghre non toccaghre me quando in tua cameghra ?"
"Ma chi ti credi di essere, Greta Garbo ? Sì, io giurare!" -rispose Tony ridendo, e aggiunse : "Tu non starai nella mia camera ma in quella della padrona di casa, va bene?"
-"Sì, io venighre." -Disse, e lo seguì per le fatiscenti scale.

-"Su, entra." -la incoraggiò- "La "maltesa" non tornerà prima della fine del mese." E dopo averle mostrato la stanza con un gran letto antico nella quale avrebbe potuto trascorrere la notte, Tony si ritirò nella sua camera a leggere "Via col vento"-.
Non c'era allora la Televisione a tener compagnia e a far sciupare il tempo!
Dopo circa un'ora la sentì bussare alla porta e chiamare:
-."Aharfy 'taliano. Signoghr 'taliano!"
-"Che vuoi? -rispose- Vieni avanti !"
Giulia si affacciò sull'uscio ed espresse il parere che ormai per quella notte gli inglesi non sarebbero venuti a bombardare; poi gli chiese se poteva lavarsi per bene precisando che si sentiva veramente sporca:
-"Io voleghre faghre doccia come fatto te pghrima di andaghre a tghrattoghria ma acqua tghroppo fghredda. Te scaldata acqua peghr faghre doccia ?"
Come sapeva che Tony era andato al ristorante e che aveva fatto la doccia non lo spiegò.
-"Ho capito, sei molto furba, aspetta ! Ti accendo lo scaldabagno."- rispose Tony.
Andò nel bagno e accese, non senza fatica il prezioso Junker a legna. Mostrò a Giulia come doveva dosare l'acqua calda-fredda e come alimentare il fornello e la lasciò.
-"Ghrazie 'taliano buono! -disse- e si chiuse nel bagno.
Tony sentì l'acqua scorrere e poi i gridolini della ragazza forse di soddisfazione o perchè l'acqua era troppo fredda o troppo calda....
-"Tutto bene, Giulia ? -
-"Sì, bene, ghrazie taliano buono ! " -rispose-
Tony riprese la lettura del suo libro e per circa mezz'ora si dimenticò di lei per considerare i problemi di Rossella; poi, attraverso la porta della stanza rimasta aperta, la vide venire a piedi nudi nel breve corridoio :
"Adesso te contento ? Io no più spoghrca e così poteghre faghre pulizia tua camera !"-urlò. Ma non era più lei. Non era più
la mendicante di poco prima, la doccia aveva operato un miracolo: la piccola stracciona insignificante, aveva subìto una radicale trasformazione. Ora Tony aveva davanti una ragazza "vera" e il vestitino liso aderente al corpo ancora bagnato dopo la doccia, evidenziava una silhouette delicata. Si sentì in soggezione e per dissimulare lo stupore si informò se lo scaldabagno aveva funzionato a dovere; poi le chiese se aveva cenato e quando ella rispose che no, non aveva mangiato niente quella sera si precipitò a tirar fuori dal piccolo armadio-credenza, marmellata e biscotti.
"Mangia un po' di biscotti, non ho altro ora, io intanto preparerò il thè." -le disse e andò in cucina ad accendere la spiritiera, il famoso fornello a gas di petrolio compresso. Quando tornò con una bella tazza di thè fumante e l'appoggiò sul tavolinetto falso stile "rococò", lei aveva già fatto fuori un barattolo di marmellata e un bel po' di biscotti.
Poi improvvisamente la luce si spense e mentre l'urlo agghiacciante della sirene d'allarme interrompeva il silenzio pesante che avvolgeva la notte, se la trovò addosso terrorizzata e con essa anche il thè ancora quasi bollente :
"Andaghre a rifugio, fissa fissa !Io paughra ! b'l mahaghrhuuf andaghre, c'è fifahouse vicino, yallah!"urlava.(4)
Tony tentò di calmarla. Andare al rifugio "fissa fissa" era impossibile : lui in pijama perchè, come lei, pensava che la RAF per quella notte ormai non sarebbe venuta, e lei con quel misero vestitino bagnato addosso avrebbe rischiato una polmonite se fosse uscita per raggiungere il più vicino rifugio del Castello Turco, a circa due-trecento metri di distanza….. Era proprio come una bambina terrorizzata e non voleva sentire ragione ; le sue braccia non lo lasciavano, si stringeva sempre più a lui mentre le esplosioni delle prime bombe nel Porto si sovrapponevano in un crescendo infernale alla reazione delle batterie contraerei; e il suo vestitino umido non era affatto profumato. Infastidito glielo strappò da dosso:
"Meglio nuda che con questa tunica sporca e bagnata ; sentirai meno freddo !" -disse- e, al riverbero intermittente delle esplosioni dei cannoni della difesa antiaerea appostati sul lungomare, la prese in braccio e la portò sul lettino accanto; era scossa da brividi di freddo e di paura ed egli la depose sotto le coperte e si stese accanto a lei per riscaldarla sussurrandole all'orecchio parole di conforto. L'accarezzò delicatamente e quando le sue mani si fermarono sull'erto e gelido seno adolescenziale ella si quietò mormorando:
- "Taliano buono io paughra, io no gahabusha, ti giughro!"
- "Ti credo….ti credo cara, non temere....!" -la rassicurò Tony e lei si rannicchiò ancor di più fra le sue braccia e il suo alito era profumato e la sua bocca sapeva di thè e di biscotti al cioccolato.
Quando dopo almeno due ore le campane della Cattedrale suonarono il cessato allarme e la luce si riaccese Giulia scivolò dal letto e andò nel bagno. Tony sentì l'acqua diguazzare a lungo nella vasca e....si addormentò
Al secondo allarme di quella notte si svegliò ma non la sentì vicino ; si alzò, accese la torcia elettrica e la cercò : era sdraiata, con una coperta addosso, sul divano nella stanza della padrona di casa . "Giulia, -la chiamò- non hai più freddo?"
"No, no fghreddo adesso; te doghrmighre io non voleghre svegliaghre te !"-rispose.
La riportò sul lettino e non sentirono il successivo urlo delle sirene per la seconda incursione di quella notte.

All'importuno trillo della sveglia, alle sei, Tony saltò giù dal letto. Si rase rapidamente, si vestì e preparò il caffè; ne portò una tazza a Giulia ancora semiaddormentata e le sussurrò :
-"Giulia, devo andare. Tu puoi restare finchè vuoi, nessuno ti disturberà e in cucina troverai qualcosa da mangiare; poi stasera, se mi vorrai aspettare, faremo un esame della situazione."
Gli gettò le braccia al collo mormorando :-"Taliano buono taliano buono..." ed egli la baciò dolcemente e ancora una volta accarezzò le sue delicate nudità... poi corse via per non cadere nuovamente in tentazione e per non far tardi per l'orario di lavoro.
Arrivò appena in tempo e si precipitò a salire sul vecchio rimorchiatore che portava gli scaricatori sulle navi in rada, sotto lo sguardo perplesso del collega Bucchieri meravigliato per quell'insolito ritardo.


Nei giorni che seguirono, il tempo di Tony si svolse con il solito tran-tran : pranzava col Commissario di Bordo, racimolava qualche pacchetto di sigarette, della cioccolata.... ma non vedeva l'ora di tornare a casa, da Giulia, che ormai era entrata nella sua vita e lo aspettava appoggiata alla rugginosa ringhiera; quando scoccavano le sei, adempiuti gli obblighi da rispettare, senza neppure salutare i colleghi con i quali di solito si soffermava a commentare gli avvenimenti della giornata, si precipitava a prendere la bicicletta lasciata sulla banchina.
Un giorno non la trovò al posto dove l'aveva lasciata, forse qualcuno l'aveva spostata, non rubata, chè lì nessuno rubava niente e dovette tornare a casa a piedi con un diavolo per capello
perché temeva che non vedendolo tornare all'ora solita Giulia non fosse più lì, ad aspettarlo, al solito posto. Erano trascorse solo due settimane da quando quella figurina gli era piombata addosso all'improvviso e temeva di perderla. Invece lei era là, un po' oltre la vecchia balaustra e quando lo scorse si mosse e svoltò in Zenghet Madrasaat. Tony affrettò il passo e nel portone essa gli andò incontro. La evitò :
-"Non mi toccare" -le disse- "sono sudato e sporco!" e mentre lei, fingendosi offesa si defilava nel
portone, raggiunse rapidamente il terzo piano. Entrò nel bagno; accese il prezioso Juncker, si spogliò e si abbandonò alle carezze della bell'acqua calda della doccia chè il mese di gennaio è veramente freddo a Tripoli e lui in quel tempo non usava cappotti o maglie, neppure la canottiera; portava semplicemente la camiciola a maniche corte.
Ma Giulia l' aveva seguito e, la furbona, quando lo sentì sotto la doccia, spinse la porticina del bagno e gli fu addosso, con tutto il vestito, non quello della prima sera, un altro che frettolosamente Tony aveva comprato da un rigattiere di Suck el Turck. Tony glielo tolse e restarono così sotto la doccia fino a quando la legna nello scaldabagno non si consumò.
Seguirono giorni e giorni di felicità piena. Tony non andava più la sera a trascorrere qualche ora con gli amici in trattoria...oltre al suo lavoro non pensava che a Giulia e, alla fine della giornata ansioso e felice quando la scorgeva in attesa nel portone , soddisfatto e spiritoso, godeva a farsi inseguire su per le ripide scale fino all'amica stanza da bagno.
Giulia stava diventando una droga e Tony viveva la notte in un'estasi senza fine. Le sirene d'allarme non gli attanagliavano più lo stomaco come qualche mese prima: tutte le sue paure si dissolvevano quando ella si stringeva a lui mormorando "Taliano buono taliano buono!....
Comprò una nuova bicicletta per guadagnare tempo la mattina nell'uscire e la sera per ritornare; poteva così restare mezz'ora in più con Giulia che lasciava a letto quando si recava ad assumere servizio. Dove ella andasse durante il giorno non lo scoprì mai.
Tanti aspetti della sua giovane esistenza gli sembravano oscuri ma non se ne curava. Voleva credere a tutto ciò che lei diceva : per lui era importante soltanto che la sera ella fosse lì ad attenderlo ansiosa e attenta ai suoi progetti....campati in aria . Non si interessava a sapere a chi dava la pasta, la conserva di pomodoro, il riso, la marmellata o il caffè che le portava; così come non andò a fondo sulla storia del padre il quale, diceva, morta la moglie, cioè sua madre, l'aveva abbandonata per andare a vivere con un'altra donna a Garian, lontano dai bombardamenti, correggendo quanto aveva detto precedentemente e cioè che padre e madre erano andati insieme a Garian.

La notte del 21 aprile stavano sul terrazzo ad aspettare la solita incursione della R.A.F. quando, prima ancora che le sirene d'allarme cominciassero a urlare, il cielo sul Porto fu illuminato da decine di razzi "bengala" con paracadute e contemporaneamente l'orizzonte sul mare fu rischiarato da lampi diffusi come per un incipiente temporale, seguiti dopo un minuto-un minuto e mezzo , da un rumore rotolante come di treno in arrivo che copriva ogni altro rumore.
Non faticarono molto a capire che si trattava di un'incursione aereo-navale e restarono per quasi un'ora addossati l'uno all'altra consapevoli che solo la fortuna poteva salvarli; nessun rifugio del tempo poteva dare sicurezza in caso di bombardamenti navali. Infatti, lo seppero il giorno dopo, persino il rifugio costruito nel giardino della Banca d'Italia per i V.I.P. era stato distrutto da un proiettile da 305 millimetri di una nave di Sua Maestà Britannica.
I danni alle cose e anche alle persone, se si escludono i morti nel rifugio della Banca d'Italia, quella notte non furono gravi perchè la maggior parte dei proiettili dei cannoni navali non esplosero o esplosero lontano, oltre la periferia della città, mentre gli spezzoni incendiari al fosforo lanciati dagli aerei si conficcarono nell'asfalto o nella sabbia senza causare alcun incendio grave. Fu colpita e sventrata da un proiettile, che però non esplose, anche la bella Chiesa di Corso Sicilia , quella delle "Suore Bianche" che da quel giorno si chiamò "Chiesa della Madonna della Guardia".
Quando il silenzio abituale della notte si ricompose Giulia e Tony restarono a lungo a chiacchierare chè il primo ghibly della stagione aveva alzato di colpo la temperatura e si stava bene all'aperto a respirare la brezza marina e a fare progetti per il futuro.
-"Tony, quando finighre gueghrra te voleghre ancòghra tua Giulia?" -ora lo chiamava Tony , non più 'taliano buono!-
-"Ceghrto che "voleghre mia Giulia;" -imitava il suo accento per prenderla in giro- "io voleghre sposaghre Giulia, capito?"
-"No ! -disse seria- Sposaghre no ! Io yudia e Ghrabbino dighre peccato sposaghre cghristiano!"
-"Ma chi se ne frega del rabbino......Tony vuole Giulia, Giulia vuole Tony......dunque ? Il Rabbino può andare a farsi fottere; comunque, non pensare ora; quando la guerra sarà finita ne parleremo. Intanto domani, se la nave che dico io non sarà stata nel frattempo affondata, ti comprerò un po' di biancheria intima e qualche vestito e anche un paio di scarpette nuove. Io voglio la mia Giulia sempre vestita bene, anche si mi
piace di più senza alcun vestito....nuda! Intanto, per non sbagliare misura, fammi vedere ancora una volta il tuo piedino e il giro vita e nel caso trovassi anche un reggiseno -------- fammi sentire..….. Oh!…ma lo sai che non me n'ero ancora accorto ? non hai bisogno di reggiseno!" e ridevano come due bambini e si amarono a lungo, sotto il cielo pulito di primavera, testimoni le stelle.

Dieci giorni dopo il bombardamento aereo-navale, come tutte le mattine i colleghi Bucchieri e Lombardo aspettavano Tony sulla banchina. Ammirarono ancora una volta la bicicletta nuova e Lombardo da buon genovese volle sapere tutti i particolari dell'acquisto: quanto era costata, se contanti o a rate, da chi l'aveva comprata...Lombardo aveva il senso degli affari e del baratto : sigari contro sigarette, pennine usate contro matite e persino lamette da barba, cinque usate per una nuova marca Signorina. Bucchieri invece gli chiese se era disposto ad andare in rada in sua vece. Egli odiava il servizio sulle navi ancorate in rada: "Non per paura" chè io sono uno di quelli del Grappa!" -diceva- e non aveva torto perchè con la grappa o anche con la "buhka"(5) andava veramente d'accordo, tanto da meritare il soprannome di "Nuvoletta" . Si dichiarò disposto a sostituirlo qualora fosse stato possibile e l'anziano collega lo abbracciò contento e lo chiamò, come solito, figlio suo.
In attesa del rimorchiatore chiacchierarono un po' del più e del meno commentando le scarse notizie della guerra in Cyrenaica con l'esercito italo-tedesco impegnato nella prima controffensiva e del traffico navale che intasava il Porto.
"Vedi la "Birmania"? -chiese Bucchieri- Quella motonave è
carica di fusti di benzina e di bombe a grappolo tedesche sensibilissime, l'ho saputo da un capitano amico mio! E vedi
quell'altra, la "Città di Bari"? Sono così affiancate al molo principale mica per caso.....Il carico della "Birmania" dev'essere trasbordato sulla "Città di Bari" che lo porterà a Bengasi..."
-"E allora ? che importanza ha questa notizia ?" -chiese Tony.
-"L'importanza consiste che il lavoro su quelle due navi è a rischio...." -spiegò Lombardo.
-"E se ti chiamano per quel servizio cerca di squagliarti con ogni mezzo !" -concluse Bucchieri.
La sera Tony raccontò tutto a Giulia per dimostrarle quanto era "fifona" certa gente e come , invece, era....coraggioso lui!
-"No tesoghro mio ! -eslamò Giulia- Tuoi amici fifoni aveghre ghragione, te invece essere molto scemo. Peghr Dio Santo, non voleghre più bene a tua Giulia? se voleghre ancoghra poco bene te malato fino a quando navi con bombe non andaghre via, capito ?"
-"Non posso, cara; non posso fingere di essere malato....e poi non ricordi che devo comprare vestiti per te ?"
-"Non voleghre vestiti; cosa faghre io con vestito senza Tony ? E non detto che te piaci Giulia pughre senza vestito ? Io sbagliato dighre te 'taliano buono..te 'taliano mahabul" (6) -protestò piangendo.

La "Birmania" e la "Città di Bari" erano quasi affiancate, a destra e a sinistra del molo principale. Al lavoro di scarico e carico da una nave all'altra erano addette due
squadre che si alternavano ogni tre ore; a controllare i facchini e ad annotare i colli erano stati chiamati, senza alcun preavviso, Tony e Lombardo; Bucchieri invece andò in rada malgrado i suoi tentativi di restare nei magazzini, a terra. E si salvò il caro Nuvoletta.
I facchini lavoravano attentamente ed ogni tanto si udiva l'avvertimento del Capo: "Rood balek, sciuhéia, be-sciuhéia!" (7) mentre i fusti di benzina e bombe volavano imbracate sui verricelli da una nave all'altra. Lombardo seduto su un rotolo di gòmene sulla "Città di Bari", richiamava l' attenzione del Collega mostrando il suo orologio, un cipollone che teneva
legato ai pantaloni con uno spago, per informarlo del tempo che mancava al sospirato riposo di mezzogiorno.
Tony a dir la verità non era eccessivamente preoccupato. Era allora, come anche adesso, del resto, piuttosto..... incosciente in certe situazioni, ma si chiedeva: "Perchè cavolo non hanno fatto proseguire direttamente la "Birmania" per Bengasi anzichè perder tempo e fatica a scaricare e a caricare?" Egli, ovviamente, non sapeva nulla di navi, di tattiche e di strategie di guerra; non poteva certo entrare nelle considerazioni dei grandi cervelli che dirigevano tutto...ma restava lo stesso piuttosto perplesso.
-"Tony ! "-qualcuno dal molo chiamava-
Tony si affacciò alla murata della nave . Capitan Bobani gli fece segno di scendere e lo incaricò di andare a cercare Corrado, un giovane commesso siculo-tunisino che, secondo le sue informazioni si sarebbe dovuto trovare a bordo in una di quelle navi attraccate alla banchina centrale."Sono po' stanco, oggi; -spiegò- tu sei giovane e certo non ti pesa salire e scendere dalle
navi. Qui sulla "Birmania" starò io finchè tu non torni con Corrado." Povero Capitan Bobani, genovese puro sangue, sulla cinquantina, energico e cortese e competente. Era praticamente il responsabile della Capitaneria di Porto, di quel Porto che improvvisamente era diventato prima linea. Ma a che cosa è valso il suo sacrificio? Chi lo ricorda più ? Chi ricorda le centinaia di vittime di quel terribile giorno? Solo poche righe, a guerra finita, su qualche pubblicazione specializzata : "....e Rommel restò senza benzina perchè la nave che doveva portarla in Cyrenaica era stata sabotata nel Porto di Tripoli."

A vent'anni Tony non difettava come ora di elasticità di gambe. Salì rapidamente su una prima nave attraccata alla banchina e seppe che Corrado era andato sulla motonave "Vulcania" ancorata in rada. Là si recò approfittando di un rimorchiatore che faceva la spola trainando le bettoline dalle navi alle banchine e viceversa, si arrampicò sulla scala di corda e andò direttamente alla cambusa; conosceva le abitudini di Corrado.; diciamo che conosceva....i suoi polli ! Infatti Corrado era lì a far colazione con un amico marinaio e a cercare qualcosa da portare a casa, chè la "Vulcania" era fornita di ogni ben di Dio. Poi approfittarono del motoscafo della stessa nave e ritornarono rapidamente a terra.
Erano circa le undici; un aeroplano della nostra ricognizione volteggiava nel cielo limpido......tutto era tranquillo.
Sulla banchina venne loro incontro un altro collega, Bernardo, e chiese se avevano comprato le sigarette per lui, le Philip Morris di cui la "Vulcania" che fino a qualche mese prima aveva fatto servizio di linea per gli Stati Uniti d'America, non ancora entrati in guerra , era provvista. Chiacchierarono per quei cinque-dieci minuti che bastarono a salvarli.

Tony scorse Capitan Bobani apprestarsi a scendere ed era forse a dieci-venti metri da lui quando dalla "Birmania" vide levarsi il sole ! Lo vide levarsi e poi scoppiare e un'immensa sfera di fuoco e un infinito rombo esplosivo gli colpirono simultaneamente occhi e orecchie mentre un'enorme colonna d'acqua salata lo travolgeva scaraventandolo contro la parete di una rimessa. Sanguinante da varie escoriazioni al viso e conuna larga ferita al polpaccio della gamba destra, inzuppato, terrorizzato si trascinò sotto un grosso autocarro per ripararsi dalle innumerevoli schegge e lamiere infuocate pioventi dall'alto e attese di capire cosa stava succedendo : scorgeva esplosioni e fuoco là dove prima c'erano la "Birmania" e la "Città di Bari" e poi un automezzo dei Pompieri che si posizionava sulla banchina e lanciava ridicoli schizzi d'acqua su quell'inferno e veniva sepolto dall' intera prua della "Birmania" volata in aria come un fuscello Contemporaneamente si erano scatenati i cannoni della difesa antiaerea e non capiva a chi sparavano...perchè nel cielo limpido c'era soltanto l'idrovolante di prima.....
Raggiunse carponi un rifugio oltre i capannoni e fu aiutato a tamponare la ferita che sanguinava ancora ma che si rivelò, fortunatamente, meno grave di quanto la paura gli aveva fatto credere. E poi attese con gli altri rifugiati di sapere chi aveva potuto provocare quel caos.
Tanti feriti, anche gravi, furono portati in quel rifugio di fortuna e fra questi anche Lombardo che, come disse poi, era stato lanciato in mare e si era salvato, anche se con un femore fratturato, grazie alla sua abilità di nuotatore.
Del Capitano Bobani, invece, non si seppe più nulla. Di lui, come di altre, si disse, centinaia di lavoratori arabi e italiani, si trovarono nei giorni seguenti solo resti irriconoscibili sparsi nelle acque del Porto.

Quando le esplosioni diminuirono d'intensità e anche le cacciatorpediniere che erano in Porto cessarono di sparare sulle due navi esplose per provocarne l'affondamento e limitare il danno alle infrastrutture adiacenti, Tony andò a cercare la bicicletta ma non trovò né bicicletta nè capannone; c'erano solo rovine fumanti. Si avviò allora zoppicante e inzuppato d' acqua sporca verso casa con la speranza che Giulia fosse là ad attenderlo, al solito posto.
Ma Giulia non c'era.
La rugginosa ringhiera fra l'ingresso del Porto e l'albergo Perugina era contorta e i dintorni cosparsi di schegge metalliche e di frammenti di lamiere fra pozze di sangue e detriti d'ogni genere.
Salì in camera ma di Giulia neppure l'ombra. Scese nel portone e seduto sugli scalini l'aspettò invano fino a sera e per tutta la notte.
Giulia non arrivò e non arrivò neppure l'indomani.
Tony vagò per giorni e giorni, disperato, nei vicoli della Città vecchia, fra Suck el Turck e Suck el Muscir chiedendo a ebrei, arabi, maltesi se conoscevano un' ebrea giovane, biondina che qualche volta andava al porto a chieder l'elemosina...... si rivolse persino al Rabbino della Città vecchia. Fu tutto inutile, persino l'intervento di alcuni amici agenti della P.A.I. (Polizia Africa Italiana). Nessuno l'aveva vista, nessuno la conosceva e qualcuno avanzò l'ipotesi che ella si fosse trovata all'ingresso del porto fra le mendicanti investite dalla pioggia di fuoco in seguito all'esplosione delle navi .
. Tony non volle prendere in considerazione l'atroce possibilità che Giulia fosse fra le vittime innocenti di quel disastro e col trascorrere delle settimane, esaurita la speranza di ritrovarla, si costrinse a concludere che quella ragazza non era
mai esistita e che l'amore che per quasi cinque mesi li aveva avvinti trasgredendo le regole imposte dalla razza, dalla religione, dalle condizioni sociali era stato soltanto il frutto virtuale di un sogno cancellato di colpo dalla realtà in un tragico mattino assolato.
Ma ancora adesso, dopo oltre mezzo secolo, Giulia è viva nella mente di Tony e il suo cuore si commuove quando nel sogno la rivede appoggiata alla rugginosa balaustra quasi all'imbocco di Zanghet Mhadrasaat e la sente sussurrare "Taliano buono, taliano buono !"


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Note:
(*) OEA: Nome latino dell'odierna Tripoli
(1) Zamghet Madrasaat: Vicolo della scuola.
(2) Gahabusha, sharmuta: prostituta.
(3) Yalla: subito, presto.
(4) Fissa fissa: Immediatamente; B'l maharuuf: per favore.
(5) Buhka: liquore distillato dai datteri, molto alcolico.
(6) Mahabuul: scemo, matto.
(7) Rood balek: attenzione !; Be sciuheya: piano piano.

 

Giulia

Massimino
 

"Sergente, fa' attenzione all'ermafrodito, i suoi colleghi gliela potrebbero rompere...." - ammonisce scherzoso il Capitano medico Capo Reparto prima di smontare dal servizio rivolgendosi all'infermiere di guardia. Si riferisce a un "askaro" (*) là ricoverato, nella camerata riservata agli arabi, in attesa di accertamenti sul suo sesso prevalente: se risulterà maschio dovrà fare il servizio militare se invece sarà femmina verrà esonerato. Ma il Capitano è molto prudente e richiama l'attenzione dell'infermiere anche sui problemi che potrebbe creare Massimino, un soldato metropolitano schizofrenico ricoverato nella prima camerata. Siamo nel dicembre del 1940, alla fine del primo semestre di guerra, nell'Ospedale Principale Coloniale di Tripoli, un bell'Ospedale immerso in un grande parco alberato con palme ed eucaliptus. Costruito verso la fine degli anni '20 quale Ospedale Civile con diversi padiglioni, dal Medicina generale all'Ostetrico-ginecologico, dal Chirurgico all'Otorinolaringoiatrico, intorno agli anni '33 - '34 divenne anche Ospedale Militare e al terzo piano del Reparto Geriatrico, fu installato il Reparto Osservazione Militare dove affluivano Soldati realmente affetti da patologie invalidanti in relazione al servizio da svolgere, e "lavativi", cioè soldati che fingevano di essere malati per evitare la "naia". L'obiezione di coscienza non era stata ancora inventata.

Ora è notte fonda. Notte gelida e luminosa; tutti i ricoverati dormono ormai profondamente nelle camerate inondate dai raggi della luna piena filtranti attraverso le grandi vetrate di adito ad un'ampia balconata coperta. Anche l'infermiere, dopo un ultimo giro di ispezione nelle due camerate del Reparto si è coricato e dorme tranquillo: "Massimino" -aveva pensato- "in oltre venti giorni di degenza non ha dato gravi segni di follia ma solo dimostrato qualche interesse particolare per i gatti randagi che si aggirano fra i padiglioni, perché preoccuparsi? E per quanto riguarda l'ermafrodito, che cavolo, se si sente aggredito da qualche stallone chiederà aiuto, no?"

Massimino invece non dorme. Pensa alle sue pecore, alla sua famiglia lasciata al paese, sui monti della Calabria, dov'è nato e cresciuto, per venire a combattere gente che non gli aveva mai portato offesa in nome di una Patria sconosciuta, laggiù nel deserto della Marmarica con l'enorme esercito appiedato del Generale Graziani.

E' un giovane pastore semianalfabeta carico di tristezza e di nostalgia. E' irrequieto. Guarda come ipnotizzato il soffitto e sogna i suoi monti, le verdi vallate intorno al suo Paese. Non è cosciente del suo stato di salute e non sa ancora che essendo stato riconosciuto irreversibilmente non idoneo al servizio militare verrà definitivamente rimpatriato; vuole tornare subito nel suo naturale ambiente; non può attendere ancora, lasciare le sue pecore sole....esse sono là, a portata di voce... e le vede e le riconosce una per una in quelle macchie confuse impresse dal tempo sul soffitto bianco... e c'è anche il lupo, eccolo, eccolo lì pronto a sbranarle.

Si gira e rigira nel letto; è nervoso, non può dormire e vorrebbe alzarsi ma teme di svegliare la camerata; cerca invano di resistere ma è giocoforza alzarsi ora che all'ansia si è aggiunto lo stimolo del bisogno di orinare; troppo a lungo quella sera si era trattenuto dall'andare al gabinetto : per uno strano senso di pudore , timoroso che qualcuno lo osservasse, egli spesso rimandava più del naturale il soddisfacimento delle necessità corporali nelle latrine o nei gabinetti comuni.
Scivola dal letto; furtivo, apre la porta della camerata ed entra nei locali dei servizi igienici dove tenta invano di scaricare la sua tensione , la sua ansia. Apre tutti i rubinetti dei lavatoi e delle docce: s'incanta ad ascoltare lo scrosciare dell'acqua e si rivede sulle sponde scoscese dell'odiato torrente in fondo alla sua valle. Risente il pianto disperato della madre e rivede il suo fratellino travolto dall'improvvisa piena in un aprile lontano nel tempo. Lacrime ardenti colano sulle sue gote : non può attendere oltre, deve affrettarsi a tornare da sua madre che forse sta piangendo ancora. Scende le lunghe scale e si avvia nei viali ombreggiati dalle fantastiche lunari silhouettes degli eucaliptus profumati e delle palme immote che gli infondono certezza : la via è giusta e gli eucaliptus e le palme ora sono faggi e castagni, gli alberi secolari delle sue montagne e della sua infanzia.

Senza rendersene conto percorre più volte lo stesso tragitto fra i silenziosi padiglioni.

Un gatto attraversa la strada.

Gli sembra il suo gatto ma non risponde al richiamo; lo insegue fino ad un lungo corridoio che penetra nella sala fiocamente illuminata di un basso padiglione, lo perde di vista; scruta ogni angolo, inutilmente : il gatto è scomparso. Si ferma incerto; c'è poca luce ma sul grande tavolo di marmo bianco al centro della sala scorge qualcosa : si avvicina e in un corpicino nudo là deposto "riconosce" suo fratello, suo fratello Ottavio, caduto nel torrente a soli tre anni.
Lo prende in braccio, lo accarezza e lo sente freddo e lo culla:
-"Ottavio, fratellino, sei tanto freddo.... io ti scalderò… non temere!" lo tranquillizza sottovoce; ma Ottavio non risponde, i suoi occhi restano chiusi e Massimino continua a cullarlo:

-"...ti riscalderò e ti terrò stretto, non ti farò più cadere nel torrente, ti porterò nel mio letto e poi domani andremo insieme a casa, non temere, fratellino!" e, canterellando un'antica nenia, lentamente ritorna in camerata stringendosi al petto il corpicino inerte.
Ma qualcuno fra i dormienti s'è svegliato al rumore della porta che si riapre e nota che Massimino porta con sé nel letto qualche cosa che tenta di nascondere; sospetta trattarsi di un gatto, considerata la     simpatia dimostrata nei giorni precedenti per quei felini; poi guarda meglio e dà l'allarme.

La camerata intera si sveglia e tutti vogliono sapere perché Massimino canta nel cuore della notte. E si sveglia anche il sergente-infermiere che dorme nella stanzetta adiacente e accorre in mutande, tremante per il freddo dicembrino.

Massimino culla il suo fratellino; minaccioso, prende la bottiglia dell'acqua dal comodino vicino al suo letto e la brandisce contro chi si avvicina per vedere meglio: -"E' mio fratello Ottavio! Ha sonno, non dovete svegliarlo!" -avverte; poi, sempre intonando la sua strana cantilena, apre una delle grandi vetrate e si avvia sulla balconata
incurante degli ordini: -"Fermati" -urla l'infermiere- "Dove credi di andare?"
-"Andiamo a casa, signor tenente... " -"Non sono tenente, sono l'infermiere! Fermati, quella non è la strada di casa..."

-"Fa lo stesso, signor tenente, fa lo stesso....

-"Fermati, Massimino ; ubbidisci !" A casa andrai la settimana prossima con una bella nave !"

-"Fa lo stesso, signor tenente, fa lo stesso..." ripete a mo' di ritornello; non si può fermare. Egli deve portare a casa il fratellino, lo deve riportare alla sua povera mamma quasi impazzita dal dolore, non può attendere oltre. Affretta il passo, sfugge all'infermiere che tenta di trattenerlo e supera in un balzo, egli abituato a ben più difficili ostacoli, la bassa ringhiera della balconata e vola verso il suo sogno, venti metri più sotto, dove la sua dolce nenia ineluttabilmente si spegne.
Al soldato Massimino nessuna medaglia al valore fu concessa, neppure quella di bronzo : egli non aveva fatto la guerra, non aveva ammazzato nessuno, non poteva essere decorato. Non si poteva certo decorare un sogno!

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 (*) Askaro: Soldato arabo.
Nota: Inseguendo il gatto Massimino era penetrato nell'obitorio e il corpicino che nella sua follia scambiò per suo fratello era quello di un bambino di circa un anno morto nella mattinata.

Massimino