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Ada

CLAUT

I  RACCONTI  DI  AIN-ZARA

1° racconto

Ain Zara

Lì, davanti alla porta di casa mia sono rimaste alcune gocce di sangue che non abbiamo fatto in tempo a pulire perché una voce mi ha richiamato alla realtà di quel momento: ”Sbrigati, sali in macchina, la nave non aspetta!”… Mentre  con   un   fazzoletto  stringevo  l’indice  della Mentre  con   un   fazzoletto  stringevo  l’indice  della mano destra, con il naso attaccato al finestrino posteriore, rimasi a guardare i miei compagni che felici giocavano fuori dalla scuola, ignari  del  mio “addio  per  sempre” e che, da quel momento, i loro volti, la loro voce e il “nostro mondo” li avrei ritrovati solo nei ricordi. In Italia ho sofferto molto per quel distacco: mi mancavano tanto il clima, le abitudini, i volti dei miei compagni, delle mie amiche Doris, Aurora, Elia...
Grazie alla cara amica Aurora, la rivedo oggi in un’immagine e mi prende una grande emozione nel riappropriarmi di quell’ icona, dopo tanti anni, troppi … 60 !!! Vorrei quasi abbracciarla come si abbraccia un proprio caro che mostra i “segni” di una malattia. Così lei, colpita non per propria colpa, ma dalla sorte avversa e dal tempo, è stata condannata a una morte che fa male al cuore vedere. Vorrei consolarla perché l’abbandono e la forzata solitudine l’hanno resa malconcia, lasciando però sempre visibili i segni di una storia d’amore con i suoi figli.
Ringrazio Aurora per aver ascoltato l’ispirazione di fotografarla e così immortalare ciò che rimane (speriamo sia così ancora) della nostra chiesetta. E’ molto doloroso pensare che sia stata demolita, seppellita con tutti i vissuti di fede di chi l’ha frequentata… Se quelle mura potessero parlare, ci racconterebbero cosa passava in certi momenti nel cuore dei nostri genitori quando, nel sacro silenzio di quel luogo e della propria anima, parlavano della loro vita al loro Dio,… in quella casa voluta e creata perché LUI potesse accoglierli, ascoltarli e benedirli. Mi si stringe il cuore al pensiero che potrebbe non esserci più… nel caso, spero che dalle sue macerie si sprigioni un canto d’Amore che fecondi quella terra. Vorrei che chiunque si trovasse a passare di lì sentisse nel proprio cuore una forte vibrazione, quella che un luogo sacro può dare quando la distanza tra cielo e terra è accorciata per la fede di coloro che lì, hanno incontrato il Dio di ogni consolazione.     
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Ain-Zara, nei miei ricordi non invecchia mai…! E’ rimasta come l’ho lasciata: una piccola piazza che uscendo dalla porta di casa, salutavo con un solo sguardo; due botteghe arabe, due edifici scolastici, al centro il resto di una sorta di fontana dismessa; una strada  davanti all’uscita  di casa in direzione  Tripoli a destra, mentre a sinistra (se ricordo bene) verso Castel Benito… Tarhuna; la stessa strada ne incrociava un’altra che conduceva a el Mellaha.
L’ho lasciata il 15 di aprile del 1955, come se fossi dovuta tornare poche ore dopo… sono passati quasi 60 anni!!! Ain-Zara!.., perché mi hai lasciato partire?... o, forse quel taglio che mi sono procurata con una lametta, imprudentemente lasciata in tasca, dopo aver affilato una matita, voleva essere un “segno”,  un pretesto  per  fermarci a  medicare  la  mia ferita e così perdere la nave che aspettava al porto di Tripoli? Non so!... So però che mentre quella ferita è guarita quasi subito, l’altra quella dentro è INCURABILE.
Mi capitava spesso, nel sogno, di essere certa di toccare persone e oggetti lasciati in Libia. Quale delusione quando, al risveglio, mi rendevo conto di aver toccato il mio letto: tutto e tutti… “spariti”!!?!
Ecco perché, mi è caro il ricordo di quel luogo e ogni tanto chiudo gli occhi per vedere se c’è ancora tutto. Non voglio dimenticare nulla, neanche il sibilo del ghibli che nei giorni in cui soffiava con maggior forza, penetrava attraverso le fessure di porte e finestre e ricopriva il pavimento di sabbia finissima…in quei momenti era meglio tenere anche la bocca chiusa per non ritrovarsela piena di sabbia !
Cerco tra i ricordi la chiesetta, poco lontana da casa mia.

La chiesetta di Ain-Zara, com’è adesso

Ada Claut

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2° racconto

LA "MIA" VITA ad Ain Zara

DORIS!

Pronuncio ancora questo nome, lentamente e con affetto, mentre dentro di me affiorano piacevoli ricordi di un’infanzia che voleva essere felice e spensierata e poteva esserlo se non si fosse messo di mezzo un altro… “destino”!

Doris, prima breve esperienza di una bell’amicizia!

Doris, amica regalata dalla vita e quasi subito da lei separata: saltare, correre, ridere di niente… era il nostro “impegno” quotidiano: noi ce lo potevamo permettere, era un nostro diritto/dovere… avevamo solo otto e nove anni!

Ci  accontentavamo  di   5  sassolini 

30 luglio 2014
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per gareggiare a chi aveva più prontezza di riflessi nel destreggiarci a tenerli in equilibrio sulle mani o per il  gioco  “della  campana”,

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di  un  legnetto per  tracciare  in terra le caselle e  un  ciottolo  piatto da lanciare  in ogni casella e, come  gazzelle saltare

su un piede senza perdere l’equilibrio e raggiungere così la vittoria. Non ci accorgevamo dello scorrere del tempo, sembrava quasi che anche lui si attardasse… divertito del nostro godimento.

Insieme… sempre insieme! E tutto era più facile e leggero.

Naturalezza e semplicità erano le nostre compagne preferite, ci facevano vivere tutto con entusiasmo. Ci sentivamo “baciate” dalla vita! Era bello svegliarsi al mattino con la voglia di “vivere” il nuovo giorno.

Ogni sabato andavamo di casa in casa, su richiesta delle suore, per chiedere i fiori per l’altare. Poi con l’aiuto di suor Reginelda e suor Stefanina, in un locale inondato dal profumo delle tuberose, attiguo a destra della chiesa, preparavamo i vasi che poi erano collocati al posto giusto. Il giorno dopo alla messa domenicale, potevamo ammirarli compiacendoci perché anche noi avevamo collaborato per rendere più gioioso quel momento di preghiera comunitaria.  

Insieme a Doris e ad altri bambini ho preparato anche il mio primo presepe nella stessa chiesa e lo ricordo ancora quel bel momento di “traffico” veloce nello scartare e passare le statuine che man mano animavano il paesaggio. Sì era bello… ed è bello ancora il suo ricordo: carte dappertutto, impregnate di quel tipico odore di chiuso di tutto un anno, in attesa di quello successivo… che per me non ci fu più!

Ancora adesso non passa anno in cui nell’allestire il presepe, io non pensi al mio primo… quello di Ain-Zara!

Potrei raccontare tanti altri momenti, episodi, fatti della mia infanzia vissuti nella quotidianità, in compagnia della mia amica Doris! Credo però che non sono tanto le vicende vissute che dentro di me “rimuginano” quanto piuttosto il “vuoto” che è rimasto di una presenza che per me stava diventando importante: l’amica del cuore! Con lei volevo crescere, confidarle i primi segreti, i primi sogni… affrontare le prime delusioni e i primi dolori. Non è stato così: la nostra amicizia è stata troncata non per nostra scelta, ma per qualcosa che noi, ancora piccole, non capivamo e non potevamo cambiare… gli EVENTI della VITA!

Ada CLAUT

3 agosto 2014

     C’è una casa bianca ad Ain Zara, è la mia!… molto simile a tante altre dei dintorni, ma quella è la mia: il luogo, la “dimora” della mia famiglia, dove mi sentivo sicura, protetta e curata. 

    La facciata dà sulla piazza. Due finestre e al centro la porta che permette di poter accedere all’interno della spaziosa cucina che ci accoglie mostrando la sobrietà del suo arredamento mentre il profumo del pane appena sfornato o delle pietanze preparate sempre con cura e arricchite da tipici “aromi di casa”, stuzzicano l’appetito. Quanti bei momenti in questa parte della casa. Vedo ancora la mia mamma che prepara la pasta per il pane ed io che non mi accontento di guardarla, imploro un pezzo d’impasto per dimostrarle le mie capacità di… grande “pasticciona”! Lei dopo un po’, divertita mi dice: “Guarda come ti sei conciata !” Corro allo specchio, mi guardo e scopro di essermi infarinata non solo le mani, ma anche la faccia e i capelli, però molto soddisfatta presento la mia bambolina di pasta di pane e aspetto la cottura per apprezzarne anche il sapore.

     Ogni mattina, prima di colazione, corro veloce verso tre scodelle di diversa misura, per accaparrarmi la più grande per poi barattarla con i miei due fratelli più grandi in cambio di difesa e protezione in caso di litigio tra noi.

     Qui, in questa parte della casa, ho ascoltato i primi discorsi “seri” di mio papà quando ci parlava dell’Italia come di un paese molto bello e di cui cominciava a sentire nostalgia perché per noi lì non c’era futuro…e lui sentiva di doverci tutelare, valutando il possibile rientro in Italia. Lo diceva con grande dolore, sapendo, forse, ciò che ci aspettava. Non ha potuto risparmiarci lo “strappo” delle nostre giovani radici dalla terra che ci aveva dato il primo nutrimento… erano troppo delicate per non subire il trauma del trapianto. 

I  RACCONTI  DI  AIN-ZARA

3° racconto

Una casa bianca: la MIA

I  RACCONTI  DI  AIN-ZARA

Una canzone di Don Backy dice:

 “C’è una casa bianca che,

che mai più io scorderò;

mi rimane dentro il cuore

con la mia gioventù

Era tanto tempo fa

ero bimba e di dolore

io piangevo nel mio cuore:

non volevo…”

12 agosto 2014

Una canzone di Don Backy dice:

gallery/ainzara-la mia casa sullo sfondo2-g-cornice

Questa è l'UNICA foto che ho, dove compare, acnhe se molto sbiadita,

la MIA CASA di Ain-Zara!

Ada Claut

4° racconto

 

I  RACCONTI  DI  AIN-ZARA

gallery/la scuola di ainzara

“Racconti molto lineari, schietti e intrisi da una grande vena poetica. Quello che colpisce di più è la ricerca continua di dissimulare i sentimenti,

con una semplificazione del linguaggio che nasconde in chiaroscuro una grande profondità aulica e il bisogno represso di gridare la pena

e la sofferenza patita nel lasciare la sua terra, la sua infanzia e i suoi amici... I racconti si snodano in modo armonioso e per nulla retorico

o melenso, e si giunge alla fine tutto d'un fiato, lasciando in chi legge un senso di immedesimazione, solidarietà e appagamento...”

(nota del Webmaster)

(Tempo fa ho appreso, dalla carissima Aurora Mammone, che l’unica casa italiana rimasta in piedi ad Ain-Zara, in seguito allo “stravolgimento” avvenuto dopo la  nostra partenza dalla Libia, era la mia… soltanto la mia! Acquistata da un  arabo che l’ha trasformata in un piccolo negozio di generi alimentari.)

 

La gioia nell’apprendere questa notizia, si trasforma presto in tristezza. Non posso crederci… Mi rivedo sulla porta di casa mia ad Ain-Zara e con il solito “colpo d’occhio” cerco nella piazza ciò che avevo lasciato prima di partire per l’Italia. Guardo, ma i due edifici scolastici …NON CI SONO PIU’!!!  …Sono stati… DEMOLITI !?!... Non è possibile, la mia scuola ridotta in polvere???... Mi avvicino al punto dove si trovava l’edificio e…  lentamente affiorano i ricordi. Seconda elementare 1952… ad anno scolastico già iniziato, proveniente da Suani ben Adem, mi ritrovo, quasi per caso, nella pluriclasse del maestro Antonio Mammone, dove l’esperienza scolastica si rivela subito “speciale”, infatti nella stessa aula ci sono alunni di classi diverse. In un primo momento rimango un po’ disorientata perché eravamo di età diverse; con me c’era anche uno dei miei fratelli che aveva  due anni più di me e… non era ripetente!… Nel giro di poco tempo però ogni cosa diventa normale perché il maestro sapeva come occuparci tutti, diversificando le attività e  facendoci svolgere lavori a gruppi. Mi piace ricordare il divertimento provato nel costruire con la sabbia, il plastico dell’Italia: la posizione delle Alpi e degli Appennini sono rimaste impresse subito e per sempre nella mia memoria… e che divertimento quando abbiamo allestito, nel grande spazio all’aperto, un’aiuola a forma di fiore dove ognuno di noi, aveva una piantina da curare e far crescere… Chissà chi si è preso cura della mia quando sono partita per l’Italia!… Sì, la scuola del maestro Mammone, era una scuola stile Dewey, dove l’esperienza vale più della teoria e dove s’imparava “facendo”.

Ricordo una particolare lezione di storia che ha coinvolto tutta la classe. Un giorno, il maestro ci ha portato in un luogo, non molto lontano da Ain-Zara, con la presenza anche di Padre Gerardo, dove abbiamo ritrovato una tomba che risaliva all’epoca romana. Dai simboli sulla tomba, con l’aiuto del frate, abbiamo scoperto che si trattava di un soldato romano e cristiano di diciannove anni. Lo stupore e la meraviglia più grande l’abbiamo provata quando abbiamo scoperto che le ossa a contatto con l’aria si polverizzavano. A quel punto Padre Gerardo ci ha aiutato a trasformare quel momento di studio in preghiera. Ci siamo raccolti in silenzio e con molto rispetto, dopo aver lasciato ogni cosa a posto, ci siamo allontanati.

La scuola di Ain-Zara era speciale anche perché si respirava un’aria di normalità. Non sapevamo cosa fosse la paura, succedevano solo cose che colpivano la nostra curiosità. Verso le undici di ogni mattina il maestro accendeva la radio (una rarità, a quel tempo e in quei luoghi) sintonizzandosi con l’Italia per l’ascolto del programma: “Radio per le scuole”. La trasmissione era preceduta da una musica piacevole che aiutava a prestare subito attenzione per ascoltare e imparare anche attraverso un mezzo così insolito a scuola.

Anche noi dovevamo imparare una lingua diversa dall’italiano: l’arabo! Come succede in tutte le migliori scuole del mondo, anche noi avevamo una cordiale antipatia per un insegnante, proprio per quello di arabo, non per la lingua, ma per il “vizietto” di bacchettarci le mani tutte le volte che commettevamo un errore…mi ricordo ancora la sua faccia sempre seria, molto simile a un frutto o un ortaggio raggrinzito, con l’espressione di chi ha appena ingoiato del succo di limone. E così il mio arabo si è fermato a pochissime nozioni…però ho conservato il libro. Non mi ricorda la faccia del maestro, ma la simpatia e la curiosità per quella lingua fatta di tanti “segni”, più simili a ricami che a lettere di un alfabeto e con la particolarità che per scriverle bisogna procedere da destra verso sinistra.

I ricordi sono come le ciliegie, una tira l’altra, e così al ricordo spiacevole dell’insegnante antipatico si aggiunge quello del momento in cui eravamo invitati a metterci tutti in fila, con un cucchiaio portato da casa, per prendere il disgustoso olio di fegato di merluzzo, che oltre a puzzare tremendamente lasciava in bocca un sapore così forte che cercavamo di togliere mangiando qualche spicchio di arancia, con la velocità di un fulmine. Qualcuno però, specie tra i maschi, riusciva a farla franca nascondendosi dietro agli oleandri per sputare il nauseante olio. Purtroppo anche tra noi non mancavano gli ”spioni” e così di fronte alla minaccia di una doppia dose, tutti obbedivamo alla sentenza: “E’ per la vostra salute…volete crescere sani o rachitici?”.  Rassegnati, ingurgitavamo l’olio, avvolgevamo il cucchiaio nel tovagliolo e lo infilavamo nella cartella, di cartone pressato, che naturalmente s’impregnava di quell’odore, difficile da togliere anche dalla memoria.

C’erano anche dei momenti di svago con il maestro Mammone. Ricordo un episodio  particolare. Era il primo giorno di aprile e l’usanza del “pesce d’aprile” era conosciuta anche lì, così quel mattino mi si avvicina il maestro e mentre finge di guardare il mio compito, mi attacca sulla schiena il disegno di un pesce fatto da sua figlia Doris che dietro di me, si spanciava dalle risate. Dopo la sghignazzata di tutta la classe, che si era scatenata nella gara a chi ne attaccava di più sulla schiena dei compagni, mi sono presa la mia rivincita e anche il pesce, che ho tenuto come ricordo di quel momento di allegria, anche perché era stato disegnato da Doris, mia amica. Con lei passavo parecchio tempo, di pomeriggio, a giocare all’aria aperta o nel lungo corridoio che separava l’aula dalla sua casa, infatti, l’abitazione del maestro faceva parte dell’edificio scolastico.

Anche la scuola, con l’entrata principale, si affacciava sulla piazza (come la mia casa) e dall’interno, attraverso il lungo corridoio, si usciva sul retro, dove c’era un ampio spazio per giocare; un grande albero (del quale non ricordo il nome) con fiori di un bel viola intenso, ci proteggeva con la sua ombra dai raggi del sole, che a volte erano ustionanti.

Prima di abbandonare i ricordi della scuola di Ain-Zara, mi siedo sotto l’albero e ascolto il mio cuore che a fatica trattiene la commozione ripensando alle emozioni  dei giorni trascorsi lì tra quei banchi rigidi e neri, a due posti, con il calamaio nel quale intingevo il pennino che si spuntava quasi subito perché lo premevo troppo sul foglio del quaderno. Qui si posava immancabilmente l’odiosa macchia che cercavo di asciugare subito con la carta assorbente, ma mi lasciava il dito medio con i segni visibili delle mie lotte con pennino, calamaio e carta assorbente! Mi dava fastidio la macchia d’inchiostro sul dito perché mi sentivo una “pasticciona!”. Dell’inchiostro ricordo anche l’odore che mi ha accompagnato fino a quando è arrivata la penna biro, con mio grande sollievo!

Guardo ancora la mia scuola e un brivido alla schiena, accompagna l’immagine del suo crollo. Sotto quelle macerie ci sono tutti i ricordi che ho raccontato e la vita che li ha animati. Mentre il polverone si dirada, vedo i volti dei miei compagni, il maestro Mammone con la sua famiglia, il bidello Moretto, …più lontano anche il maestro d’arabo! Gli occhi di tutti sono umidi di lacrime trattenute, per quella forza che ci viene nel sentirci accumunati dallo stesso smarrimento, dallo stesso dolore e dalla stessa domanda: PERCHE’???    

 

                                                                                                                                ADA CLAUT 

13 settembre 2014

     Non era facile pensare di lasciare questa casa che ci aveva regalato tanti momenti di sana e semplice vita di famiglia. Ricordo le serate di gara di Dama tra mio papà e mia sorella Anita: spesso lei vinceva, ma non poteva esprimere soddisfazione per non ferire troppo l’orgoglio di mio padre che con uno scatto allontanava la scacchiera e con un laconico mugugno incolpava la stanchezza per la faticosa giornata.

     Nella spaziosa cucina c’era posto anche per gli amici. Le ore scorrevano veloci in loro compagnia per una partita a carte, per raccontarsi qualche divertente aneddoto, per qualche consiglio o la confidenza di qualche dolore… ed  io,   come   tutti     i   bambini,   che vogliono

attirare l’attenzione, una volta mi sono permessa di sollecitare la conclusione della serata dicendo che era tardi e con una frase infelice ho aggiunto:”…Ma voi non ce l’avete una casa?”           Ricordo l’imbarazzo di tutti per il silenzio che si era creato e lo sguardo di mio papà verso di me con un solo messaggio: ”Chiedi scusa e vai a letto!”.

     Sì, quella stanza è lastricata di nostri vissuti. Come vorrei tornarci! Rimanere in silenzio e risentire le nostre voci di quel tempo. Voci fresche, “argentine”, prive ancora della fatica del tempo e della vita. Riprovare come allora la pace che veniva da poche, semplici cose: una casa, una famiglia e l’armonia che ci univa.

     La ricordo tutta e molto bene la mia casa bianca: quattro locali e un cortiletto interno che rendeva più sicura e più protetta tutta la famiglia. Da una porta del cortiletto si poteva uscire sul retro casa, nella zona degli animali domestici, del forno per il pane, dei servizi igienici, del locale per gli attrezzi da lavoro, del pollaio e, vicino all’orto, una grande vasca di cemento con la preziosa acqua per irrigarlo. Qui, tutti i giorni, andavo a lucidare le pentole con un po’ di cenere e sabbia. Io, che approfittavo di ogni occasione per giocare, usavo il fondo della pentola sporco di nero, per disegnare, come fosse una lavagna: alberi, case, fiori… fino a quando la voce della mia mamma che mi chiamava, mi distoglieva dal gioco. In fretta risciacquavo la pentola e correvo a presentare il mio capolavoro per sentirmi dire: ” Brava!” oppure, ” Non va bene, lavala meglio!”

     Della casa ricordo e apprezzo ancora anche la sua posizione privilegiata rispetto all’abitato: a destra (guardando dall’esterno) dell’abitazione, un esteso agrumeto che, nel momento della fioritura inebriava con il delicato ma intenso, straordinario e indimenticabile profumo di zagare.

A sinistra alcuni alberi di eucalipto e un campo di bocce dismesso, testimone di un’antica passione della gente del posto, attivo quando la mia casa era un bar ed era abitata da un’altra famiglia.

     Ho solo un’immagine fotografica della mia casa, molto sbiadita e poco chiara. L’immagine che mi porto dentro è molto più viva e mi fa “vibrare” il cuore ancora oggi, perché gli eventi che vivo evocano sensazioni ed emozioni già provate  allora.

     Casetta bianca, ma è proprio vero che tu ci sei ancora? Unica superstite sfuggita alla furia della pazzia umana che ha creduto di cancellare il nostro passato sbriciolando e sotterrando ogni “segno” della comune storia che ci legava a quella terra…

     Cara vecchia casetta bianca, resisti !!! … chissà, forse un giorno verrò a cercarti e, anche se ti avranno trasformato, saprò riconoscerti, non temere … sarà il cuore a dirmi se sei tu!

Cronologia del mio rientro in Italia...
gallery/rientrook

Il 17 aprile 1955 approdiamo a Siracusa con la  nave  “Argentina”.

Scendiamo  con   tutti 

nostri   bagagli: più

numerosi    quelli  nel

cuore  che quelli reali

distrutti   dall’incuria   

dei  “caricatori”   nel

porto   di   Tripoli    e

degli “scaricatori” in quello di Siracusa.

Italia.!!!... Italia!... Gridavo a voce alta e poi lo ripetevo a bassa voce, mentre con gli occhi cercavo qualche segno che potesse confermare ciò che i nostri genitori ci avevano raccontato e come io, con la fantasia, l’avevo immaginata… ma di lei niente! 

Dopo il trambusto, per le varie pratiche di sbarco… inizia il lungo viaggio in treno. Per noi bambini questa era un’altra grande novità, dopo quella della nave che, per il “mal di mare” sofferto durante tutto il tragitto, avevamo abbandonato molto volentieri. Noi bambini cominciavamo a dare segnali di stanchezza per il “bombardamento” di novità alle quali eravamo stati sottoposti in breve tempo e per le quali non eravamo preparati e abituati.

Io ascoltavo, osservavo e tacevo… volevo vedere l’Italia! Ero frastornata, ma osservavo tutto con curiosità e stupore. La Libia si allontanava sempre più… mentre prendevo coscienza che una parte del mio “mondo affettivo” era rimasto ad Ain-Zara… volevo sentire, dovevo capire bene quello che succedeva perché al mio ritorno (secondo il mio cuore), dovevo raccontare tutto alla mia amica Doris. Dopo tante peripezie arriviamo, di notte, in un luogo  con tanti capannoni e con un muro di recinzione, chiamato…

CAMPO PROFUGHI di Servigliano… ma, dov’era il “Giardino Italia”? Dove i frutteti, tanto sognati, con ciliegie e ogni altro frutto sconosciuto?...

La realtà era TUTT’ALTRO!!!... Capannoni con stanzoni separati da misere coperte,…(le Zeribe erano certamente più rispettose della privacy), una promiscuità da imbarazzo! Ci guardavamo smarriti… papà e mamma si guardavano e guardavano noi come se volessero chiederci scusa per quello che era dinanzi ai nostri occhi, certo non era ciò che loro speravano per noi!  Dentro di ognuno, la domanda era una sola: dove siamo finiti? La separazione che pochi giorni prima era avvenuta in modo lento e doloroso, ora cominciava a mostrare il volto della “nostalgia”: non mancanza ma “presenza” di persone, luoghi, emozioni che tornavano a trovarci dentro… e la speranza ricominciava a farsi strada nei nostri cuori. La speranza che fosse solo un brutto sogno e che da un momento all’altro tutto sarebbe finito… aspettavamo qualcuno che ci dicesse che lo scherzo era terminato e che potevamo… TORNARE A CASA! ...invece no! 

 

Ricordo che nel mese di maggio ero rimasta colpita, durante una processione, dal suo volto, con gli occhi umidi di commozione, mentre cantava un inno alla vergine Maria e la implorava per le nostre difficoltà e necessità …rimasi a guardarla  in silenzio, le strinsi forte la mano, volevo piangere con lei… la mia cara mamma!!!

Anche in quel luogo così squallido, il tempo trascorreva ugualmente, per fortuna!

Col passare del tempo, non ricordo come, mi ritrovai tra i bambini destinati alla colonia di Porto S. Giorgio.

Che cosa ricordo di quell’esperienza? Il pensiero fisso a un’altra colonia… quella di Tripoli!… Rimanevo per lungo tempo a guardare l’orizzonte con la pretesa di vedere qualche lembo di quella terra che avevo lasciato da poco e non mi rassegnavo a pensarla irraggiungibile…

Che delusione quando mi dissero che quel mare non era lo stesso che avevo attraversato per giungere in Italia… era l’Adriatico e… non confinava con la Libia!... Dovevo rassegnarmi!…

Al ritorno dalla colonia mi aspettava la bella sorpresa del nostro trasferimento ad Ascoli Piceno. Finalmente una casa, una casa solo per noi! La ricordo luminosa, “calda”, accogliente…adesso cominciavo finalmente a scoprire l’Italia!

Le “scoperte” si  sono andate sommando. Dopo solo un anno abbiamo lasciato anche Ascoli per andare a vivere a Milano …e la Libia?

La Libia è rimasta dentro di me in uno scrigno gelosamente “custodito” …tante volte ho sognato di tornarci, almeno per una vacanza, rivedere quei luoghi… in silenzio,” a tu per tu”…riconoscere “qualcosa” che avevo abbandonato troppo in fretta, ...risentire profumi e gusti …risentire suoni: la voce del muezzin che richiamava alla preghiera, la musica lenta che come una nenia accompagnava lo scorrere del tempo e delle varie faccende quotidiane, …sì, qualche volta anche “noiosa”, ma faceva parte del contesto… di quel contesto che per noi, nati lì, era normale!...

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gallery/servigliano-io e la mia madrina il giorno della cresima (1)gcornice

Tutto era vero: capannoni condivisi con famiglie di cui non sapevamo nulla, docce e servizi igienici comuni… ricordo ancora l’odore di disinfettante misto al sapone e all’odore dell’umidità… Il capannone della scuola e quello dei generi alimentari, la chiesa, dove ho ricevuto la S. Cresima, 

…tanti capannoni e tanto anonimato. Per fortuna c’erano anche tanti altri bambini!... La mia salvezza è stata giocare con i miei coetanei. 

Anche  lì,  come  in Libia, (ma la motivazione e lo stato d’animo erano  diversi),   ci

si divertiva  “senza

Anche il verso del cammello, che di notte mi spaventava, era normale, anche la sabbia sollevata dal ghibli e che mi accecava era normale… quella “normalità” che, per chi non è nato e vissuto, per almeno un po’ di tempo lì, non può essere compresa, come dice Dante…”…intender non può chi non lo prova...”

Lui lo diceva per altro, ma credo si addica anche per questo “amore” verso le radici storiche della propria vita.     

Questo   amore,   questa   lucida   "nostalgia",

Il mio certificato di Cresima ricevuta a Servigliano

 

Io con la mia madrina a Servigliano,

giocattoli"! “Facciamo finta”, era l’unico modo  per “trasformare” la  realtà  e  provare

nulla toglie alla grande passione e riconoscenza per tutto quello che la VITA mi ha regalato.

Indipendentemente da quello che, per un “misterioso disegno”, mi ha tolto.

 

            Ada Claut

 

 

8 novembre 2014

                                             

 

il giorno della Cresima

gallery/motonave argentinablu

La motonave "Argentina" nel porto di Siracusa

 

squallore!

Per i miei genitori  non  c'era  il gioco come sedativo alla delusione, alla sofferenza, al disagio...l'unico conforto era la salute di cui, per fortuna, ne godevamo tutti e la solidarietà con  le   altre   famiglie,  oltre

alla fede, che nella mia mamma era veramente grande.

un  po'  di  serenità anche... in mezzo  a  quello