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Mi chiamo Aurora Mammone e sono la secondogenita di Antonio Mammone e Elina Romanello, nata nel 1948. Io e Doris (anno 1944) siamo nate mentre i miei abitavano a Garian; Marilena (anno 1949) e Fiammetta (anno 1955) sono nate durante il periodo che papà insegnava ad Ain-Zara.Il 29 ottobre 1934 a mio nonno materno Luigi Romanello e alla sua famiglia (8 persone) fu assegnata a Tigrinna una casa colonica e affidati per la coltivazione del tabacco dall'ATI ettari 6.63 di terreno con 47 piante di ulivo in produzione.
Di questi nonni ricordo l'odore del pane fatto in casa, il canto triste della nonna mentre infilzava il tabacco, i fichi secchi che nonno teneva...

 

Aurora MAMMONE

dedicata, soprattutto, al papà (poeta e scrittore) Antonio MAMMONE



 
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                         Il Fantasma




-1-
L'OSPEDALE SANATORIALE dell'Istituto Nazionale Fascista per la Previdenza Sociale costruito nel 1937/38 quando Governatore della Libia era Italo Balbo, sorgeva a un chilometro e mezzo da "Porta Benito" (ex Bab ben Gascir) e dal "Cinema delle Palme" alla periferia sud di Tripoli, sulla strada che conduceva a Castel Benito¹ (oggi Gaasr ben Gascir).
Costruito sul modello del tuttora efficiente Ospedale "Carlo Forlanini" di Roma ed immerso in un ampio parco addolcito da giganteschi eucaliptus, era riservato alla cura degli ammalati di tubercolosi.
Nel maggio del 1940 non tutto l'edificio era ancora agibile dal punto di vista operativo ospedaliero. Comprendeva il piano terra con la cucina e i vari servizi quali la farmacia, il laboratorio analisi, il refettorio e le sale di lettura e di riunione e, sul retro, la Cappella e in una specie di "dépendance", i dormitoi per il personale di basso livello: autista, inservienti e barbiere, due per ogni stanza. Il cuoco, il tecnico della caldaia a vapore e l'impiegato di ruolo avevano stanze personalizzate.
Al primo piano, una trentina di ampie camere, erano occupate da degenti molto giovani di sesso femminile, due per ogni camera) mentre solo un'ala del secondo piano veniva utilizzata per una ventina di malati di sesso maschile. Al terzo piano, una parte dell'ala destra era occupata dagli alloggi delle Suore, l'ala sinistra da quelli dei medici.
L'economo, lo strabico ragionier Tettolone, super protetto dai vertici dell'Istituto in virtù dei suoi meriti di fascista della prima ora , era praticamente il capo di tutto e di tutti, compresi i tre medici e il Direttore sanitario Professor Riquò, e occupava una suite sullo stesso piano, accanto a quella del Direttore stesso.
Era veramente un bell'Ospedale, quasi una "Casa di cura" moderna.
La tubercolosi, la TBC, fino alla scoperta della streptomicina era una malattia quasi inguaribile e la cura consisteva in riposo in ambiente salubre con buona alimentazione; non esistevano medicine specifiche: nei casi gravissimi, quando il bacillo di Kock aveva irrimediabilmente danneggiato un polmone, si ricorreva al "pneumotorace" e, quando questa tecnica non era possibile, alla frenicectomia, cioè al taglio del nervo frenico per immobilizzare il diaframma e quindi il polmone che così, in istato di riposo, poteva qualche volta guarire.
Ma si rimaneva sempre, per bene che andasse tutta l'operazione, con un solo polmone!

Quando proveniente direttamente dal servizio militare volontario, Attilio approdò al Sanatorio, in funzione da circa sei mesi, sperava di ottenere grazie al suo bel diploma, almeno un posto di infermiere. Invece fu addetto alla pulizia di porte, finestre e pavimenti con raschietto, stracci, sapone e ammoniaca sotto lo sguardo vigile ed esperto di una delle quindici suore, tutte milanesi, che curavano praticamente il buon andamento dei servizi dell'Ospedale, dalla cucina alla lavanderia, dall'assistenza infermieristica al laboratorio batteriologico e di analisi cliniche.
E si può dire che fu egualmente soddisfatto, nonostante fosse stato tentato a rinunciare a quel posto ottenuto con tanto spreco di raccomandazioni quando qualcuno lo aveva informato che in quell'Ospedale i malati, e non solo i malati, morivano facilmente; anche una suora era da poco volata in Paradiso.
Da bravo napoletano, durante il continuo andare su e giù da una finestra all'altra, spostandosi da una stanza all'altra per espletare il suo lavoro, in breve tempo si attirò la simpatia di tutti: malati, medici e soprattutto infermiere , cioè suore, perchè era molto diplomatico e ci sapeva fare.
Scoprì sogni e pensieri di suore e di ammalati; amori segreti e aspirazioni di medici invidiosi; un giorno conobbe Suor Carminelda, una buffa monaca grassoccia di circa trent'anni .
Specialista del laboratorio batteriologico e responsabile della farmacia, Suor Carminelda godeva di ampia autonomia nel senso che non era tenuta al rigido rispetto degli orari come le altre suore e poteva restare a piacimento nel suo laboratorio a chiacchierare a lungo con chiunque capitasse a tiro, compreso l'inserviente col quale entrò rapidamente in confidenza.
Un giorno in cui si sentiva particolarmente "spleen", cioè assalita da nostalgica malinconia, gli confidò quasi piangendo che Suora Allegra, una suora molto bella, era morta durante l'operazione di frenicectomia per colpa del Direttore dell'Ospedale il quale, innamorato e ossessivamente geloso, aveva voluto operarla lui personalmente nonostante sapesse proprio nulla di tecnica chirurgica.
-"Ora il suo spirito aleggia tutte le notti davanti alla suite del Professore, al terzo piano." - sospirò - "Suor Allegra era amata ed è morta per amore! La invidio! A me nessuno bada, nessuno mi ama... non sono mica come Suor Allegra... quasi quasi vorrei avere la TBC..."
-"Ma che dite mai, suor Carminelda, una sorella importante come voi², ...con tanto di laurea! Sapeste quante suore e non solo suore vorrebbero essere al vostro posto!" - cercò di consolarla Attilio.
-"Si, hai ragione, ma che ne faccio della laurea se nessuno mi vuole bene, se nessuno mi ama... sono brutta, ecco che cosa sono!" - erano entrambi in piedi, una di fronte all'altro e suor Carminelda gli aveva preso familiarmente la mano e lentamente se l'accostava al petto.
Attilio, cresciuto in un ambiente iper-puritano nel quale preti, suore, frati erano considerati esseri non soggetti a desideri terreni come il resto dell'umanità, un po' frastornato pensava "...dove vuole arrivare questa monaca!... mi sembra che stia esagerando a venirmi così addosso...." - ma non poteva certo scappar via così su due piedi; che figura avrebbe fatto! tentò di risolvere quell'imbarazzante situazione continuando a consolarla:
-"Ma chi l'ha detto che nessuno vi vuole bene? non siete brutta! Avete degli occhi così belli che farebbero invidia a qualsiasi donna…" e fece una gaffe: istintivamente, fra una parola di conforto e l'altra, ritirando la mano che ormai suor Carminelda teneva stretta sul proprio seno, le sfiorò il viso come per una carezza.
-"Veramente trovi che i miei occhi sono belli? o lo dici, per farmi piacere?" - insinuante, ora avvicinava sempre più anche il viso al viso di lui, costringendolo in un abbraccio.
-"Lo dico sul serio, sorella, non per farvi piacere" - rispose Attilio, sempre più imbarazzato.
-" E allora non mi chiamare sorella, chiamami Pina, è il mio nome da ragazza. E se trovi che non sono brutta baciami e dimmi che mi ami!"
-"Ma se entra qualcuno e vede l'inserviente non impegnato a pulire il pavimento bensì ad abbracciare e baciare una suora, che cosa succederà?"
-"Non ti preoccupare, a quest'ora non viene nessuno… baciami, su baciami!"
Incredulo, anche se non particolarmente entusiasta perchè Carminelda infagottata nel ridicolo vestito da monaca non sembrava, come si suol dire, una bellezza, costretto contro la parete fra una vetrina ed una scrivania, Attilio rispose alle sue effusioni prima con timorosa indifferenza e poi con meraviglia man mano che scopriva di avere fra le braccia e di baciare una ragazza che, anche se vestita da suora e più vecchia di lui di almeno cinque anni, non era poi… proprio brutta!
Quell'approccio mattutino, onde evitare pericolose sorprese, si concluse rapidamente con la promessa di ritrovarsi nelle prime ore del pomeriggio quando tutto l'Ospedale riposava.
E fu così, senza alcuna colpa da parte sua, che Attilio a ventidue anni si trovò ad avere per amante una monaca non proprio verginella come ella gli aveva fatto credere e quando in seguito si rese conto che quella relazione non lo impegnava sul piano dei sentimenti nè lo responsabilizzava nei confronti della partner, provvide a programmare gli incontri in ore e in luoghi opportunamente studiati di volta in volta per non correre rischi: esistevano tanti locali adatti; c'era solo la difficoltà della scelta e per lui inserviente era facile trasportare un materasso dal deposito in altre stanze senza dare nell'occhio.

-2-
Lo strabico Economo Tettolone era nei pasticci. Doveva provvedere al collaudo degli attrezzi e degli arredi del Sanatorio già presi o da prendere in carico man mano che arrivavano, con tanto di verbale e le cose andavano troppo lentamente perchè Zardi, l'impiegato di ruolo, che aveva il compito di redigere i verbali non sapeva scrivere a macchina ed era costretto a scrivere tutto a mano perdendo tempo tra una penna deteriorata e un calamaio d'inchiostro pieno di mosche.
I collaudi dovevano, peraltro, rispettare tempi legalmente stabiliti altrimenti si correva il rischio che la fatica di cercare meticolosamente i difetti in un mobile o in un attrezzo, venisse vanificato dalla decorrenza dei termini e non si potesse più ottenere dalla Ditta fornitrice uno sconto sul prezzo o una regalia sottobanco per lui stesso, economo collaudatore abilissimo nel mercanteggiare.
Ma Tettolone conosceva vita e miracoli dei dipendenti a disposizione e notò che un inserviente, Attilio, durante il servizio militare aveva svolto il compito di segretario oltre che di infermiere del Capo del Reparto Osservazione dell'Ospedale Militare. E se aveva fatto il segretario, doveva per forza saper usare quella maledetta "M40" Olivetti ancora mai usata ma che tanto lo aveva impegnato nella vana ricerca di difetti durante il collaudo.
Convocò quindi nel suo ufficio l'inserviente e, con l'occhio destro a guardare fuori dalla finestra e il sinistro mirante il soffitto, fissandolo, cioè, in viso, gli comunicò che aveva deciso di sollevarlo per un po' di tempo dal servizio di inserviente e di utilizzarlo come dattilografo.
-"Per ora starai nell'Ufficio con Zardi e svolgerai i compiti che egli ritiene di doverti affidare per adempiere ai miei ordini" -
 

precisò - "poi, se nel frattempo ti sarai dimostrato bravo e utile, proporrò alla Direzione dell'Istituto di assumerti come impiegato. Ti piace la mia proposta? Ti piace, eh ?"
Attilio credeva che Tettolone scherzasse, che volesse prenderlo in giro chissà per quale recondito scopo e, guardingo e umile, taceva; poi resosi conto che lo strabicone non scherzava e che si stava aprendo per lui la prospettiva di un impiego consono alle sue aspirazioni, si affrettò ad assicurargli che si sarebbe dedicato al nuovo incarico con animo grato verso di lui, il signor economo, impegnando le sue capacità di dattilografo provetto con tanta buona e disciplinata volontà!!!
Si stava rendendo conto, il giovane inserviente, che in quel mondo in cui era appena entrato la capacità di vendere fumo e di leccare un po' i piedi del potente rappresentava la "conditio sine qua non..." avrebbe potuto… camminare!
Il giorno seguente, mollati stracci e spazzoloni a suor Richetta, la Madre Superiora delle suore, si stabilì nella grande stanza che serviva da Ufficio ponendosi a disposizione di Zardi il quale si dichiarò soddisfatto del provvedimento adottato da Tettolone commentando:
-"Finalmente s'è accorto che non si possono scrivere e riscrivere e correggere e ricorreggere a mano decine di verbali al giorno!" e per tutta la mattinata restò ad osservare l'ex inserviente che scriveva a macchina senza neppure guardare la tastiera.
Tutti furono contenti e soddisfatti di quella soluzione: Tettolone perchè poteva risolvere i suoi problemi di collaudo senza chiedere altri impiegati e dimostrare ai vertici dell'Istituto le sue grandi qualità di economo; Zardi perchè non solo si liberava di un lavoro noioso non proprio degno di lui impiegato di concetto ma, da bravo toscano senza peli sulla lingua, considerando il suo nuovo aiutante un innocuo testimone, poteva anche impunemente commentare ironicamente i difetti di costruzione dei mobili e di funzionamento degli attrezzi così come li aveva rilevati e descritti Tettolone pro-tasca sua più che pro-Amministrazione dell'Istituto; Attilio perchè di punto in bianco aveva fatto un notevole salto di qualità nel campo dell'impiego: da inserviente a, nientepopodimeno, dattilografo.

Non fu soddisfatta, invece, suor Carminelda la quale nel nuovo incarico di Attilio vide un intralcio ai loro incontri, chè una cosa era che l'inserviente armato di tutto l'occorrente per la pulizia andasse tutti i giorni in Laboratorio e si trattenesse a lungo, un'altra, non giustificabile, che il dattilografo lasciasse la sua macchina da scrivere per andare a chiacchierare con la dottoressa farmacista. Ella stava diventando gelosa e non voleva perderlo di… vista! Non si accontentò delle assicurazioni di Attilio che nulla sarebbe cambiato nei loro rapporti e si ripromise di fare qualcosa per ovviare alla nuova situazione .

-3-
La sera, quando gli appuntamenti con la monaca amante lo consentivano, Attilio si recava al "Cinema delle Palme" a circa due chilometri dal Sanatorio, in compagnia dell'autista col quale divideva la stanza nella dépendance e che più volte lo aveva invano invitato, a visitare , come tutti i giovani della loro età, le ben note "Maisons" di Sciara el Baz e Zenghet el Buras, abitate da belle compiacenti ragazze a pagamento italiane, arabe ed ebree. E non sapeva spiegarsi il perchè, l'ingenuo autista.
Tutto procedeva con il solito tran-tran.
Poi, una mattina, come si era proposta, suor Carminelda si presentò, candida candida, da Tettolone e gli chiese, tout court, un aiutante per metter ordine in farmacia e in laboratorio ben sapendo, la furba, che se la sua richiesta, come sperava, fosse stata accolta l'impiegato scelto sarebbe stato ineluttabilmente Attilio: fra il personale del Sanatorio non c'era nessun altro che potesse espletare quel servizio.
-"Io da sola non ce la faccio, Signor Economo; assegnatemi qualcuno anche per un'ora al giorno che sappia tenere un registro di carico-scarico delle medicine e che coordini i vari esami di laboratorio... mi sto rovinando gli occhi sul microscopio, non posso distrarmi con le scartoffie e i registri... per rispetto a voi che siete così buono non ho ancora detto niente al Signor Direttore professor Riquò che è tanto buono anche lui..."-
Puntava sulla gelosia di... comando, la suorina, e intanto memore degli apprezzamenti di Attilio, lanciava vezzose occhiate, fra timidi battiti di palpebre.
Ottenne quanto richiesto. Infatti, il giorno seguente, Tettolone raggiunse Attilio impegnato alla macchina da scrivere e gli ordinò:
-"Da domani, tutti i pomeriggi, dopo aver finito il lavoro che nella mattinata Zardi ti avrà assegnato, sempre per mio comando, ovviamente, andrai in Farmacia e ti metterai a disposizione di Suor Carminelda per impiantare e tenere un registro di carico-scarico dei medicinali e per altre incombenze che la stessa dottoressa ti affiderà. Basterà qualche ora nel pomeriggio, io credo. Comunque, quando in Farmacia non c'è più nulla da fare tornerai alla tua macchina da scrivere. Va bene? Hai capito?"
-"Si, come voi comandate, signor Economo."

-4-
Trascorse qualche mese e Attilio cominciò a rendersi conto che la sua relazione con la monaca amante stava diventando pericolosa sia perché ella si dimostrava sempre più imprudente sia per i discorsi durante i quali manifestava gelosia, quasi volesse impegnare il loro futuro. Una sera, dopo il solito incontro, lo trattenne umile e accattivante:
-"Attilio, se non ti arrabbi ti voglio chiedere una cosa. Promettimi che mi perdoni e poi ti dirò..."
-"Ma se non so di che si tratta, come faccio a promettere?"
-"Non fa niente, se mi vuoi bene devi promettere lo stesso!"
-"Va bene prometto..."- Attilio non vedeva l'ora di sbrigarsi, chè quella sera doveva andare al Cinema ed era già tardi.
-"Se si venisse a sapere della nostra relazione, - mormorò contrita Carminelda - tu mi sposeresti?"
Incredulo Attilio, restò a bocca aperta, poi col rischio di farsi udire da qualcuno nelle vicinanze urlò :
-"Ma sei pazza? E come faremmo a sbarcare il lunario, io inserviente licenziato e tu monaca spogliata? Ti ho detto mille volte che dobbiamo essere prudenti, molto prudenti... e tu hai promesso. Ora che ti salta in mente?"
-"Perdonami, perdonami, Attilio... sarò prudente ma… vedi, non so come dirtelo…. Il fatto è... che ho confessato a Padre Nicola che sono innamorata... non potevo continuare a prendere la Santa Comunione in istato peccaminoso, per forza dovevo confessarmi, tu mi capisci... vero, amore?"
Attilio si sentì cadere addosso il mondo, i suoi sogni, i suoi progetti: se Padre Nicola avesse informato Suor Richetta, la Superiora, e questi quel bigotto del Prof. Riquò, addio impiego, addio posto di dattilografo di ruolo!
-"Sei proprio scema. E gli hai detto anche da chi ti fai scopare ?" - si informò .
-"No, confessato semplicemente che provo un grande sentimento profano per un giovane impiegato. Ma non temere, Padre Nicola è rimbambito e a quest'ora non ricorderà più niente". - tentava di minimizzare, suor Carminelda.
-"Sei sicura di non aver fatto nomi? - chiese ancora Attilio, speranzoso.
-"No, no stai tranquillo. Vedrai che non succederà nulla; alla prossima confessione se Padre Nicola mi interrogherà dirò che sono pentita" - assicurò.

-5-
Attilio conosceva Padre Nicola, il vecchio francescano O.F.M. Cappellano del Sanatorio che lo aveva più volte agganciato per parlargli della sua Patria, l'Albania, e per ripetere tutto contento che il "nostro" Duce era stato bravo a scacciare quel ladro di Re Zogu e di offrire la corona a Sua Maestà Vittorio Emanuele Terzo che così era diventato oltre che Re d'Italia e Imperatore d' Etiopia, anche Re d'Albania.
Padre Nicola era nazionalista ad oltranza, accomunando in un amore sviscerato la propria Patria di origine e quella di adozione, l'Italia. Amava le due Nazioni con la stessa intensità infervorandosi più del normale quando si trovava a confutare le opinioni dei medici, in special modo del Dottor Rovato, quarantenne, che si dava arie di esperto in politica internazionale essendo stato per due anni emigrato in Germania.
Spesso esagerava e qualcuno rideva di lui; ma una cosa è certa: egli non era rimbambito come suor Carminelda riteneva.
Ovviamente, per il suo ministero, girava tutti i giorni per l'Ospedale soffermandosi con malati, infermieri eccetera. Una mattina entrò nell'Ufficio di Zardi e dopo una breve chiacchierata con questi, sedette vicino alla macchina da scrivere ad osservare Attilio dicendosi affascinato da quella sua rapidità di battuta dei tasti. Poi chiese dove aveva imparato a scrivere così bene, quanti anni aveva, se i suoi famigliari si trovavano in Libia o in Italia... con una curiosità mai dimostrata prima. Altri giorni, in seguito, entrò e si fermò a parlare con Zardi e a guardare Attilio che continuava a scrivere a macchina, e Zardi commentò:
"Attento hollega, temo 'he Padre Nihola vuole imparare a scrivere a macchina per rubarti il posto!"
Ma Attilio non era in vena di battute umoristiche: ogni qualvolta vedeva il vecchio francescano rischiava un attacco di tachicardia; quando poi una mattina, dopo la Messa, lo vide intrattenersi a parlare animatamente con Suor Richetta nella hall dell'Ospedale e poi entrare nell'Ufficio dell'Economo, la sua "coda di paglia" diede per scontato che il posto di dattilografo e anche di inserviente stava per saltare e rimase col batticuore per almeno venti
 

minuti, per tutto il tempo, cioè, in cui Padre Nicola rimase nell'ufficio di Tettolone. Poi lo vide uscire sorridente e si tranquillizzò; e già si stava convincendo che le sue ansie e le sue preoccupazioni erano esagerate quando lo strabico ragioniere lo chiamò e, senza alcuna spiegazione, gli comunicò che l'incarico di tenere il registro delle medicine e delle analisi era annullato e che pertanto non doveva mai più metter piede in farmacia nè in laboratorio, e concludendo:
-"Spero per il tuo bene di non doverti rimandare a fare l'inserviente!"
Attilio non seppe che dire, uscì come un cane con la coda fra le gambe, sollevato, malgrado tutto, dal timore di un licenziamento in tronco.

-6-
Ansiosa e irrequieta, suor Carminelda contava il trascorrere dei minuti e, quando fu certa del sonno profondo e tranquillo della consorella nel letto gemello, seppe che era l'ora e silenziosamente scese dal suo giaciglio; cauta uscì nel corridoio.
Se l'onnipresente madre superiora o qualche altra suora l'avessero sorpresa a passeggiare in quell'ora tarda era pronta ad entrare nel gabinetto da bagno accusando cattiva digestione.
Era già successo e tutti sapevano ormai che Suor Carminelda, poverina, aveva lo stomaco sofferente.
Tutto l'Ospedale dormiva.
Si avviò verso il pianerottolo di divisione della "zona clausura" dalla "zona medici". Si fermò attenta ad ascoltare, a scrutare nei due corridoi, poi decisa infilò le scale e rapida scese al secondo piano.
L'ala destra del secondo piano era inagibile ma alcune stanze venivano utilizzate quali locali di sgombro e deposito di materassi, coperte, reti e spalliere di letti pronti per essere utilizzati non appena tutto l'Ospedale fosse in condizione di operare pienamente. Suor Carminelda, leggera e rapida come un fantasma nel buio appena schiarito da una piccola luce rossa di emergenza vicino al telefono appeso alla parete e dai raggi di luna filtranti attraverso le veneziane delle grandi vetrate sgattaiolò nella prima stanza vicina alla rampa di scale, e riaccostò silenziosamente la porta.
Attilio l'aspettava impaziente; quell'incontro notturno doveva essere l'ultimo; dopo l'evidente avvertimento di Tettolone, aveva deciso di troncare definitivamente la loro relazione.
-"Infatti - pensava - Padre Nicola ha per il momento espresso a Tettolone solo qualche considerazione in merito all'opportunità di consentire ad un giovane impiegato di stare a contatto di... gomito con una suora anch'essa giovane; ma in un secondo tempo, d'accordo con Suor Richetta, potrà anche sollecitare più gravi provvedimenti... Padre Nicola non è affatto rimbambito e non vale la pena rischiare un prezioso posto di lavoro che mi potrà garantire un futuro decente!" Intanto però per l'ultima volta egli doveva fare il suo dovere e... il suo piacere.
La prese fra le braccia e la depose sullo stretto materasso che aveva provveduto a stendere sul pavimento. Questa volta non faticò come la prima volta a liberare le sue grosse mammelle dal complicato reggiseno nè opposero eccessiva resistenza i non meno complicati lacciuoli delle speciali mutande monacali. Carminelda ormai aveva fatto esperienza e provvedeva in anticipo a semplificare l'operazione "spogliarello" arrivando pronta e fragrante all'appuntamento trisettimanale!

-7-
Il dottor Craruso, il medico più cretino dell'equipe del Sanatorio ritornava al suo alloggio dopo aver inutilmente tentato per tutta la sera di convincere Laila, la padrona dell'unico bar di "Porta Benito", a farsi scopare.
Era nervoso e rimuginava nella sua mente alla ricerca di nuovi metodi di approccio alla bella ma difficile Laila.
Si accinse a salire le scale verso il suo alloggio; non usava mai l'ascensore, per prudenza, diceva; sul pianerottolo del secondo piano, vedendo la spia luminosa del telefono appeso al muro pensò di fare una sorpresa a Laila e di testimoniarle il suo amore anche per... filo. Chissà, forse questa trovata poteva scongelare i sentimenti della bella.
Si attaccò all'apparecchio e cominciò a parlare a tutta birra: oltreché cretino era anche gran parlatore, spesso logorroico.

-8-
I due colombi sul materasso nella stanza quasi buia, solo illuminata dalla fioca luce lunare, a non più di tre-quattro metri di distanza, si strinsero più stretti e attesero che Craruso finisse le sue dichiarazioni d'amore telefoniche; ma il tempo passava e Suor Carminelda cominciò a preoccuparsi: se tardava molto e rientrare era possibile che la sua assenza fosse notata non solo da suor Virginia la vicina di letto ma anche dalla Madre Superiora che soffriva d'insonnia e spesso si alzava nel cuore della notte per controllare che le sue "figliole" riposassero bene, senza grilli per la testa.
-"Cosa facciamo, Attilio?" - sussurrò - "Non posso uscire, questo è quell'impiccione di Craruso, lo senti? E se entra? Se ci scopre io sono bell'e fritta... e tu amore dovrai sposarmi per forza?"
-"E io prima ti strozzo!" - Attilio si sentiva gelare ma non aveva scusanti per essersi lasciato impigliare in quel ginepraio nè rimedi immediati per uscire dall'impasse. Suor Carminelda pensò di trasportare qualche materasso a barricare la porta ma egli si oppose :
-"No, anche il più lieve rumore può insospettirlo!"
Poi sempre attenta a che non trapelasse il pur minimo suono, ella gli confidò un piano che aveva in mente e sorniona lo invitò :
-"Intanto baciami, baciami ancora forte chè se poi non avrà ancora smesso di parlare... saranno cavoli suoi!"
E soddisfatto il secondo assalto dell'eroico inserviente, si alzò lentamente, le braccia aperte in croce, con le mutande e il reggiseno svolazzanti fra le mani, bianca e fantasmagorica nella lunga camicia da notte, aprì la porta e si spinse nel corridoio emettendo un lungo lamento .
La luna s'era nascosta dietro gli alti eucaliptus del parco e il corridoio adesso era appena schiarito dalla incerta luce di emergenza che deformava le immagini, Craruso si voltò e vide qualcosa di surreale venire verso di lui; il telefono gli cadde di mano e mentre urlando si precipitava per le scale mise un piede in fallo e rotolò fino al pianerottolo sottostante.
Nella caduta non riportò gravi lesioni ma i soccorritori accorsi alle sue urla dissero, il giorno dopo, che aveva gli occhi sbarrati, e aveva perso l'uso della parola, solo ripetendo: "Là, là, Suor Allegra" indicando col dito la cima delle scale.

-9-
Fu così che Craruso diventò famoso e tutti nei giorni seguenti facevano a gara per ottenere più precise notizie del fantasma che aveva visto da vicino. Altri, si diceva, l'avevano visto, quel fantasma, errare nei lunghi corridoi del terzo piano, ma da lontano, non così da vicino come il fortunato dottor Craruso il quale, fesso fesso, seppe approfittare dell'improvvisa popolarità e, non so con quale pratica conclusione, diventò di punto in bianco, da corteggiatore pazientemente sopportato ad amico inseparabile della bella Laila.

-*-
Ad Attilio invece non andò altrettanto bene perchè Tettolone, quella stessa mattina lo chiamò nel suo Ufficio e gli chiese come mai anche lui che dormiva nella dépendance, praticamente alle spalle del Sanatorio, lontano dal luogo dell'incidente, era accorso agli urli di Craruso.
Si giustificò dicendo che quella sera era andato al Cinema e stava proprio rientrando quando aveva sentito un certo frastuono provenire dall'ingresso del Sanatorio, si era precipitato per scoprirne il motivo e aveva visto qualcuno che prestava soccorso al dottore e indicava un fantasma in cima alle scale :
-"Io, però, l'ho visto solo di sfuggita, di spalle." - concluse.
Ma Tettolone era sì, strabico ma non affatto scemo e gli fece questo discorsetto :
-"Le spalle di chi? Del fantasma? Senti bene, la storia del fantasma la puoi dar da bere a Craruso non a me che son romano di antico pelo. E i romani, se tu non lo sapessi, di cose inverosimili aut similia veri, ne hanno viste tante attraverso i secoli e ora non credono più a niente." (Amava spesso fare sfoggio di latino e di cultura storica, il guercio!) - e continuò:
-"I lunghi discorsi, i giri di parole di Padre Nicola che davano a pensare a monache ingenue e a giovani dipendenti che si aggiravano senza alcun motivo in posti dove non dovevano essere mi avevano fatto sorgere qualche dubbio. Ora ho capito. E tu, hai capito ? O devo fare anche i nomi. No, non voglio fare nomi, nè andare oltre con questo discorso. Ti voglio dire soltanto che tu, oggi stesso, mi scriverai una lettera di dimissioni. Se non la fai, la lettera te la invierò io: licenziamento in tronco per scarso rendimento e tu non troverai più un posto nè di inserviente e neppure di spazzino per i prossimi dieci anni, chiaro?".
                              fine
Antonio MAMMONE


Note:
¹ In quel tempo non si perdeva occasione di intitolare strade e luoghi caratteristici al nome di Mussolini, "Benito".
² La politica fascista di italianizzazione della lingua aveva vietato il pronome allocutivo "lei" e per rivolgersi a persona con cui non intercorrevano rapporti di familiarità, era giocoforza usare il "voi".







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                       La paura     

 

Quando le sirene d'allarme cominciarono ad artigliare il mio stomaco col loro suono uncinato, Gino balzò in piedi rovesciando la bella bottiglia di Kummell "vero" cristallino ed il traballante tavolino falso stile rococò.
"Che cavolo combini, stai calmo che gli inglesi sono ancora lontani...." - lo rimproverai "coraggiosamente"; e al tenue chiarore dell'unica lampadina che si spegneva lentamente lo seguii verso le scale per correre al rifugio dell'antico Castello Turco nel minor tempo possibile. Abitavo allora in una camera mobiliata di un vetusto palazzo ai "Bastioni", quel quartiere a ridosso del Porto che a sera, durante quel tragico autunno 1940, diventava deserto e pauroso, avvolto in silenzio spettrale.
Per mancanza di mezzi di trasporto e per essere il mattino in ufficio in perfetto orario, la notte non la passavo nei rifugi delle grotte di Gargaresh, a una ventina di chilometri ad ovest di Tripoli, come quasi tutti gli abitanti del quartiere e quando calava la sera e iniziava l'attesa spasmodica degli immancabili bombardamenti notturni della R.A.F., in quella stanza al terzo piano mi sentivo un po' morire. Avevo conosciuto Gino al ristorante; era impiegato municipale della mia stessa età e neppure lui si trasferiva la sera... negli appartamenti sotterranei di Gargaresh! Simpatizzammo e spesso la sera, dopo cena, restavamo a chiacchierare a lungo, passeggiando, in attesa del consueto bombardamento, per non restare soli col silenzio strano, innaturale che avvolgeva la città quando il sole tramontava e premeva implacabile sui nervi e ci ammantava di paura.
Quella sera l'avevo invitato a bere un sorso di doppio kummell "vero", cioè di marca, ricevuto in regalo dal Commissario di Bordo di una delle numerose navi da carico che affollavano il Porto di Tripoli divenuto improvvisamente prima linea, e stavamo appunto gustandolo quando...
Le prime bombe e l'immediata reazione antiaerea delle mitragliere da venti millimetri e dei cannoni da ottantotto, famosi anticarro efficaci anche per la difesa aerea, le avvertimmo nel portone del vetusto palazzo e non ci fermammo: come podisti impegnati a battere un importante record ci lanciammo nella strada verso il rifugio. Non eravamo soli ché la strada poco prima deserta ora brulicava di gente che come noi correva a rifugiarsi sotto le capaci volte del vicino Castello.
A circa cento metri dal sospirato rifugio una fitta ed acre nebbia ci avvolse: coloro che ci precedevano si arrestarono di colpo, qualcuno cadde e qualcuno urlò "gas, gas!"
Una paura folle mi assalì e istintivamente feci "dietrofront" esortando Gino a seguirmi. "L'unica via di scampo - pensai immediatamente - sta nel raggiungere il portone di casa e infilarsi nel ripostiglio del carbone, tappando le fessure con i vestiti..." Povero ingenuo, meraviglioso istinto di conservazione!
Corremmo disperatamente mentre l'acre nebbia ci inseguiva, ci avvolgeva, ci faceva tossire. Fantasmi apparivano e sparivano improvvisamente nel silenzio terrificante ristabilitosi e persino il selciato sembrava ovattato e non risuonava dei nostri passi precipitosi.
Quando giungemmo al portone boccheggiavo ma con una forza mai posseduta e che non sono mai riuscito a spiegarmi afferrai con una sola mano il lucchetto che chiudeva la porta dello sgabuzzino e lo strappai; spinsi dentro Gino ed un'ombra sconosciuta che si era unita a noi; richiusi la porticina e senza quasi più respirare salii velocemente le scale, raggiunsi la mia camera, cercai al buio la maschera antigas che all'inizio della guerra l'UNPA, la "Protezione Civile", mi aveva assegnato, come a tutti gli italiani e a qualche arabo di elevata posizione sociale, e me la infilai. Respirai quindi liberamente e ridiscesi nello sgabuzzino mentre il silenzio, quel maledetto silenzio strano e terrificante, veniva rotto da improvvise esplosioni.
Nello sgabuzzino, fra il carbone, Gino si sentiva morire.
"Coraggio, coraggio!" lo confortavo con la voce soffocata dalla maschera; ed egli :
-"Coraggio un ca..., fai presto tu a dire coraggio, tu che hai la maschera!"
Mi stava diventando nemico. Lo intuivo, lo sentivo: mi credeva al sicuro e mi invidiava. Mi raggomitolai guardingo nel mio angolo a riflettere, a valutare la possibilità di fuga verso la collinetta dove sorgeva il Monumento ai Caduti e dove il gas che sapevo più pesante dell'aria non potesse arrivare. Ma per raggiungere quell'altura, anche di corsa, occorrevano almeno dieci minuti durante i quali avrei avuto il tempo di morire!
"Mi sento male Tony... Aiutami! Fammi respirare con la tua maschera almeno per un po'." - gemette Gino -
(Oh Dio mio, vuole la maschera... E mo' che faccio?)
Una improvvisa idea attraversò il mio cervello:
"No, Gino;" - farfugliai attraverso la maschera - "fra togli e metti finirebbe che la maschera non proteggerebbe nessuno
dei due! Mi sembra di aver letto una volta, non so quando ma l'ho letto, che per difendersi da un improvviso attacco di gas bisogna respirare filtrando l'aria attraverso un fazzoletto imbevuto d'orina; prova, prova."
Sentii le sue mani cercare il fazzoletto e attesi, i nervi a fior di pelle.
"Mi son pisciato addosso, poco fa; non credo di averne ancora, con che lo bagno il fazzoletto." - si lamentò - "Puoi provare tu a bagnarmelo?"- ma prima che io potessi rispondere, si rilassò ed io, tranquillizzato, avvertii il gorgoglìo dell'urina e per un po' seguii il suo respiro affannoso ringraziando mentalmente le deflagrazioni delle bombe nel Porto e la rabbiosa reazione antiaerea che ci distraevano dal pensiero dominante, la paura del gas. Un brusco movimento dello sconosciuto che con noi si era rifugiato nello sgabuzzino accrebbe la tensione dei miei nervi:
-"Chissà quali sono le sue intenzioni, - riflettevo - egli sa che la maschera potrebbe salvargli la vita... bisogna far qualcosa..."
-"Scusate, voi chi siete, come vi chiamate?"- domandai -
Silenzio.
- "Dico a voi, perché non rispondete, state male?"
Silenzio .
-"Forse è morto." disse Gino. Allungai una mano e lo scossi; mugolò qualcosa e pensai che se non era morto poco ci mancava:
-"Ehi, rispondete, siete vivo?"
-"Ja, ja, io vive!"
-"Accipicchia, è un tedesco e ha paura come noi!" - esclamò Gino - La sua meraviglia era giustificata dalla fama di coraggio e di sprezzo del pericolo che accompagnava gli alleati tedeschi.
Intanto l'aria nello sgabuzzino si stava esaurendo e la respirazione diventava sempre più difficile. Diedi colpa al gas naturalmente e restai silenzioso nel mio angolo, il cuore che mi batteva tumultuosamente per paura, ora, anche del tedesco e il sospetto: "Se si coalizzassero per prendermi la maschera, Gino e il tedesco, sarei bell'e fritto! Quale resistenza potrei mai opporre, sono in due...! " mi faceva sembrare il caro amico, Gino, e lo sconosciuto tedesco potenziali feroci rivali nella corsa per la sopravvivenza.
-"Reich molti gas, mia Germania vincere inglesi con tanti gas!" -sproloquiava il tedesco - "Io no paura, io tedesco, no italiano… shaiser!"
Non potevo ribattere ché ormai la paura mi aveva bloccato anche la lingua ma in cor mio pensavo: "Shaiser sei tu, bugiardo di un tedesco fifone più di me... e me ne frego dei gas della tua Germania; se stanotte uscirò vivo domani me ne andrò a Garian a piantar tabacco!
"

 
E accidenti a te e al tuo Fuhrer e a Giorgio VI e a quell'ubriacone di Churchill, a tutti quanti i guerrafondai di questo mondo !" Non respiravo più.
"Forse questa maschera antigas non chiude bene... non uscirò da questo buco..." - riflettevo - ...eh, già, c'è una fessura sotto il mento... le solite cose italiane poco pratiche... e pensare che ci avevano ordinato di portare sempre con noi la maschera... ma che funzionasse veramente bene, adattabile su ogni viso nessuno si preoccupò" - e cercavo di tamponare con le mani la fessura fra mento e maschera attraverso la quale poteva filtrare il gas!
"Tony," - la voce di Gino (rancorosa, mi sembrava) - interruppe le mie riflessioni - "non credo che riuscirò a salvarmi; tu te la caverai perché sei protetto dalla maschera ma io sento che non ce la faccio... adesso esco, almeno muoio all'aperto non qui dentro come un topo!"
-"No, Gino, aspetta ancora un po', intanto bagna bene il fazzoletto, vedrai che ce la faremo tutti. Quanto a lungo credi che durerà nell'aria questo maledetto gas...!"
Ma ormai anche io non ne potevo più. "A parte il gas," -pensavo - "l'aria nello sgabuzzino è viziata....e accidenti a te shaiser d'un tedesco, ci mancavi pure tu! In due avremmo resistito meglio e più a lungo.. ."
Erano trascorse oltre due ore dall'inizio dell'incursione e la contraerea da quasi un quarto d'ora non sparava più.
Esplosioni lontane si avvertivano ma le mitragliere da venti millimetri tacevano: - "Che siano tutti morti i nostri artiglieri?" - insinuò Gino mentre il tedesco sogghignava.
Trascorsero altri minuti poi non resistetti più.
"Gino," - dissi - "esco io che, come tu pensi, sono protetto dalla maschera e vedrò se il pericolo è passato; se tutto va bene tornerò presto e se non torno vuol dire che sarò morto!" Ora fai attenzione e richiudi non appena sarò uscito.
Sul portone l'aria fresca del mare mi rincuorò. Le stelle brillavano nel cielo limpido, il gas non c'era più: il vento lo aveva disperso. Mi tolsi la maschera e respirai a lungo; poi chiamai Gino e uscimmo.
Andammo verso la cattedrale. Le strade erano deserte, nessun morto sui marciapiedi nessuna ambulanza incontrammo... e un vago sospetto cominciò ad insinuarsi in noi man mano che ci avvicinavamo al centro della città: "Possibile - ci chiedevamo - che un attacco di gas asfissianti, il primo per giunta, non abbia fatto vittime? E dove sono i cadaveri? Che siano tutti morti in casa o nei rifugi?"
Entrammo nel rifugio del Municipio di fronte alla Cattedrale e vi trovammo delle conoscenze; nessuno di essi aveva la maschera e chiedemmo come si erano difesi dal gas e quelli ci guardarono con diffidenza e risposero: "Quale gas?"
Rimanemmo di stucco: "Come, quale gas? Se l'abbiamo sfuggito per miracolo! Se siamo stati tappati in un buco per due ore con la maschera antigas incollata al viso o respirando attraverso un fazzoletto inzuppato di urina..."
Si fece avanti un signore che - disse lui - non aveva sentito bene e ripetemmo la domanda e rifacemmo il racconto delle nostre due ore nel carbone; e quello, alla fine, ci voleva arrestare con l'accusa di "propagazione di notizie false e tendenziose"; era un poliziotto in borghese, uno dei tanti che si confondevano nei rifugi per sentire i commenti della gente e scoprire eventuali antifascisti considerati nemici della Patria. Egli fu buono con noi e ci spiegò pazientemente che la nebbia da noi incontrata non era gas asfissiante ma fumogeno con cui la nostra difesa antiaerea avvolgeva le navi nel Porto per occultarle alla vista degli aerei incursori; contemporaneamente però, sotto sotto, espresse considerazioni poco benevole nei confronti della nostra intelligenza, praticamente facendoci capire che eravamo dei... coglioni.
Gino mi guardò ed io evitai il suo sguardo; poi, mentre il suono gioioso delle campane della vicina Cattedrale si spandeva nell'aria per annunciare la fine dell'incubo, uscimmo dal rifugio silenziosi e camminammo a lungo immersi nei nostri pensieri.
Mi sentivo in colpa. Perché? Per essermi lasciato facilmente vincere dalla paura o per aver ritenuto Gino capace di allearsi allo sconosciuto tedesco per privarmi della maschera antigas? Forse per entrambi i motivi e mi sentivo... una cacca.
Ma anche Gino ora faceva silenziosamente il proprio esame di coscienza e forse anche lui si sentiva colpevole... e non solo di aver avuto eccessivamente paura.
Poi di colpo cominciammo a parlare, a commentare gli avvenimenti di quella serata interrompendoci a vicenda non avendo il nostro discorrere che lo scopo di giustificare, di spiegare ciascuno a se stesso, il proprio comportamento. Ma le parole rimbalzavano, scivolavano via senza saper formulare alcuna scusante: eravamo stati tragicamente ridicoli e incredibilmente sciocchi.

Salimmo al terzo piano del vecchio palazzo nella mia stanza falso stile rococò e riprendemmo a bere il doppio Kummell "vero" e tentammo inutilmente di trovare il lato comico della nostra avventura. Al successivo urlo delle sirene d'allarme scendemmo lentamente le scale: fingevamo ora di essere coraggiosi mentendo a noi stessi o la paura s'era dissolta veramente come l'acre nebbia che ci aveva tratti in inganno?
Chissà.
So con certezza che mi meravigliai a constatare che le sirene d'allarme avevano perduto i loro velenosi uncini.
Attraversammo la strada e ci fermammo al muretto del lungomare a guardare le navi ancorate nel Porto. Un "bengala" illuminò le loro sagome e i proiettili traccianti delle mitragliatrici da venti millimetri partirono rabbiosi verso il cielo mentre le bombe degli aerei incursori piovevano sollevando enormi colonne di acqua e le loro esplosioni si confondevano con quelle delle batterie contraeree in un crescendo di boati e brontolìi.
"Il tedesco sarà ancora nello sgabuzzino!" disse Gino.
"Starà meditando la rappresaglia della Germania." - risposi.

Dopo quella notte non ci ritrovammo più insieme io e Gino durante le incursioni aeree e quando ci incontravamo al Ristorante facevamo di tutto per evitare che i nostri discorsi toccassero l'argomento della nostra avventura. Non so quindi se Gino, ebbe in seguito necessità di andare al rifugio ; io no: l'irrazionale senso di sgomento che mi aveva attanagliato lo stomaco già al calar del sole, in previsione dell'ormai abituale incubo notturno, dopo l'episodio del gas non condizionò più la mia vita e durante le incursioni restavo indifferente sul balcone ad assistere allo spettacolo del fuoco pirotecnico dei proiettili delle mitragliere e la danza nel cielo buio dei fasci luminosi delle fotoelettriche che ogni tanto inquadravano un aereo incursore scatenando una tempesta di fuoco da parte della difesa antiaerea.
fine

 
Antonio MAMMONE


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                          Giulia    


Tripoli di Libia, l'antica Oea (1), la Tarablus al Gharb, la Tripoli d'Occidente, la bella Tripoli all'inizio del 1941, ad oltre un semestre dall'entrata dell'Italia nella seconda guerra mondiale.
Tony, abitava vicino all'albergo "
La Perugina". Chi non lo ricorda quel modesto albergo quasi al termine della via che da piazza Italia conduceva al Porto, proprio ai piedi del Monumento ai caduti, a non più di cinquanta metri dall'Arco romano di Marc'Aurelio, l'imperatore filosofo... Aveva preso in affitto una stanza mobiliata al terzo ed ultimo piano di un vetusto palazzo con ripide scale di legno in Zenghet Madrasaat(2) nella Città vecchia, il quartiere a ridosso del Porto, che la sera diventava deserto. Infatti, la paura dei bombardamenti notturni che la R.A.F. proveniente da Malta effettuava regolarmente su Tripoli, aveva spinto gli abitanti ad abbandonare le loro case e a rifugiarsi nelle sicure grotte di Gargaresh a circa venti chilometri dalla città. Egli non poteva che restare nella sua camera, solo come un cane: anche la padrona di casa, una vecchia maltese era andata a stabilirsi lontano, a Zwarah, quasi al confine con la Tunisia, e tornava una volta al mese per pulire la stanza e per riscuotere l'affitto.
Tony invidiava quella gente fortunata che aveva la possibilità di mettersi al sicuro; avrebbe voluto anche lui andarsene e, in verità, aveva provato ad abbandonare quel lugubre quartiere ma il ritorno la mattina seguente, in orario per assumere servizio, si era rivelato impresa difficile. In quel tempo egli era dipendente dei Magazzini Generali del Porto per annotare le merci in partenza e in arrivo. Alle sette dalla banchina centrale partivano i rimorchiatori con le bettoline e con il personale addetto verso le navi in rada e se si perdeva la... corsa si perdeva anche la giornata e forse anche il posto di lavoro: perciò, per non correre il rischio del licenziamento , come tanti altri, era costretto a restare là, a qualche centinaio di metri dal Porto, obiettivo preferito dai bombardieri inglesi, ad aspettare ansioso e impotente l'ora delle incursioni e correre al rifugio con le ali ai piedi e poi spesso trascorrere insonne buona parte della notte rintanato in un cantuccio sotto le robuste volte del Castello Turco fra gente avvilita come lui. Possedeva una vecchia bicicletta che gli consentiva di recuperare un po' del sonno perduto al rifugio durante la notte e di raggiungere in orario il posto di lavoro; al ritorno, invece, serviva per trasportare qualcosa che riusciva a comprare dai marinai delle navi che facevano una specie di piccolo "mercato nero": pacchi di pasta, carne congelata, barattoli di marmellata o scatole di conserva di pomodoro che ormai al mercato libero, senza la tessera annonaria, erano introvabili; la Guardia di Finanza all'ingresso fingeva di non vedere ed egli utilizzava quel ben di Dio per rinsaldare amicizie e simpatie e quando il "bottino" era abbondante, cederlo al padrone del ristorante, dove era abbonato a cenare e ad ascoltare la radio.
A differenza di Lombardo, un collega genovese, non approfittava della sua posizione di lavoratore sulle navi provenienti dall'Italia per lucrare nel piccolo commercio; cedeva quella merce per lo stesso prezzo da lui pagato e qualche volta anche rimettendoci. Così, il suo tempo, in quel tragico primo semestre del 1941, si svolgeva saltando di giorno da una nave all'altra, di sera in trattoria ad ascoltare la radio e di notte correndo da casa al rifugio e viceversa e tentando di dormire il più possibile fra un bombardamento e l'altro. Eppure, nonostante i disagi e le paure, si sentiva tranquillo. Le corse al rifugio, il fragore delle bombe e quell'apparato di mitragliere e soldati appostati tutt'intorno al Porto e lungo il bellissimo ondisonante lungomare, all'inizio davano l'impressione di stare ad una sagra... e ascoltava indifferente le notizie del "bollettino di guerra" esprimendo, a volte, meraviglia per l'interesse che suscitavano su alcuni avventori del ristorante i quali interrompevano la cena per stare più vicini alla radio e per non perdere una parola del "comunicato".
"Ma di che si preoccupa 'sta gente!" - pensava - "Tanto, vinciamo noi...!" E rideva e correggeva l'italiano di Aquino, un non tanto giovane portalettere che cenava al suo stesso tavolo e che mormorava "Popolo 'gnoranto, popolo 'gnoranto!" quando la radio trasmetteva i battimani e le acclamazioni che si frapponevano ai discorsi del Gerarca di turno nelle piazze italiane. La propaganda di guerra gli aveva fatto il lavaggio del cervello; e non solo a lui, ovviamente. Le notizie cattive venivano date col... contagocce. Il disastro dell'Armata del Generale Graziani nel deserto della Marmarica, per esempio, era stata ridotta a "ritirata strategica" e il successivo abbandono di Bengasi e dell'intera Cyrenaica a "prudente trasferimento dei coloni italiani in luoghi meno esposti". Purtroppo, presto, molto presto, avrebbe dovuto cambiare opinione in merito alle nostre possibilità di vittoria anche se, con l'arrivo ai primi di febbraio, dell'Afrika Korp del Generale Rommell, quella stessa propaganda sarebbe diventata più intensa e martellante.

Ritornando a casa tutte le sere, dopo oltre dieci ore di lavoro sulle navi, alle sei e mezzo, notava fra i vari mendicanti che chiedevano l'elemosina all'entrata del Porto, un po' distaccata dagli altri, una ragazza, quasi una bambina, appoggiata alla rugginosa balaustra che impediva il passaggio degli autoveicoli; con il viso sempre volto verso il mare, ella tendeva timidamente la mano e aspettava che i lavoratori e i marinai in libera uscita le regalassero qualcosa. Un paio di volte anche Tony le diede dieci o più lire, e qualche tavoletta di cioccolata e la guardava desiderando che si voltasse verso di lui per meglio valutarla; ma ella sembrava non vedere che il mare. La trovava sempre lì quando dopo aver fatto la doccia usciva nuovamente da casa per recarsi in trattoria e la maggior parte dei mendicanti si era ormai allontanata; al ritorno però non c'era più; evidentemente col calar della sera rientrava a casa pure lei.
Una sera, invece, la ritrovò al solito posto, sola. Si fermò e le disse "Ciao!" e la osservò meglio. Dimostrava non più di quattordici-quindici anni, magra, un vestitino a tunica sdrucito, un paio di sandali non meno malconci ai piedi nudi e sudici e un visetto triste sotto un gomitolo sporco e arruffato di capelli biondicci, era proprio insignificante e faceva pena.
"Ciao ! ormai ci conosciamo, anche se solo di vista... e son curioso di sapere che fai qui tutta sola , aspetti qualcuno? E' quasi buio..."
-"Aspettaghre mia amica; poi andaghre a fifahouse..."(1) - rispose, e dal suo accento Tony capì che era ebrea, non maltese come aveva in un primo momento creduto.
La comunità ebraica in Tripolitania, era in quel tempo divisa in tre categorie : ebrei quali i Nunes-Vais, gli Hannuna, i Barda, gli Habib ecc. di nazionalità italiana, ricchi e istruiti, ebrei straccivendoli, lustrascarpe o piccoli fabbri-calderai apolidi e poveracci ed ebrei indigeni quasi tutti contadini abitanti sull' altopiano del Gebel Nefusah, nelle grotte troglodite di Garian e di Tigrinna, discendenti, sembra, da quegli ebrei che fuggiti dall'Egitto non se la sentirono di seguire Mosè attraverso il Mar Rosso e preferirono dirigersi ad Ovest affrontando le insidie del deserto anziché le onde del mare.
Questa piccola mendicante apparteneva, evidentemente, alla seconda categoria, quella dei poveracci i quali, anche se ancora le leggi razziali di cui, peraltro, la gente poco sapeva, non venivano applicate o, se in qualche caso si applicavano, si riducevano ad inutili cartelli sulle porte dei negozi degli ebrei ricchi per invitare la gente "ariana" , cioè noi e i tedeschi, a non comprare dai "semiti", erano pur sempre la categoria più castigata dalla scarsità di cibo e di vestiario.
-"A quanto pare stasera la tua amica è in ritardo!" - osservò Tony.
-"Si, faghre ritaghrdo..."- ammise la piccola ebrea; e soggiunse: "Ma ancoghra pghresto... inglesi non venighre pghrima di oghre dieci." Poi a sua volta domandò :
-"Te andaghre a dormighre a fifahouse staseghra?"
-"No, io non vado a nessun rifugio , non ho paura, io! Fra un po' salirò nel mio appartamento ammobiliato e dormirò fino a domattina infischiandomi degli inglesi e delle loro bombe!" - si vantò. Tony aveva ventitrè anni e, pur non interessandogli minimamente l'opinione di quella stracciona, chissà perchè, desiderava che ella lo considerasse un... duro! Ebbe l'impressione di... aver fatto centro e che ella restasse a bocca aperta, affascinata dal suo coraggio, e attese.
-"Foghrtunato te che aveghre appaghrtamento!"- commentò lei.
Volse lo sguardo verso il mare e cominciò a lamentarsi: "Inglesi bombaghrdato mia casa, io non c'è più casa! mio papa e mia mamma andati a Gaghrian, io qui sola per faghre seghrva." Poi, guardandolo fisso con accento speranzoso chiese:
-"Te voleghre me peghr pulizia tuo appaghrtamento? io conosce signoghra maltesa tua padghrona di casa e lei foghrse conosci me e lei contenta se io venighre faghre pulizia a tuo appaghrtamento...". Aveva gli occhi celesti ed era la prima volta che Tony vedeva una ebrea con gli occhi così chiari.
-"Tu fare la pulizia? - Non mi dire! A parte il fatto che alla pulizia dell'appartamento deve provvedere la..."maltesa", non credi che prima dovresti pulire te stessa?" - osservò Tony; e crudele e provocante, con una ancor più crudele risata della quale in seguito si sarebbe vergognato, aggiunse:
-"Scommetto che sei anche piena di pidocchi!"
-"Si, pidocchi c'è ma solo pochi in capelli; in vestito non c'è! Vuoi vedeghre? - ammise candidamente.
-"No, non voglio vedere." - le disse, già pentito del suo atteggiamento poco comprensivo nei confronti di quella poveretta che si trovava in evidente difficoltà - E, poiché ella aveva ricominciato a lamentarsi, finse di arrabbiarsi:
-"Porcamiseria, piantala! Se passa qualcuno e ti sente piangnucolare potrebbe pensare chissà che cosa... che ti abbia offesa o qualcos'altro... vuoi mettermi nei pasticci?"
Ma non sapeva decidere se fosse più saggio andare a prepararsi per l'imminente incursione aerea o restare a far compagnia a quella stracciona.
Cercò di tranquillizzarla esprimendo il parere che la sua amica sarebbe potuta arrivare da un momento all'altro e restò con lei, appoggiato alla rugginosa balaustra. Quando però l'attesa si fece troppo lunga, non avendo cuore di lasciarla lì sola nel buio le propose di salire nel suo... appartamento. Posto ce n'era... e poi, se la padrona di casa, che come già detto, si era trasferita a Zwarah, la conosceva non avrebbe fatto storie qualora fosse venuta in seguito a sapere che aveva ospitato la piccola mendicante. Si trattava in fondo di una sola notte, che diamine! Poi il giorno dopo... sarebbe stato sempre un altro giorno, avrebbe trovato il modo di liberarsene senza sentirsi in colpa.
"Senti, come ti chiami? Come? Giulia? Bene, senti Giulia, l'appartamento dove io abito è molto grande, e la padrona di casa, come tu hai detto di sapere, non c'è. Se vuoi puoi venire su a trascorrere la notte in una delle stanze libere."
Ricominciò a piangere e a lamentarsi :
"Te cghredeghre io essere gahabusha!(2) Io non gahabusha, io figlia famiglia. Te voleghre me peghr faghre amoghre una notte come sharmutha e poi buttaghre fuoghri, io no stupida! Vai via, yallah(3)
-"No!" - protestò Tony - Non ci penso neppure a fare l'amore con te… sozza come sei, non ti toccherei neppure con le pinze, te lo giuro. Tu puoi chiudere la porta della stanza con la chiave e nessuno ti disturberà!" ("Ma perchè cavolo mi sto impicciando di questa stracciona !" - pensava Tony - "Fosse una di quelle ragazze ebree prosperose e culone che si incontrano per la città vecchia e che se invitate non si tirano indietro, passi, ma questa è proprio un... niente e per di più fa la difficoltosa. Quasi quasi la mollo qua al freddo della notte invernale... e me ne vado a dormire..."). Ma la sua educazione romantica, maturata e assorbita leggendo i classici in edizione ridotta del suo maestro della quinta elementare (sic) non glielo consentì:
-"Credi che se ti ritenessi una "sharmutha" perderei tanto tempo a parlare? Ti offrirei dieci, venti lire e... prendere o lasciare! Comunque, - concluse - se non sei d'accordo, io posso aspettare ancora qualche minuto, poi me ne vado. Scegli tu."
Non rispose e restarono ancora un po', lei sempre sospirando e lui sinceramente speranzoso che l'amica arrivasse.

  Ma non venne ed erano quasi le nove ormai, l'ora vicina all' abituale primo bombardamento aereo della notte.
Doveva decidere anche perchè si poteva correre il rischio che qualche poliziotto zelante li vedesse lì vicino al porto a quell'ora tarda e volesse fare il... salvatore della Patria.
Impaziente, ironicamente la sollecitò: -"Sei piuttosto bugiarda, vero, Giulia? Mi hai detto che aspettavi l'amica... ma quale amica… tu l'amica ce l'hai solo nella mente!
-"No, ti giughro, - protestò - mia amica detto venighre... io non sapeghre peghrchè faghre tanto ghritaghrdo..."
- "Va bene, va bene, ti credo... ma ora visto che l'amica ti ha mollato, cosa vuoi fare, sali con me o me ne vado?"
-"Te taliano buono? - chiese - "Te giughraghre non toccaghre me quando in tua cameghra?"
"Ma chi ti credi di essere, Greta Garbo? Sì, io giurare!" - rispose Tony ridendo, e aggiunse: "Tu non starai nella mia camera ma in quella della padrona di casa, va bene?"
-"Sì, io venighre." - disse, e lo seguì per le fatiscenti scale.
 
-"Su, entra." - la incoraggiò - "La "maltesa" non tornerà prima della fine del mese." E dopo averle mostrato la stanza con un gran letto antico nella quale avrebbe potuto trascorrere la notte, Tony si ritirò nella sua camera a leggere "Via col vento".
Non c'era allora
la Televisione a tener compagnia e a far sciupare il tempo!
Dopo circa un'ora la sentì bussare alla porta e chiamare:
-."Aharfy 'taliano. Signoghr 'taliano!"
-"Che vuoi? - rispose - Vieni avanti !"
Giulia si affacciò sull'uscio ed espresse il parere che ormai per quella notte gli inglesi non sarebbero venuti a bombardare; poi gli chiese se poteva lavarsi per bene precisando che si sentiva veramente sporca:
-"Io voleghre faghre doccia come fatto te pghrima di andaghre a tghrattoghria ma acqua tghroppo fghredda. Te scaldata acqua peghr faghre doccia?"
Come sapeva che Tony era andato al ristorante e che aveva fatto la doccia non lo spiegò.
-"Ho capito, sei molto furba, aspetta! Ti accendo lo scaldabagno."- rispose Tony.
Andò nel bagno e accese, non senza fatica il prezioso Junker a legna. Mostrò a Giulia come doveva dosare l'acqua calda-fredda e come alimentare il fornello e la lasciò.
-"Ghrazie 'taliano buono! - disse - e si chiuse nel bagno.
Tony sentì l'acqua scorrere e poi i gridolini della ragazza forse di soddisfazione o perchè l'acqua era troppo fredda o troppo calda....
-"Tutto bene, Giulia ? -
-"Sì, bene, ghrazie taliano buono!" - rispose -
Tony riprese la lettura del suo libro e per circa mezz'ora si dimenticò di lei per considerare i problemi di Rossella; poi, attraverso la porta della stanza rimasta aperta, la vide venire a piedi nudi nel breve corridoio:
"Adesso te contento? Io no più spoghrca e così poteghre faghre pulizia tua camera!"- urlò. Ma non era più lei. Non era più la mendicante di poco prima, la doccia aveva operato un miracolo: la piccola stracciona insignificante, aveva subìto una radicale trasformazione. Ora Tony aveva davanti una ragazza "vera" e il vestitino liso aderente al corpo ancora bagnato dopo la doccia, evidenziava una silhouette delicata. Si sentì in soggezione e per dissimulare lo stupore si informò se lo scaldabagno aveva funzionato a dovere; poi le chiese se aveva cenato e quando ella rispose che no, non aveva mangiato niente quella sera si precipitò a tirar fuori dal piccolo armadio-credenza, marmellata e biscotti.
"Mangia un po' di biscotti, non ho altro ora, io intanto preparerò il thè." - le disse e andò in cucina ad accendere la spiritiera, il famoso fornello a gas di petrolio compresso. Quando tornò con una bella tazza di thè fumante e l'appoggiò sul tavolinetto falso stile "rococò", lei aveva già fatto fuori un barattolo di marmellata e un bel po' di biscotti.
Poi improvvisamente la luce si spense e mentre l'urlo agghiacciante della sirene d'allarme interrompeva il silenzio pesante che avvolgeva la notte, se la trovò addosso terrorizzata e con essa anche il thè ancora quasi bollente :
"Andaghre a rifugio, fissa fissa! Io paughra! b'l mahaghrhuuf andaghre, c'è fifahouse vicino, yallah!" urlava.(4)
Tony tentò di calmarla. Andare al rifugio "fissa fissa" era impossibile: lui in pijama perchè, come lei, pensava che
la RAF per quella notte ormai non sarebbe venuta, e lei con quel misero vestitino bagnato addosso avrebbe rischiato una polmonite se fosse uscita per raggiungere il più vicino rifugio del Castello Turco, a circa due-trecento metri di distanza... Era proprio come una bambina terrorizzata e non voleva sentire ragione; le sue braccia non lo lasciavano, si stringeva sempre più a lui mentre le esplosioni delle prime bombe nel Porto si sovrapponevano in un crescendo infernale alla reazione delle batterie contraeree; e il suo vestitino umido non era affatto profumato. Infastidito glielo strappò da dosso:
"Meglio nuda che con questa tunica sporca e bagnata; sentirai meno freddo!" - disse - e, al riverbero intermittente delle esplosioni dei cannoni della difesa antiaerea appostati sul lungomare, la prese in braccio e la portò sul lettino accanto; era scossa da brividi di freddo e di paura ed egli la depose sotto le coperte e si stese accanto a lei per riscaldarla sussurrandole all'orecchio parole di conforto. L'accarezzò delicatamente e quando le sue mani si fermarono sull'erto e gelido seno adolescenziale ella si quietò mormorando:
- "Taliano buono io paughra, io no gahabusha, ti giughro!"
- "Ti credo... ti credo cara, non temere..!" - la rassicurò Tony e lei si rannicchiò ancor di più fra le sue braccia e il suo alito era profumato e la sua bocca sapeva di thè e di biscotti al cioccolato.
Quando dopo almeno due ore le campane della Cattedrale suonarono il cessato allarme e la luce si riaccese Giulia scivolò dal letto e andò nel bagno. Tony sentì l'acqua diguazzare a lungo nella vasca e... si addormentò
Al secondo allarme di quella notte si svegliò ma non la sentì vicino; si alzò, accese la torcia elettrica e la cercò: era sdraiata, con una coperta addosso, sul divano nella stanza della padrona di casa . "Giulia, - la chiamò - non hai più freddo?"
"No, no fghreddo adesso; te doghrmighre io non voleghre svegliaghre te!" - rispose.
La riportò sul lettino e non sentirono il successivo urlo delle sirene per la seconda incursione di quella notte.

All'importuno trillo della sveglia, alle sei, Tony saltò giù dal letto . Si rase rapidamente, si vestì e preparò il caffè; ne portò una tazza a Giulia ancora semiaddormentata e le sussurrò :
-"Giulia, devo andare. Tu puoi restare finchè vuoi, nessuno ti disturberà e in cucina troverai qualcosa da mangiare; poi stasera, se mi vorrai aspettare, faremo un esame della situazione."
Gli gettò le braccia al collo mormorando :-"Taliano buono, taliano buono..." ed egli la baciò dolcemente e ancora una volta accarezzò le sue delicate nudità... poi corse via per non cadere nuovamente in tentazione e per non far tardi per l'orario di lavoro.
Arrivò appena in tempo e si precipitò a salire sul vecchio rimorchiatore che portava gli scaricatori sulle navi in rada, sotto lo sguardo perplesso del collega Bucchieri meravigliato per quell'insolito ritardo.
Nei giorni che seguirono, il tempo di Tony si svolse con il solito tran-tran: pranzava col Commissario di Bordo, racimolava qualche pacchetto di sigarette, della cioccolata... ma non vedeva l'ora di tornare a casa, da Giulia, che ormai era entrata nella sua vita e lo aspettava appoggiata alla rugginosa ringhiera; quando scoccavano le sei, adempiuti gli obblighi da rispettare, senza neppure salutare i colleghi con i quali di solito si soffermava a commentare gli avvenimenti della giornata, si precipitava a prendere la bicicletta lasciata sulla banchina.
Un giorno non la trovò al posto dove l'aveva lasciata, forse qualcuno l'aveva spostata, non rubata, chè lì nessuno rubava niente e dovette tornare a casa a piedi con un diavolo per capello perché temeva che non vedendolo tornare all'ora solita Giulia non fosse più lì, ad aspettarlo, al solito posto. Erano trascorse solo due settimane da quando quella figurina gli era piombata addosso all'improvviso e temeva di perderla. Invece lei era là, un po' oltre la vecchia balaustra e quando lo scorse si mosse e svoltò in Zenghet Madrasaat. Tony affrettò il passo e nel portone essa gli andò incontro. La evitò :
-"Non mi toccare" - le disse - "sono sudato e sporco!" e mentre lei, fingendosi offesa si defilava nel portone, raggiunse rapidamente il terzo piano. Entrò nel bagno; accese il prezioso Juncker, si spogliò e si abbandonò alle carezze della bell'acqua calda della doccia chè il mese di gennaio è veramente freddo a Tripoli e lui in quel tempo non usava cappotti o maglie, neppure la canottiera; portava semplicemente la camiciola a maniche corte.
Ma Giulia l' aveva seguito e, la furbona, quando lo sentì sotto la doccia, spinse la porticina del bagno e gli fu addosso, con tutto il vestito, non quello della prima sera, un altro che frettolosamente Tony aveva comprato da un rigattiere di Suck el Turck. Tony glielo tolse e restarono così sotto la doccia fino a quando la legna nello scaldabagno non si consumò.
Seguirono giorni e giorni di felicità piena. Tony non andava più la sera a trascorrere qualche ora con gli amici in trattoria... oltre al suo lavoro non pensava che a Giulia e, alla fine della giornata ansioso e felice quando la scorgeva in attesa nel portone, soddisfatto e spiritoso, godeva a farsi inseguire su per le ripide scale fino all'amica stanza da bagno.
Giulia stava diventando una droga e Tony viveva la notte in un'estasi senza fine. Le sirene d'allarme non gli attanagliavano più lo stomaco come qualche mese prima: tutte le sue paure si dissolvevano quando ella si stringeva a lui mormorando "Taliano buono, taliano buono!..
Comprò una nuova bicicletta per guadagnare tempo la mattina nell'uscire e la sera per ritornare; poteva così restare mezz'ora in più con Giulia che lasciava a letto quando si recava ad assumere servizio. Dove ella andasse durante il giorno non lo scoprì mai.
Tanti aspetti della sua giovane esistenza gli sembravano oscuri ma non se ne curava. Voleva credere a tutto ciò che lei diceva: per lui era importante soltanto che la sera ella fosse lì ad attenderlo ansiosa e attenta ai suoi progetti... campati in aria . Non si interessava a sapere a chi dava la pasta, la conserva di pomodoro, il riso, la marmellata o il caffè che le portava; così come non andò a fondo sulla storia del padre il quale, diceva, morta la moglie, cioè sua madre, l'aveva abbandonata per andare a vivere con un'altra donna a Garian, lontano dai bombardamenti, correggendo quanto aveva detto precedentemente e cioè che padre e madre erano andati insieme a Garian.

La notte del 21 aprile stavano sul terrazzo ad aspettare la solita incursione della R.A.F. quando, prima ancora che le sirene d' allarme cominciassero a urlare, il cielo sul Porto fu illuminato da decine di razzi "bengala" con paracadute e contemporaneamente l'orizzonte sul mare fu rischiarato da lampi diffusi come per un incipiente temporale, seguiti dopo un minuto-un minuto e mezzo, da un rumore rotolante come di treno in arrivo che copriva ogni altro rumore.
Non faticarono molto a capire che si trattava di un'incursione aereo-navale e restarono per quasi un'ora addossati l'uno all'altra consapevoli che solo la fortuna poteva salvarli; nessun rifugio del tempo poteva dare sicurezza in caso di bombardamenti navali. Infatti, lo seppero il giorno dopo, persino il rifugio costruito nel giardino della Banca d'Italia per i V.I.P. era stato distrutto da un proiettile da
305 millimetri di una nave di Sua Maestà Britannica.
I danni alle cose e anche alle persone, se si escludono i morti nel rifugio della Banca d'Italia, quella notte non furono gravi perchè la maggior parte dei proiettili dei cannoni navali non esplosero o esplosero lontano, oltre la periferia della città, mentre gli spezzoni incendiari al fosforo lanciati dagli aerei si conficcarono nell'asfalto o nella sabbia senza causare alcun incendio grave. Fu colpita e sventrata da un proiettile, che però non esplose, anche la bella Chiesa di Corso Sicilia, quella delle "Suore Bianche" che da quel giorno si chiamò "Chiesa della Madonna della Guardia".
Quando il silenzio abituale della notte si ricompose Giulia e Tony restarono a lungo a chiacchierare chè il primo ghibly della stagione aveva alzato di colpo la temperatura e si stava bene all'aperto a respirare la brezza marina e a fare progetti per il futuro.
 
-"Tony, quando finighre gueghrra te voleghre ancòghra tua Giulia?" - ora lo chiamava Tony, non più 'taliano buono!
-"Ceghrto che "voleghre mia Giulia;" - imitava il suo accento per prenderla in giro - "io voleghre sposaghre Giulia, capito?"
-"No! - disse seria - Sposaghre no! Io yudia e Ghrabbino dighre peccato sposaghre cghristiano!"
-"Ma chi se ne frega del rabbino... Tony vuole Giulia, Giulia vuole Tony... dunque? Il Rabbino può andare a farsi fottere; comunque, non pensare ora; quando la guerra sarà finita ne parleremo. Intanto domani, se la nave che dico io non sarà stata nel frattempo affondata, ti comprerò un po' di biancheria intima e qualche vestito e anche un paio di scarpette nuove. Io voglio la mia Giulia sempre vestita bene, anche se mi piace di più senza alcun vestito... nuda! Intanto, per non sbagliare misura, fammi vedere ancora una volta il tuo piedino e il giro vita e nel caso trovassi anche un reggiseno...  fammi sentire... Oh!.. ma lo sai che non me n'ero ancora accorto? non hai bisogno di reggiseno!" e ridevano come due bambini e si amarono a lungo, sotto il cielo pulito di primavera, testimoni le stelle.

Dieci giorni dopo il bombardamento aereo-navale, come tutte le mattine i colleghi Bucchieri e Lombardo aspettavano Tony sulla banchina. Ammirarono ancora una volta la bicicletta nuova e Lombardo da buon genovese volle sapere tutti i particolari dell'acquisto: quanto era costata, se contanti o a rate, da chi l'aveva comprata... Lombardo aveva il senso degli affari e del baratto: sigari contro sigarette, pennine usate contro matite e persino lamette da barba, cinque usate per una nuova, marca Signorina. Bucchieri invece gli chiese se era disposto ad andare in rada in sua vece. Egli odiava il servizio sulle navi ancorate in rada: "Non per paura" chè io sono uno di quelli del Grappa!" - diceva - e non aveva torto perchè con la grappa o anche con la "buhka"(5) andava veramente d'accordo, tanto da meritare il soprannome di "Nuvoletta". Si dichiarò disposto a sostituirlo qualora fosse stato possibile e l'anziano collega lo abbracciò contento e lo chiamò, come solito, figlio suo.
In attesa del rimorchiatore chiacchierarono un po' del più e del meno commentando le scarse notizie della guerra in Cyrenaica con l'esercito italo-tedesco impegnato nella prima controffensiva e del traffico navale che intasava il Porto.
"Vedi la "Birmania"? - chiese Bucchieri - Quella motonave è carica di fusti di benzina e di bombe a grappolo tedesche sensibilissime, l'ho saputo da un capitano amico mio! E vedi quell'altra, la "Città di Bari"? Sono così affiancate al molo principale mica per caso... Il carico della "Birmania" dev'essere trasbordato sulla "Città di Bari" che lo porterà a Bengasi..."
-"E allora? che importanza ha questa notizia?" - chiese Tony.
-"L'importanza consiste che il lavoro su quelle due navi è a rischio...." - spiegò Lombardo.
-"E se ti chiamano per quel servizio cerca di squagliarti con ogni mezzo!" -concluse Bucchieri.
La sera Tony raccontò tutto a Giulia per dimostrarle quanto era "fifona" certa gente e come , invece, era... coraggioso lui!
-"No, tesoghro mio ! - eslamò Giulia - Tuoi amici fifoni aveghre ghragione, te invece essere molto scemo. Peghr Dio Santo, non voleghre più bene a tua Giulia? se voleghre ancoghra poco bene te malato fino a quando navi con bombe non andaghre via, capito?"
-"Non posso, cara; non posso fingere di essere malato... e poi non ricordi che devo comprare vestiti per te ?"
-"Non voleghre vestiti; cosa faghre io con vestito senza Tony? E non detto che te piaci Giulia pughre senza vestito? Io sbagliato dighre te 'taliano buono... te 'taliano mahabul"(6) -protestò piangendo.

La "Birmania" e la "Città di Bari" erano quasi affiancate, a destra e a sinistra del molo principale. Al lavoro di scarico e carico da una nave all'altra erano addette due squadre che si alternavano ogni tre ore; a controllare i facchini e ad annotare i colli erano stati chiamati, senza alcun preavviso, Tony e Lombardo; Bucchieri invece andò in rada malgrado i suoi tentativi di restare nei magazzini, a terra. E si salvò il caro Nuvoletta.
I facchini lavoravano attentamente ed ogni tanto si udiva l'avvertimento del Capo: "Rood balek, sciuhéia, be-sciuhéia!"(7) mentre i fusti di benzina e bombe volavano imbracate sui verricelli da una nave all'altra. Lombardo seduto su un rotolo di gòmene sulla "Città di Bari", richiamava l' attenzione del Collega mostrando il suo orologio, un cipollone che teneva legato ai pantaloni con uno spago, per informarlo del tempo che mancava al sospirato riposo di mezzogiorno.
Tony a dir la verità non era eccessivamente preoccupato. Era allora, come anche adesso, del resto, piuttosto... incosciente in certe situazioni, ma si chiedeva: "Perchè cavolo non hanno fatto proseguire direttamente la "Birmania" per Bengasi anzichè perder tempo e fatica a scaricare e a caricare?" Egli, ovviamente, non sapeva nulla di navi, di tattiche e di strategie di guerra; non poteva certo entrare nelle considerazioni dei grandi cervelli che dirigevano tutto... ma restava lo stesso piuttosto perplesso.
-"Tony! "- qualcuno dal molo chiamava.
Tony si affacciò alla murata della nave. Capitan Bobani gli fece segno di scendere e lo incaricò di andare a cercare Corrado, un giovane commesso siculo-tunisino che, secondo le sue informazioni si sarebbe dovuto trovare a bordo in una di quelle navi attraccate alla banchina centrale."Sono po' stanco, oggi; - spiegò - tu sei giovane e certo non ti pesa salire e scendere dalle navi. Qui sulla "Birmania" starò io finchè tu non torni con Corrado. "Povero Capitan Bobani, genovese puro sangue, sulla cinquantina, energico e cortese e competente. Era praticamente il responsabile della Capitaneria di Porto, di quel Porto che improvvisamente era diventato prima linea. Ma a che cosa è valso il suo sacrificio? Chi lo ricorda più? Chi ricorda le centinaia di vittime di quel terribile giorno? Solo poche righe, a guerra finita, su qualche pubblicazione specializzata: "...e Rommel restò senza benzina perchè la nave che doveva portarla in Cyrenaica era stata sabotata nel Porto di Tripoli."

A vent'anni Tony non difettava come ora di elasticità di gambe. Salì rapidamente su una prima nave attraccata alla banchina e seppe che Corrado era andato sulla motonave "Vulcania" ancorata in rada. Là si recò approfittando di un rimorchiatore che faceva la spola trainando le bettoline dalle navi alle banchine e viceversa, si arrampicò sulla scala di corda e andò direttamente alla cambusa; conosceva le abitudini di Corrado; diciamo che conosceva... i suoi polli! Infatti Corrado era lì a far colazione con un amico marinaio e a cercare qualcosa da portare a casa, chè la "Vulcania" era fornita di ogni ben di Dio. Poi approfittarono del motoscafo della stessa nave e ritornarono rapidamente a terra.
Erano circa le undici; un aeroplano della nostra ricognizione volteggiava nel cielo limpido... tutto era tranquillo.
Sulla banchina venne loro incontro un altro collega, Bernardo, e chiese se avevano comprato le sigarette per lui, le Philip Morris di cui la "Vulcania" che fino a qualche mese prima aveva fatto servizio di linea per gli Stati Uniti d'America, non ancora entrati in guerra, era provvista. Chiacchierarono per quei cinque-dieci minuti che bastarono a salvarli.

Tony scorse Capitan Bobani apprestarsi a scendere ed era forse a dieci-venti metri da lui quando dalla "Birmania" vide levarsi il sole! Lo vide levarsi e poi scoppiare e un'immensa sfera di fuoco e un infinito rombo esplosivo gli colpirono simultaneamente occhi e orecchie mentre un'enorme colonna d'acqua salata lo travolgeva scaraventandolo contro la parete di una rimessa. Sanguinante da varie escoriazioni al viso e con una larga ferita al polpaccio della gamba destra, inzuppato, terrorizzato si trascinò sotto un grosso autocarro per ripararsi dalle innumerevoli schegge e lamiere infuocate pioventi dall'alto e attese di capire cosa stava succedendo: scorgeva esplosioni e fuoco là dove prima c'erano la "Birmania" e la "Città di Bari" e poi un automezzo dei Pompieri che si posizionava sulla banchina e lanciava ridicoli schizzi d'acqua su quell'inferno e veniva sepolto dall'intera prua della "Birmania" volata in aria come un fuscello. Contemporaneamente si erano scatenati i cannoni della difesa antiaerea e non capiva a chi sparavano... perchè nel cielo limpido c'era soltanto l'idrovolante di prima...
Raggiunse carponi un rifugio oltre i capannoni e fu aiutato a tamponare la ferita che sanguinava ancora ma che si rivelò, fortunatamente, meno grave di quanto la paura gli aveva fatto credere. E poi attese con gli altri rifugiati di sapere chi aveva potuto provocare quel caos.
Tanti feriti, anche gravi, furono portati in quel rifugio di fortuna e fra questi anche Lombardo che, come disse poi, era stato lanciato in mare e si era salvato, anche se con un femore fratturato, grazie alla sua abilità di nuotatore.
Del Capitano Bobani, invece, non si seppe più nulla. Di lui, come di altri, si disse, centinaia di lavoratori arabi e italiani, si trovarono nei giorni seguenti solo resti irriconoscibili sparsi nelle acque del Porto.

Quando le esplosioni diminuirono d'intensità e anche le cacciatorpediniere che erano in Porto cessarono di sparare sulle due navi esplose per provocarne l'affondamento e limitare il danno alle infrastrutture adiacenti, Tony andò a cercare la bicicletta ma non trovò né bicicletta nè capannone; c'erano solo rovine fumanti. Si avviò allora zoppicante e inzuppato d'acqua sporca verso casa con la speranza che Giulia fosse là ad attenderlo, al solito posto.
Ma Giulia non c'era.
La rugginosa ringhiera fra l'ingresso del Porto e l'albergo Perugina era contorta e i dintorni cosparsi di schegge metalliche e di frammenti di lamiere fra pozze di sangue e detriti d'ogni genere.
Salì in camera ma di Giulia neppure l'ombra. Scese nel portone e seduto sugli scalini l'aspettò invano fino a sera e per tutta la notte.
Giulia non arrivò e non arrivò neppure l'indomani.
Tony vagò per giorni e giorni, disperato, nei vicoli della Città vecchia, fra Suck el Turck e Suck el Muscir chiedendo a ebrei, arabi, maltesi se conoscevano un'ebrea giovane, biondina che qualche volta andava al porto a chieder l'elemosina... si rivolse persino al Rabbino della Città vecchia. Fu tutto inutile, persino l'intervento di alcuni amici agenti della P.A.I. (Polizia Africa Italiana). Nessuno l'aveva vista, nessuno la conosceva e qualcuno avanzò l'ipotesi che ella si fosse trovata all'ingresso del porto fra le mendicanti investite dalla pioggia di fuoco in seguito all'esplosione delle navi.
Tony non volle prendere in considerazione l'atroce possibilità che Giulia fosse fra le vittime innocenti di quel disastro e col trascorrere delle settimane, esaurita la speranza di ritrovarla, si costrinse a concludere che quella ragazza non era mai esistita e che l'amore che per quasi cinque mesi li aveva avvinti trasgredendo le regole imposte dalla razza, dalla religione, dalle condizioni sociali era stato soltanto il frutto virtuale di un sogno cancellato di colpo dalla realtà in un tragico mattino assolato.

Ma ancora adesso, dopo oltre mezzo secolo, Giulia è viva nella mente di Tony e il suo cuore si commuove quando nel sogno la rivede appoggiata alla rugginosa balaustra quasi all'imbocco di Zanghet Mhadrasaat e la sente sussurrare "Taliano buono, taliano buono!"
 
fine
 


Antonio MAMMONE



Note:
(*) OEA: Nome latino dell'odierna Tripoli
(1) Zamghet Madrasaat: Vicolo della scuola.
(2) Gahabusha, sharmuta: prostituta.
(3) Yalla: subito, presto.
(4) Fissa fissa: Immediatamente; 
    B'l maharuuf: per favore.
(5) Buhka: liquore distillato dai datteri, molto alcolico.
(6) Mahabuul: scemo, matto.
(7) Rood balek: attenzione!
    Be sciuheya:
piano piano

 


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                                    Abuso d' ufficio   



Dicembre 1942. Dopo la battaglia di El Alamein, l'Ottava Armata del Generale Montgomery riconquistò la Cirenaica e si spinse nella Sirtica, quasi fino all'Arco dei Phileni dove le truppe italo tedesche avevano approntato una linea di resistenza, si disse, "tattica" .
Io non partecipai alla ritirata del mio Reparto, il XX Reggimento Genio Lavoratori, perchè da metà novembre ero ricoverato in un Convalescenziario militare a Garian, ottanta chilometri a sud di Tripoli, dopo una grave forma di entero-colite che mi aveva colpito nel mese di agosto.
Fui dimesso intorno al 10-15 dicembre con l'ordine di rientro al "Corpo di appartenenza" nel più breve tempo possibile e mi recai al Comando di Tappa col mio ordine di rientro; dopo due giorni di attesa, un camion della P. M. (Posta militare) diretto in una zona top-secret della Sirtica si rese disponibile a darmi... un passaggio.
Da Tripoli a Sirte, il centro costiero del grande deserto sahariano, intercorrono cinquecento chilometri che oggi possono sembrare una distanza facilmente percorribile in quattro-cinque ore di automobile a velocità non certamente eccessiva ma allora era un'altra cosa.
Esisteva una sola strada, la famosa Via Balbia Tripoli-Bengasi voluta dal Governatore della Colonia Italo Balbo e costruita, con grande professionalità e tanti sacrifici dai nostri lavoratori: bisogna tener conto che si trattava di aprire una strada attraverso un deserto... e non c'erano i mezzi meccanici di oggi nè le tecniche di pavimentazione odierne.
Oggi verrebbe considerata una strada intercomunale di mediocre importanza e di scarsa recettività di traffico a causa della stretta unica carreggiata ma per quei tempi era una grande strada.
Mezzi di trasporto di ogni tipo, dai carri armati ai cannoni trainati da lenti trattori, da vetture e motociclette con o senza side-car a tanti tanti camions fumosi e, persino qualche bicicletta, invadevano la strada da e verso il Fronte con conseguente caotico traffico procedente a non più di 10-15 chilometri l'ora.
Raggiungemmo il Comando di Tappa di Misurata, a duecento chilometri da Tripoli, dopo dodici ore di marcia. Niente male.
Nonostante gli intasamenti, gli insabbiamenti quando spesso si doveva uscire dalla stretta carreggiata per aggirare mezzi in panne, avevamo tenuto una buona media. Qui mi fu comunicato che il mio Reggimento si trovava nella desolata strettoia di Buerath dove si stavano scavando fossi anticarro per la citata resistenza "tattica".
Riprendemmo il viaggio e con me nell'ampia cabina dell'autocarro, mi sembra uno dei primi "moderni" FIAT 626, trovò posto anche un soldato tedesco, cioè austriaco del Tirolo, come egli stesso mi disse, farfugliando in lingua italiana. Doveva raggiungere il suo Corpo di appartenenza, oltre Buerath e Sirte, diceva, ma non seppe o non volle dirmi perchè si trovava a Misurata, ad oltre trecento chilometri da dove si sarebbe dovuto trovare.
Faceva un freddo cane ma notai che il tedesco non era infreddolito come me e l'autiere(1) anzi, si era liberato della giubba e con le mani sotto la camicia si grattava continuamente il petto e il ventre pronunciando incomprensibili minacce. Gli chiesi con chi ce l'avesse ed egli mostrandomi le unghie insanguinate, dopo una energica grattata, tentò di farmi capire che... ne aveva preso uno!
"Che cosa?" - chiesi - "pidocchi?"
"No, no pidocchi..." Si tolse la camicia e mi fece vedere la pelle del petto, delle spalle, del ventre orrendamente graffiata e sanguinante. Guardai meglio le sue mani e mi resi conto che il poveretto era invaso dalla scabbia e che il suo farfugliamento era vero e proprio delirio causato da una febbre che, a giudicare dalle sue pulsazioni, doveva essere superiore ai quaranta gradi.
Ero stato infermiere durante il servizio militare di leva negli anni 1937/38 e avevo una certa infarinatura in merito a febbri e infezioni; non faticai quindi a dedurre che quel povero ragazzo era affetto da setticemia causata da scabbia diffusa e rischiava la pelle se non si fosse ricorso subito ad una terapia adeguata.
Espressi la mia preoccupazione al soldato autiere, ma quello non potè far altro che dire "Poveraccio, poveraccio..."
Intanto bisognava far qualcosa e la nostra marcia, col calare della notte, diventava sempre più lenta e più difficile. Si percorrevano si e no un paio di chilometri all'ora e di quel passo chissà quando il tedesco avrebbe raggiunto il Corpo di appartenenza oltre Sirte... anche perché, per oltre due ore, il traffico verso il fronte fu bloccato per consentire maggiore rapidità alla corrente in ripiegamento diretta a stabilire una seconda linea "strategica", questa, di resistenza, la linea "Garian-Tarhuna-Kussabat-Ghsr-Garabulli-mare" (che non resistette affatto!).
Eravamo a circa cento chilometri da Buerath e infreddolito osservavo impotente il traffico intenso e il povero tedesco che vaneggiava e si strappava la pelle a caccia degli acari della scabbia.
Poi notai uno sbilenco cartello stradale inchiodato su un palo al margine della strada per indicare la direzione di marcia verso un Ospedale da campo e, istintivamente, senza troppo valutarne le possibili conseguenze, chiesi all'autiere di uscire dalla carreggiata e di seguire l'indicazione per l'Ospedale. Accennò ad opporsi, ma senza eccessiva convinzione, e: "Vi assumete voi la piena responsabilità, vero ? Io non posso non eseguire un ordine, anche se questo ordine lo ritengo sbagliato perchè potrebbe ritardare di non so quanto tempo il mio ruolino di marcia. Se però me lo mettete per iscritto, io l'ordine lo eseguo!" - disse con aria di complice arguzia. E scese nel deserto per seguire l'indicazione del cartello.
Strappai una pagina del mio diario, e a matita copiativa (non c'erano in quel tempo le penne a sfera!) scrissi frettolosamente qualcosa che poteva rassomigliare a un ordine, firmai con il mio grado, il mio numero di matricola e il Corpo di appartenenza e lo consegnai al soldato autiere.
Seguimmo la pista per non so quanti chilometri e non ci insabbiammo grazie all'abilità dell'autiere; ma fra andata e ritorno, dopo aver lasciato il tedesco ormai rantolante alle cure dei medici, impiegammo almeno dodici ore.
Infatti, quando riprendemmo la strada asfaltata era giorno inoltrato e il traffico scorreva abbastanza celermente, si fa per dire... e dopo quasi otto ore di marcia, quando su un altro cartello sbilenco apparve l'indicazione "Lav. XX Rgt. Genio", salutai l'autiere e mi avviai col mio zaino sulle spalle verso il deserto in attesa di qualche mezzo di trasporto leggero (Autocarri per lo più marca SPA o OM che appena uscivano dalla pista s'insabbiavano inesorabilmente).
Raggiunsi il Comando del mio Reparto, la Prima Compagnia, sul calare della sera. Salutai il Capitano Nardiello, napoletano, il quale, indifferente, ascoltò il racconto del mio viaggio e della deviazione che ero stato costretto ad effettuare e mi disse:
-"Mò sono cavoli tuoi se in questo casino di ritirata qualcuno si accorge che abusando del tuo grado hai modificato il percorso di un mezzo della PM!"

E fu profeta! Infatti, proprio nel bel pieno della definitiva ritirata che doveva portarci in Tunisia, venti giorni dopo, mi giunse la punizione paventata: quindici giorni di prigione di rigore e privazione della paga per altrettanti giorni con iscrizione sul foglio matricolare della motivazione: "Abuso del grado per avere colpevolmente indotto un subordinato a non rispettare gli ordini di servizio ricevuti, dimostrando scarsa intelligenza per le gravi conseguenze che tale mancato rispetto avrebbe potuto apportare al funzionamento della macchina bellica."(2)
"Nientedimeno !" - esclamò il capitano Nardiello, napoletano DOC. - "Vuoi vedere che se perdiamo la guerra la colpa sarà tua? E ti è andata bene! I nostri grandi strateghi avrebbero potuto vedere nel tuo, diciamo, abuso di ufficio, gli estremi per l'accusa di ostruzionismo se non addirittura di sabotaggio!"
"E' vero." - risposi - "Se invece avessi abbandonato nel deserto il tedesco morente per consentire l'arrivo della Posta Militare nei tempi stabiliti, magari violando i Posti di Blocco, mi avrebbero anche decorato. Questa è la logica militare. La vita d'un giovane di vent'anni vale meno di una lettera o di una cartolina illustrata con gli auguri di buon onomastico!"

fine

 
Antonio MAMMONE

(1)
Autiere : Autista, conduttore di autoveicoli militari; neologismo per
    sostituire "autista" considerato un "francesismo".
(2) La punizione "prigione di rigore" era virtuale. Soltanto per gravissimi reati si
    rischiava il carcere militare. Era, invece, reale la privazione dello stipendio.



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                                                                   Massimino           


   
"Sergente, fa' attenzione all'ermafrodito, i suoi colleghi gliela potrebbero rompere..." - ammonisce scherzoso il Capitano medico Capo Reparto prima di smontare dal servizio rivolgendosi all'infermiere di guardia... Si riferisce a un "askari"(*) là ricoverato, nella camerata riservata agli arabi, in attesa di accertamenti sul suo sesso prevalente: se risulterà maschio dovrà fare il servizio militare se invece sarà femmina verrà esonerato. Ma il Capitano è molto prudente e richiama l'attenzione dell'infermiere anche sui problemi che potrebbe creare Massimino, un soldato metropolitano schizofrenico ricoverato nella prima camerata. Siamo nel dicembre del 1940, alla fine del primo semestre di guerra, nell'Ospedale Principale Coloniale di Tripoli, un bell'Ospedale immerso in un grande parco alberato con palme ed eucaliptus. Costruito verso la fine degli anni '20 quale Ospedale Civile con diversi padiglioni, dal Medicina generale all'Ostetrico-ginecologico, dal Chirurgico all'Oto-rino-laringoiatrico, intorno agli anni '33 - '34 divenne anche Ospedale Militare e al terzo piano del Reparto Geriatrico, fu installato il Reparto Osservazione Militare dove affluivano Soldati realmente affetti da patologie invalidanti in relazione al servizio da svolgere, e "lavativi", cioè soldati che fingevano di essere malati per evitare la "naia". L'obiezione di coscienza non era stata ancora inventata.
Ora è notte fonda. Notte gelida e luminosa; tutti i ricoverati dormono ormai profondamente nelle camerate inondate dai raggi della luna piena filtranti attraverso le grandi vetrate di adito ad un'ampia balconata coperta.
Anche l'infermiere, dopo un ultimo giro di ispezione nelle due camerate del Reparto si è coricato e dorme tranquillo: "Massimino" - aveva pensato - "in oltre venti giorni di degenza non ha dato gravi segni di follia ma solo dimostrato qualche interesse particolare per i gatti randagi che si aggirano fra i padiglioni, perché preoccuparsi? E per quanto riguarda l'ermafrodito, che cavolo, se si sente aggredito da qualche stallone chiederà aiuto, no?"
Massimino invece non dorme. Pensa alle sue pecore, alla sua famiglia lasciata al paese, sui monti della Calabria, dov'è nato e cresciuto, per venire a combattere gente che non gli aveva mai portato offesa in nome di una Patria sconosciuta, laggiù nel deserto della Marmarica con l'enorme esercito appiedato del Generale Graziani.
E' un giovane pastore semianalfabeta carico di tristezza e di nostalgia. E' irrequieto. Guarda come ipnotizzato il soffitto e sogna i suoi monti, le verdi vallate intorno al suo Paese. Non è cosciente del suo stato di salute e non sa ancora che essendo stato riconosciuto irreversibilmente non idoneo al servizio militare verrà definitivamente rimpatriato; vuole tornare subito nel suo naturale ambiente; non può attendere ancora, lasciare le sue pecore sole... esse sono là, a portata di voce... e le vede e le riconosce una per una in quelle macchie confuse impresse dal tempo sul soffitto bianco... e c'è anche il lupo, eccolo, eccolo lì pronto a sbranarle. Si gira e rigira nel letto; è nervoso, non può dormire e vorrebbe alzarsi ma teme di svegliare la camerata; cerca invano di resistere ma è giocoforza alzarsi ora che all'ansia si è aggiunto lo stimolo del bisogno di orinare; troppo a lungo quella sera si era trattenuto dall'andare al gabinetto: per uno strano senso di pudore, timoroso che qualcuno lo osservasse, egli spesso rimandava più del naturale il soddisfacimento delle necessità corporali nelle latrine o nei gabinetti comuni.
Scivola dal letto; furtivo, apre la porta della camerata ed entra nei locali dei servizi igienici dove tenta invano di scaricare la sua tensione, la sua ansia. Apre tutti i rubinetti dei lavatoi e delle docce: s'incanta ad ascoltare lo scrosciare dell'acqua e si rivede sulle sponde scoscese dell'odiato torrente in fondo alla sua valle. Risente il pianto disperato della madre e rivede il suo fratellino travolto dall'improvvisa piena in un aprile lontano nel tempo. Lacrime ardenti colano sulle sue gote: non può attendere oltre, deve affrettarsi a tornare da sua madre che forse sta piangendo ancora. Scende le lunghe scale e si avvia nei viali ombreggiati dalle fantastiche lunari silhouettes degli eucaliptus profumati e delle palme immote che gli infondono certezza: la via è giusta e gli eucaliptus e le palme ora sono faggi e castagni, gli alberi secolari delle sue montagne e della sua infanzia.
Senza rendersene conto percorre più volte lo stesso tragitto fra i silenziosi padiglioni.
Un gatto attraversa la strada.
Gli sembra il suo gatto ma non risponde al richiamo; lo insegue fino ad un lungo corridoio che penetra nella sala fiocamente illuminata di un basso padiglione, lo perde di vista; scruta ogni angolo, inutilmente: il gatto è scomparso. Si ferma incerto; c'è poca luce ma sul grande tavolo di marmo bianco al centro della sala scorge qualcosa: si avvicina e in un corpicino nudo là deposto "riconosce" suo fratello, suo fratello Ottavio, caduto nel torrente a soli tre anni.
Lo prende in braccio, lo accarezza e lo sente freddo e lo culla:
-"Ottavio, fratellino, sei tanto freddo... io ti scalderò …non temere!" - lo tranquillizza sottovoce; ma Ottavio non risponde, i suoi occhi restano chiusi e Massimino continua a cullarlo :
-"...ti riscalderò e ti terrò stretto, non ti farò più cadere nel torrente, ti porterò nel mio letto e poi domani andremo insieme a casa, non temere, fratellino!" e, canterellando un'antica nenia, lentamente ritorna in camerata stringendosi al petto il corpicino inerte.
Ma qualcuno fra i dormienti s'è svegliato al rumore della porta che si riapre e nota che Massimino porta con sé nel letto qualche cosa che tenta di nascondere; sospetta trattarsi di un gatto..., considerata la simpatia dimostrata nei giorni precedenti per quei felini; poi guarda meglio e dà l'allarme.
La camerata intera si sveglia e tutti vogliono sapere perché Massimino canta nel cuore della notte. E si sveglia anche il sergente-infermiere che dorme nella stanzetta adiacente e accorre in mutande, tremante per il freddo dicembrino.
Massimino culla il suo fratellino; minaccioso, prende la bottiglia dell'acqua dal comodino vicino al suo letto e la brandisce contro chi si avvicina per vedere meglio:
-"E' mio fratello Ottavio! Ha sonno, non dovete svegliarlo!" - avverte; poi, sempre intonando la sua strana cantilena, apre una delle grandi vetrate e si avvia sulla balconata incurante degli ordini : -"Fermati" - urla l'infermiere - "Dove credi di andare?"
-"Andiamo a casa, signor tenente..." - "Non sono tenente, sono l'infermiere! Fermati, quella non è la strada di casa..."
-"Fa lo stesso, signor tenente, fa lo stesso...
-"Fermati, Massimino; ubbidisci ! A casa andrai la settimana prossima con una bella nave!"
-"Fa lo stesso, signor tenente, fa lo stesso..." ripete a mo' di ritornello; non si può fermare. Egli deve portare a casa il fratellino, lo deve riportare alla sua povera mamma quasi impazzita dal dolore, non può attendere oltre. Affretta il passo, sfugge all'infermiere che tenta di trattenerlo e supera in un balzo, egli abituato a ben più difficili ostacoli, la bassa ringhiera della balconata e vola verso il suo sogno, venti metri più sotto, dove la sua dolce nenia ineluttabilmente si spegne.
Al soldato Massimino nessuna medaglia al valore fu concessa, neppure quella di bronzo: egli non aveva fatto la guerra, non aveva ammazzato nessuno, non poteva essere decorato.
Non si poteva certo decorare un sogno!
 fine
 

Antonio MAMMONE
 


(*) Askari : Soldato arabo.
Nota:
Inseguendo il gatto, Massimino era penetrato nell'obitorio e il corpicino che, nella sua
          follia scambiò per suo fratello, era quello di un bambino di circa un anno morto nella mattinata
.

   


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