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Mi chiamo Aurora Mammone e sono la secondogenita di Antonio Mammone e Elina Romanello, nata nel 1948. Io e Doris (anno 1944) siamo nate mentre i miei abitavano a Garian; Marilena (anno 1949) e Fiammetta (anno 1955) sono nate durante il periodo che papà insegnava ad Ain-Zara.Il 29 ottobre 1934 a mio nonno materno Luigi Romanello e alla sua famiglia (8 persone) fu assegnata a Tigrinna una casa colonica e affidati per la coltivazione del tabacco dall'ATI ettari 6.63 di terreno con 47 piante di ulivo in produzione.
Di questi nonni ricordo l'odore del pane fatto in casa, il canto triste della nonna mentre infilzava il tabacco, i fichi secchi che nonno teneva...



 
 

Aurora MAMMONE

dedicata, soprattutto, al papà (poeta e scrittore) Antonio MAMMONE








Alla Libia “MIA”    

L'immensità dei tuoi deserti,
la purezza del tuo mare e del tuo cielo,
il soffio amico del tuo ghibli
(1) ardente
fra sagge palme e i tamerici in danza
nelle felici òasi fragranti
fugaron l' ombre dell'adolescenza,
mia Libia diletta!
Mi conquistasti e divenimmo amici!
Per me tu fosti una seconda Patria:
mi proteggesti e mi sentii al sicuro
e per tant'anni vissi in te, con te
amandoti più del mio Paese,
come stregato, senza aver paura.
Poi un tuo figlio, certo il peggior nato,
privo d'amore e di timor di Dio
gonfio soltanto di crudel razzismo
tentò di violentar moral natura
leale, giusta e fieramente pia
dei suoi stessi fratelli,
ormai pur fratelli miei.
E dovei lasciarti, gentile e solitaria
amata terra mia!
Ah! potessi tornare ad ascoltare
il ghibly saturo d'armonie sublimi
e i tuoi silenzi immoti,
e il tenue alitare delle dune
nella genuinità della natura
del tuo deserto antico,
ad ammirare in godimento pieno
incomparabili colori vespertini
e il biancheggiar dell'alba
nei tuoi vasti orizzonti senza fine!
Non avrei più paure vane:
tranquillamente appagato aspetterei,
giocando in pace nel silenzio amico,
fra le tue braccia,
la fin degli anni miei!
               
Antonio MAMMONE


(1) Ghibly: vento caldissimo che dal sud della Libia spira verso il Mediterraneo





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Amaritudine    

Vorrei poter tornare ad Ain-Zara(*)
per riposare, nella notte arcana,
sul letto illuminato dalla luna,
porte e finestre aperte
senza aver mai paura!

Ben oltre sette lustri ivi trascorsi,
in quell' oasi immune da violenza,
abitata da buona, proba gente
che pur se orba del cristian Vangelo,
sol conoscendo il verbo del Corano,
ospitava fraterna lo straniero
con etica da Buon Samaritano.

E allora un'onda di rimorso amaro
m'invade il cuor per non aver saputo
abbastanza, alla fine, ringraziare
i vari Amhed, Fatma o Najaty
per l'amicizia leale, per l'amore
che m'hanno offerto quasi qual donario!

Ora son qui nella città civile,
astro mondiale del diritto umano,
serrato in casa già al calar del sole,
oppresso dall'ansia e dal timore
che "Tipi" di mia stessa religione
usi ormai a viver di rapina
mercé le leggi stolte, permissive
imposte da demagoghi velleitari,
con ben mirati colpi di bastone
mi stendan per rubarmi la pensione
e poi tranquilli andare all'elezioni
a confermar fiducia ed a votare
la lor Democrazia dittatoriale
per un'Italia progressista
falsamente proletaria!
                          Antonio MAMMONE


 (*) Comprensorio agricolo a circa 12 km. a sud di Tripoli





 



La luna piena
(*)     

Sotto l'ulivo dai rami avvolgenti
l' "emiro Carlo" Khadija aspettava:
la luna da un pezzo era alta nel cielo
ed ella il suo cuor più frenar non poteva.
Senza mantello e non già col cammello
ma della bici soltanto a cavallo,
Carlo arrivò accorto, prudente
e lei lo incitò :"Che aspetti, Sciatany ?
(1)
è già tardi, non vedi, ya yuny, ya nary! "(2)
"Non son mica scemo!" - Carletto rispose -
"Col chiaro di luna ci posson scoprire
ed io non ci tengo a farmi pestare,
mia cara Khadija... tranquilla, ti prego!"
Ma lei già eccitata, piuttosto in calore,
dell'eucalipto nell'ombra più scura
attirò Carlo, si levò il baracan
e si concesse, corpo anima e cor!

Non solo "baci e carezze audaci"
secondo gli standards della canzone
i due amanti eran tesi scambiare
quando la luna crudele invidiosa
i suoi raggi filtranti inviò a curiosare;
poi si spostò e andò a provocare
di Khadija il consorte dormiente sereno
nella vicina zariba precaria
e attraverso la tenda strappata
sulla sua fronte si andò a collocare.

Alì si sveglia e Khadija non sente
accanto a sé sulla stuoia nuziale;
preoccupato per l' insolita assenza
si leva e si porta sull'uscio a mirar.
Volge lo sguardo all'argenteo uliveto
e molto più in là sotto i rami e le fronde
che l'eucalipto teneva allargati
per far piacere alla luna piena
scorge, ahimè, la sposa bambina
ad un altro uomo stretta, abbracciata.
"Che fai gahabusha!"
(3) - urlò disperato -
"Io son tuo marito, io so' l tuo padrone
non puoi farmi theese!
(4)
Io ti ripudio, lo sai molto bene!"

Impaurita la luna curiosa
dietro una nube si defilò
e approfittando del buio improvviso
l' "emiro" Carlo...  se la squagliò.
E Khadija, la sposa bambina ?
Con l'esperienza delle tante mabruke
(5)
schiave da secoli dell'uomo padrone :
"Barra ya keilb"
(6) – urlò - "Via sciatan!"(7)
poi corse verso il suo "caro" marito
accusando qualcuno d'averla aggredita
Tornarono in tenda, nella zariba,
si steser pensosi sulla stuoia nuziale
e Khadija, felina con lunga esperienza,
si stropicciava ad Alì e lo tentava
con falsi "ya yuny", con falsi "ya nary"
e mentre lui, alla fine, convinto
che la sua sposa era stata aggredita
e progettava vendette crudeli
ella, dicendosi più che sfinita,
si addormentava con Carlo nel cuore,
pensando a dove poterlo incontrare
senza, peraltro, il ripudio rischiare!
                                
Antonio MAMMONE

 


(*) Dal racconto breve_ "Khadijia e la luna piena" (vedi)
(1) Sciatany: mio diavolo
(2) Ya yuny, ya nary: miei occhi, mio fuoco
(3) Gahabusha: prostituta, puttana
(4) Theese: cornuto
(5) Mabruka: donna
(6) Barra ya keilb: va’ via cane

(7) Sciatan: diavolo

 

 










Occhi di cielo
(*)    

Dolce Giulia dagli occhi di cielo
nella notte di stelle ammantata,
mentre la guerra urlava l’orrore,
mentre il mare nel porto esplodeva
e la luna atterrita guardava,
sulle ali del vento venisti
ed insieme volammo a cercare
quiete appagante il delirio d’amore
che sconvolgeva i nostri pensieri:
superasti infantile timore
per consentirmi l’ingresso al giardino,
al tuo virgineo giardino fatato
oltre la valle del grembo di seta
ove io colsi il più bello dei fiori!

Sento ancora il sapore del thè
nella tua bocca e l’olente respiro;
sento ancora il tuo seno bambino
nelle mie mani vogliose, impazienti
quando io fiero entravo in giardino.
Mi guardavi con gli occhi di cielo
traboccanti d’amore e passione:
“non mi lasciare mai” mi sussurravi
stretta stretta sul mio cuore
e allor nient’altro più per noi esisteva!

Poi un tragico mattino assolato,
ordigni di morte dall’uomo creati
distrussero sogni,speranze,illusioni
e all’improvviso, com’eri venuta,
stupita volasti nel vento d’aprile,
candida vittima a Marte immolata.

Ora millanta son gli anni passati,
la nostra fiaba sì breve e infinita
nella memoria è tuttora stampata
e nel mio inconscio tu sei com’allora
quando pudìca al mio cuor ti stringevi
sopra il solingo terrazzo ospitale,
testimoni le stelle a spiare
le nostre notti segrete d’amore ,
notti pregne del grato tuo odore,
di giovinezza, di sogni e di gioia.
                       Antonio MAMMONE


(*) Poesia collegata col racconto breve “Giulia” (vedi) – 1941, Tripoli

 





Soldato Massimino
   

Massimino partì a far la guerra,
a conquistar non sapea quale terra.
Disse addio, ma senza un sorriso,
ai suoi faggi e alle querce silenti
sulle native colline ubertose
ove i suoi sogni correvan veloci,
ove era uso condurre gli armenti,
tese le orecchie, la notte, a sentire
l'ostile lupo cantare alla luna.

Ora egli è qui, nel vano deserto
ad aspettar di sapere il nemico
quel nemico a cui portar guerra,
senza più sogni, lontan dai suoi monti,
per conquistar non sa lui quale terra.

Massimino non può più sognare!
In un mattino così, all'improvviso,
gli fu comandato di fare il soldato
e le speranze, i progetti pensati
nella valle all'ombra d'un faggio
egli dissocia nella sua mente
e trasforma il presente in miraggio.

Or non esiste per lui alcun nemico
ma la sua strada è ancora in salita
e la ragione piuttosto turbata.
Il "Potere" al grande Ospedale
allor lo conduce senza esitare
per controllare il suo stato mentale
e rendersi conto se puote ammazzare.


Qui Massimino continua a sognare
e già scorge le apriche colline
e già sente l'arduo torrente
ed il lupo che canta alla luna
e va sù fino al settimo piano...
Ma l'illusione è di breve durata!
Un voce scompiglia il miraggio:
"Dove vai così tanto spedito?"
"Ai miei monti, lassù c'è il mio gregge."
"Torna indietro, la strada è sbagliata!"
"Fa lo stesso Tenente, lo stesso..."
"Ubbidisci, ritorna dabasso!"
"Fa lo stesso, Tenente, non posso!"
E il miraggio si ricompone
e già appare l'aprica vallata
con il gregge al pascolo assorto
e l'argenteo torrente scrosciante
ed i faggi e le querce silenti
e si affretta... e con passo beato
felice vola incosciente nel vuoto
e si perde in quei sogni sperati
che il “Potere” gli aveva rubato.
                    Antonio MAMMONE


Tripoli,1940- Dal racconto breve Massimino (vedi)

 







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YA-WULED   

Uno sparo e la lepre ferita

celere si defilò oltre il crinale

seguito immantinente dal mio cane.

“Vien qua, Wouled”, - lo chiamai –

“quella né ora né mai prenderai!”

Ma non mi diede ascolto ed anche lui

rapido sparì sulla collina.

 

Un cane fantastico era Wouled,

critico amico senza reticenze;

quando sbagliavo mira ei mi guardava

ed oltre ad esprimere sorpresa

il suo sguardo severo mi sgridava

e poi per consolarmi col suo fiato

lesto una nuova traccia mi indicava.

 

Quel giorno che la preda oltre il crinale

Volle seguire contro il mio parere

ero piuttosto risentito pel suo agire

disobbediente al solito richiamo

e quando tornò a me scodinzolante

e la preda accanto mi depose,

aspettando almeno una carezza,

io, ingiusto, lo rimproverai

ed ei umilmente mi baciò le mani

fra scintillanti lacrime d’amore

sorgenti nei suoi dolci occhi buoni.
                    Antonio MAMMONE














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