LA NEVICATA DEL ‘49

 

Dopo oltre 60 anni i ricordi sono inevitabilmente sfocati, ma alcuni particolari sono ancora impressi nella mia memoria.
Quando ci siamo svegliati quella mattina, un cielo plumbeo non promettava nulla di buono, così mia mamma decise di lasciarmi a casa, io frequentavo la prima elementare.­

"...tra l'altro ho ricordi ancora vivi della famosissima nevicata del 1949. Strano che i Tigrinnesi la ricordino così poco..."

Giovanni LUCIANI

Invece mia sorella Gabriella si fece coraggio e andò. A circa metà mattina i primi fiocchi di neve preannunciarono quello che si temeva...la più grossa nevicata che a memoria d'uomo si ricordasse. Alle scuole arrivò una telefonata da Garian che informava di quanto stava accadendo e diceva di mandare i ragazzi immediatamente a casa. Molti ebbero difficoltà e, per loro fortuna, intervennero i genitori da casa.­ Mia sorella era stata avvisata che in caso di emergenza doveva recarsi dai miei zii e cugini che abitavano a fianco delle scuole, era la famiglia Memme. Così fece per fortuna, perchè la neve raggiunse altezza anche superiore al metro. Dovette restare dagli zii per parecchi giorni, penso circa una settimana. Io ero al sicuro in casa vicino
gallery/neveatigrinna
al focolare. Il nostro cane Ciccio, pastore arabo bianco, dovemmo metterlo in casa perchè stava assiderando. Dovemmo coprire tutti gli specchi perchè Ciccio si avventava contro... la sua immagine riflessa.
Poveretti quegli arabi che vivevano nelle grotte!!! Addirittura ebbero problemi anche alcuni militari inglesi usciti in jeep nel deserto, si parlò anche di morti. Non c'erano spazzaneve a Tigrinna e dintorni.
Quando finì l'emergenza finì anche la mia pacchia, e mio malgrado dovetti tornare a scuola.
Questi sono i miei personali ricordi del NEVONE o NEVICATA DEL 1949
Un saluto e un abbraccio a tutti quelli che hanno condiviso questa insolita esperienza.

                                                     GIOVANNI LUCIANI - Appiano Gentile (Como)

 

8 gennaio 2013­
gallery/tigrinna-neve-1949

Miscellanea dal passato...

Miscellanea dal passato...

Storie della vita vissuta dai coloni italiani in Libia e particolarmente a Tigrinna, Bu-mad, Sgaief e Garian...

Questo è il mio ricordo di quella avventura...

IL NEVONE DEL 1949

 

Parlare della "pazzesca" nevicata del '49, è parlare di una cosa che non ho mai più visto in vita mia e che non dimenticherò mai. Tutto iniziò verso mezzogiorno. Il cielo, già nuvoloso fin dal mattino, divenne rosso, il "Ghibli" si alzò impetuoso, io stavo tornando a casa da scuola perchè ci avevano fatto uscire prima, vista la pessima situazione climatica e il vento sembrava portarmi via.

Cominciò a cadere la neve "a stracci" (fiocchi senza esagerare come un pacchetto di sigarette e anche più) e talmente forte che non si vedeva più la strada. Già in quei pochi minuti erano caduti più di 20 cm. di neve (che io non avevo mai vista). Terrorizzato riuscii a stento a raggiungere casa. Nel giro di un'ora la neve aveva già raggiunto oltre mezzo metro.

La controcopertina della "Domenica del Corriere" del tempo,

con la notizia dell'eccezionale nevicata

A rafforzare la mia testimonianza, ecco anche la testimonianza di un altro tigrinnese doc, che ha vissuto anche lui quell'avventura.

Nella mia casa vivevamo solo io e mia madre perchè mio padre non era ancora tornato in Libia dalla guerra. Stavamo davanti al camino, quando sentimmo bussare concitatamente alla porta: era una ragazza di 13 anni (purtroppo ne non ricordo il nome, ma ricordo che abitava in una zona chiamata Sgaief e quindi lontano da casa mia almeno un paio di km.), tutta bagnata, infreddolita, scarmigliata e impaurita.

Mia madre la fece entrare, la fece mettere davanti al fuoco, le fece cambiare i panni e la fece restare a casa nostra dove trascorse due giorni e due notti. Durante tutto questo tempo la bufera di ghibli e neve non si placò mai e ne venne giù talmente tanta che alla fine, quando cessò, la neve accumulata era più alta di casa mia che era alta quasi 5 metri. Quindi la neve era alta circa 6 metri nella mia zona. Fortunatamente il vento forte aveva fatto sì che nella parte più riparata dove c'era la porta di casa, si formasse un piccolo spazio con meno di un metro e questo ci servì per poter uscire qualche giorno dopo.

Ma torniamo a quella ragazza (chissà se qualcuno ricorda qualcosa di lei?). Il terzo giorno abbiamo sentito ancora  bussare  alla  porta:  era  il   padre della ragazza

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La copertina della "Illustrazione del Popolo"

dedicata alla eccezionale nevicata...

che non avendo sue notizie, disperato, l'aveva cercata dappertutto e aveva scavato ogni cumulo pensando che vi fosse sepolta la figlia. Non dimenticherò mai quella scena: il padre abbracciava la figlia piangendo e ridendo di gioia e abbracciava mia madre e me, e ci ringraziava per averle salvato la figlia che ormai aveva dato per morta... Io e mia madre non sapevamo cosa dire: in fondo non avevamo fatto che il nostro dovere...
Forse mi sono dilungato troppo e forse non sono stato chiaro ma ho cercato di essere il più conciso possibile senza entrare troppo nei particolari ma posso, se utile, essere più chiaro.
La neve? impiegò quasi un mese per sciogliersi (quanti giorni di vacanza!!...)

 

 

                                                                                                         

LA NOTIZIA:

            I primi di febbraio del 1949, tutto il nord-Africa,  per alcuni giorni venne colpito da un'eccezionale bufera di neve e ghibli.

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PREMESSA

 

Certamente a Tripoli esisteva una Manifattura Tabacchi dove il tabacco veniva trasformato in sigarette, sigari, trinciato, ecc., però il grosso del tabacco era quello seminato, coltivato, raccolto e lavorato soprattutto prima a Tigrinna.

Tutto nasce alla fine degli anni ’20 del secolo scorso, quando fu deciso dall’Azienda Tabacchi Italiani e con la collaborazione dello Stato, di sperimentare sull’altopiano del Garian, 80 km a sud di Tripoli, la coltivazione del tabacco. Visto l’esito positivo della sperimentazione, anche per la favorevole posizione (circa 700 metri s.l.m) e le ottime condizioni climatiche che influivano positivamente sulla resa finale, si decise di avviare il progetto e già alla fine del 1931 cominciarono ad arrivare i primi coloni, soprattutto abruzzesi, tra i quali la famiglia di mio nonno materno Perilli Fioravante, nell’ottobre del ‘31.

Venne così  costruito un centro agricolo, Tigrinna (ora Sidi Mussa), appunto,  in cui furono concentrate le funzioni indispensabili a garantire il sostegno culturale, religioso e tecnico, di cui le famiglie dei lavoratori sparsi sul territorio necessitavano. Il centro venne realizzato in posizione baricentrica rispetto al comprensorio, su un altopiano leggermente rialzato rispetto al territorio circostante, così che l’alto campanile della chiesa risultasse visibile tutt’intorno.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Plastico del centro di Tigrinna costruito ex-novo. Un muro perimetrale chiude la piazza interna.

 

Organizzati attorno alla chiesa c’erano inoltre una scuola con alloggi per gli insegnanti, l’alloggio del parroco e delle suore, un centro di pronto soccorso-infermeria, con un medico condotto, un’ostetrica e un’infermiera sempre presenti. Inoltre, a circa 500 m., in direzione ovest, prima dell’antico caseggiato preesistente della vecchia Tigrinna, furono costruiti una cooperativa di consumo, un’officina, una centrale elettrica, depositi e stalle, ufficio postale, uffici direzionali, un mulino, un frantoio, abitazioni  per  i dirigenti, un  campo di calcio…  ma  soprattutto  e  per  primo, 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’Azienda Tabacchi Italiani (ATI) di Tigrinna che comprendeva gli uffici e (dietro) i locali per la lavorazione del tabacco

 

fu costruito l’edifico dell’ATI, la cui struttura e il sistema di gestione del comprensorio utilizzato per la coltivazione di tabacco, funzionarono come prototipo per la colonizzazione demografica di Stato.

La peculiarità dell’esperimento consisteva nell’interporre tra il privato latifondista e le famiglie di coltivatori italiani, un organo intermedio parastatale preparato ad assumersi le responsabilità e il controllo dell’immigrazione delle famiglie e dell’avvaloramento agrario.

L’ATI si impegnò ad acquistare l’intero raccolto di tabacco con l'obbligo per i coloni di riservare alla coltivazione del tabacco circa la metà del terreno loro assegnato e comunque non inferiore ad un ettaro, mantenendone il prezzo artificiosamente alto, per permettere alle famiglie di coprire le spese, mentre il governo si accollò tutti gli oneri di urbanizzazione, finanziando inoltre, a fondo perduto,  l’attività dell’ATI per tutta la sua esistenza. E malgrado, quindi,  che per lo Stato tutta l’operazione fosse economicamente negativa, il valore politico dell’avvaloramento era troppo alto per rinunciarvi, costituendo esso un avamposto geografico e politico, un baluardo dell’italianità nell’entroterra a sud di Tripoli.

 

 

 

LA COLTIVAZIONE DEL TABACCO (e tutta l’attività collaterale)

 

La coltivazione del tabacco iniziava verso la fine gennaio/primi febbraio,  con la preparazione dei “semenzai”, piccoli appezzamenti di terreno particolarmente adatte per la semina, protetti contro le gelate, generalmente ai lati da tavole e coperti con teli od altro, dove venivano messi a germogliare i semi del tabacco.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il duro lavoro dei coloni italiani (anni ’30 - ’60) - Preparazione dei semenzai per la semina del tabacco 

Sullo sfondo il campanile della chiesa di Tigrinna.

 

Quando a primavera (metà marzo/primi aprile), le piantine raggiungevano un’altezza di circa 10 cm. erano pronte per essere trapiantate.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Come si può vedere, occorreva fare i solchi con l’aratro (o con la zappa) e andare in

profondità fino a trovare il terreno umido, per la messa a dimora delle piantine del tabacco

 

Si preparava allora l’appezzamento per l’occorrenza, facendo dei solchi abbastanza profondi con l’aratro o con la zappa, fino a raggiungere il terreno umido dove singolarmente le piantine venivano messe a dimora a circa 20/30 cm. di distanza l’una dall’altra. Questo lavoro, veniva svolto essenzialmente dalle donne (ma anche dai bambini), mentre gli uomini successivamente provvedevano a rincalzare la terra intorno alla piantina (credo che si chiami così il ricoprire di terra la piantina tutt'intorno e aggiungendovi un po' d'acqua).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il tabacco a primavera inoltrata, in piena crescita

 

Da fine giugno a tutto agosto (e a volte anche fino ai primi di settembre), quando le piante erano ben sviluppate, al mattino all’alba, i coloni toglievano le foglie più in basso (quelle ingiallite, pronte per essere raccolte) da ciascuna pianta e le raccoglievano in grosse ceste di vimini.

Al termine, generalmente intorno alle 8/9 del mattino, si rientrava in casa (anche perché il sole cominciava a picchiare forte, nelle ore più calde si superavano spesso i 40° all’ombra) e si cominciava a infilzare le foglie tramite un grosso ago da materassaio e spaghi lunghi circa 60 cm. (la larghezza dei cavalletti), formando dei serti con le foglie che venivano infilate nello spago a mo’ di perle nella collana. Quando il serto era completato, lo si appendeva sul cavalletto, un telaio in legno su cui attraverso dei chiodi venivano appese da una sponda all’altra, le "corde di tabacco" per farle essiccare all’aria, esponendole all’aperto giorno e notte, fino a che le foglie diventavano gialle-oro. E tutto il giorno si andava avanti così, seduti per terra, parlando del più e del meno, favoleggiando con i bimbi, molto più spesso cadendo dal sonno per le levatacce mattutine.

Ricordo a casa mia, quelle giornate calde e noiose, soprattutto per me che essendo un bambino, ero più insofferente alla situazione. Ma era così per tutti ed era normalissimo che i bambini, tutti i bambini collaborassero nei lavori della famiglia.

E allora mia madre, conscia della situazione, per alleviare almeno un po’ la mia “sofferenza”, si era inventata una nuova professione tutta per me e che io amavo molto svolgere: il preparatore ufficiale del thè! Infatti io mi ero specializzato nel rito della preparazione del thè, che richiedeva una particolare attenzione e predisposizione che io ero riuscito a concentrare in me stesso. E così verso le 14:30, orario peggiore per riuscire a tenere gli occhi aperti per il sonno, mia madre mi faceva cenno di preparare il thè. E per me cominciava la festa…

Finalmente potevo alzarmi, sgranchirmi le gambe, muovermi un po’… sapendo che, praticamente, la mia giornata di lavoro era terminata, visto che il rito del thè durava mediamente 2 ore abbondanti, che io riuscivo a farlo diventare anche di 3 ore…

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il thè alla mentuccia e “caccawuia” (arachidi tostate)…

Era la mia specialità!

 

Comunque non è questo il momento per descrivere il thè con le “caccawia”…

Mentre è importante ricordare che i cavalletti messi ad essiccare erano spesso preda di ladri e i coloni dovevano vegliare la notte per evitare di farsi portare via il tabacco, unica e sicura fonte di reddito per la famiglia.

Quando il tabacco era essiccato lo si metteva dentro casa per farlo inumidire in modo che poi potesse essere imballato con più facilità, e consegnato all’ATI, che provvedeva a pagare il corrispettivo.

L’ATI a questo punto (nei mesi di giugno, luglio, agosto e, se necessario, anche settembre) assumeva delle lavoratrici stagionali (le famose “tabacchine”) con il compito di selezionare e dividere le varie foglie (dopo che in precedenza erano state umidificate per poter essere lavorate meglio), in base alla loro qualità. Però anche i ragazzi potevano essere utilizzati per questo compito e io stesso ho svolto quel lavoro all’età di 10 anni, insieme con mia madre, prendendo lo stesso salario di mia madre… Per me 8 ore in Azienda era terribile, ma non potevo lamentarmi: era tutto normale a quel tempo. Mi hanno anche versato i contributi all’INPS per la pensione…

 

…e, infine, il tabacco di Tigrinna, il tabacco speciale di Tigrinna, frutto di tanto sudore e tanti sacrifici, arrivava a Tripoli!

 

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Articolo di Antonio LUCIANI per il Notiziario (periodico) L’OASI

dell’Associazione ex allievi delle Scuole dei Fratelli Cristiani di Tripoli

pubblicato in contemporanea anche nel  Sito “Ricordando Tigrinna”

 

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Il tabacco a Tigrinna

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            I primi di febbraio del 1949, tutto il nord-Africa,  per alcuni giorni venne colpito da un'eccezionale bufera di neve e ghibli.

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