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Una esclusiva eccezionale di RICORDANDO TIGRINNA...

 in versione originale, senza nessuna modifiche...
 



 


Il racconto straordinario delle memorie di Giovanni BEDONI, nel suo libro:
"Vita di una famiglia di contadini all'ombra di Mussolini
Vita di un bambino cresciuto per  la grandezza della Patria"

"La storia VERA di un ragazzo, che le vicissitudini della seconda guerra mondiale, gli fecero vivere una adolescenza molto triste.
Migliaia di ragazzi fra i 6 ed i 14 anni, vennero strappati alle loro famiglie residenti in Libia e trasferiti in Italia.
Era l’anno 1940"

 


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INTRODUZIONE

 

Questo libro, viene scritto unicamente per raccontare la vita di un ragazzo, che le vicissitudini della seconda guerra mondiale, gli fecero vivere una adolescenza molto triste. Come me, altre migliaia di ragazzi della stessa età, compresi fra i 6 ed i 14 anni, vennero strappati alle loro famiglie residenti in Libia, e trasferiti in Italia. Era l’anno 1940, l’Italia fascista e la Germania nazista, si apprestavano a dichiarare guerra al mondo. Il teatro di guerra in Nord Africa, fece si che il governo si preoccupasse dell’incolumità di noi adolescenti. Penso che ciò fu fatto, unicamente perché noi rappresentavamo la futura generazione di soldati.

I miei ricordi, dopo tanti anni, non potrebbero essere perfetti al 100 per 100. Cercherò al meglio, di raccontare quello che noi ragazzi abbiamo vissuto in quel periodo della nostra gioventù.

Posso solo dire, con assoluta certezza, che noi tutti, all’inizio eravamo felici. Sembrava che si sarebbe trattato di una semplice vacanza. Purtroppo la vacanza si protrasse per ben lunghi 8 anni. Per i ragazzi della mia età, fu veramente tremendo. Avevamo dimenticato completamente la fisionomia dei nostri cari. Ad un bambino di 6 anni, non si può dire che i genitori non sono presenti perché c’è la guerra. A quella età, i bambini hanno bisogno di sentire la vicinanza dei propri cari. Crescono, ma perdono gli affetti che unisce le famiglie.

Al nostro ritorno in Libia, dopo ben 8 anni, non trovammo quella gioia che si prova al rivedere i propri genitori o parenti. L’impressione che provai, era si di contentezza di rivedere i miei genitori, ma a me, sembravano degli estranei.

Certo che con il tempo e la ragione, capivo dove ero, e con chi ero. Adesso sono vecchio, ho fatto famiglia, ed ho due figli, che anche se non glielo dico a parole, sono tutta la mia vita. Ho fatto di tutto, affinchè crescessero con tutto l’amore che un genitore può dare ai propri figli. Loro adesso mi hanno dato, 2 nipoti ciascuno, e pertanto la mia vecchiaia volge al termine nel migliore dei modi.

Solo il ricordo di tutti quei ragazzi che hanno condiviso, le gioie e i dolori di quegli anni passati insieme, in giro per l’Italia, spostati da una colonia all’altra mi sono rimasti tutti nel cuore. Noi che saremmo dovuti diventare i futuri difensori della patria, abbiamo imparato a nostre spese, cosa è la dittatura.

Crescendo però, cominciavamo a vedere le cose, con altri occhi. Ci sentivamo abbandonati da tutti. Subito dopo l’8 settembre del 1943, nessuno si curava più di noi. La fame che abbiamo patito a Bordighera e San Remo, è stata veramente tremenda.

Auguro a tutti, di non passare mai quella brutta parentesi della mia gioventù.

 

N.B. - Il cognome Bidone, è quello che noi avevamo quando siamo giunti in Libia. Successivamente dal 1959, abbiamo assunto il vero cognome di mio padre, il quale si chiama Bedoni.
Attualmente, i miei tre fratelli maggiori, continuano a chiamarsi Bidone (curioso vero?)


 

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ALBERO GENEALOGICO DELLA FAMIGLIA BEDONI


 

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Capitolo  1° 


Sono Giovanni Bedoni, nato ad Ariano Irpino (AV) classe 1933.

La mia infanzia, vissuta in quel piccolo paese, arroccato sulla montagna, è stata abbastanza bella. Mio padre, dai suoi racconti, mi diceva che lui faceva lo spazzino al paese. A quel tempo, avere un lavoro, era una gran fortuna. Si, poiché in quei paesi di montagna, non era facile trovare lavoro. Mio padre, era un decorato della prima guerra mondiale. Forse fu per quello che lui ebbe quel posto di lavoro.

Di certo, con la sua paga, non sarebbe riuscito a sfamare tutta la sua famiglia. Noi eravamo ben sette figli, e potete immaginare i salti che si dovevano fare per vivere discretamente. Cosicchè i primi due fratelli che erano già abbastanza grandi, cominciarono a lavorare in campagna, nelle masserie dove venivano chiamati. La paga, era quello che era. Nelle campagne, non c’erano contratti di lavoro, ma solo a chiamata.

Comunque, nella spensieratezza della mia giovane età, per me la vita era tutta un gioco. Ricordo che la Domenica, i miei fratelli grandi, restavano quasi sempre in casa, e così giocavano con noi più piccoli.

Fu proprio in una di quelle domeniche, che i fratelli restassero a casa, che successe quell’incidente. Mio fratello Pasquale e Vittorio, avevano deciso di andare in campagna a prendere della frutta. Io volevo a tutti i costi andare con loro. Naturalmente, essendo io molto piccolo (avevo circa 5 anni) si opponevano in tutti i modi. Cosicchè si incamminarono dirigendosi verso la loro meta.

Io con la mia incoscienza, cominciai a corrergli dietro. Vittorio, girandosi mi vide, ed allora cominciò a sgridarmi dicendo di tornare indietro. Io con la cocciutaggine dei bambini, continuavo a seguirli. A quel punto, Vittorio, con l’intento di dissuadermi, prese un sasso e me lo scagliò contro. Con sua grande sfortuna, il sasso mi colpì proprio in mezzo alla fronte. Non potete immaginare la costernazione dei miei fratelli, poiché io caddi a terra in un lago di sangue. Non so cosa fecero dopo i miei fratelli, so solo che a me è rimasta una profonda cicatrice proprio in mezzo alla fronte.

Intanto le giornate continuavano a scorrere lentamente. Io continuavo a giocare, ed aspettavo sempre con piacere il sabato pomeriggio. Si, perché il sabato pomeriggio si andava alla casa del Fascio, dove si poteva mangiare del pane bianco gratuitamente. Ricordo che chiunque poteva andare a mangiare il pane. Se ne poteva mangiare a volontà, ma era tassativamente proibito portarlo via.

Ricordo che un giorno, dopo aver mangiato, ed aver giocato con gli altri bambini, mi misi un pezzo di pane nella mia piccola tasca. All’uscita però, la guardia se ne accorse, e dopo avermi sgridato e fatto promettere che non lo avrei più rifatto mi lasciò andare.

Certo che i ricordi di un bambino, vagano da un episodio all’altro. Ricordo la casa dove abitavamo. Si entrava in una grande sala, in fondo alla sala, c’era una mangiatoia con un asino ed una capra che mangiavano erba. Il pavimento, non era liscio, bensì acciottolato. Sul lato destro, c’era una rampa di scale, che portava al piano superiore. Era composta da 2 stanze. In una dormivano i grandi, nell’altra dormivamo noi piccoli, con i nostri genitori.

Ricordo che la casa era tremendamente fredda. Per scaldarci, e soprattutto per scaldare il letto, mia madre accendeva un braciere, (che si chiamava il monaco) e lo posizionava sotto le coperte, in modo che quando andavamo a dormire, sentivamo un po di caldo. Purtroppo una notte, con mia grande sfortuna, chissà come, andai a finire con un braccio dentro il braciere.


 

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Vi lascio immaginare le urla di dolore che cominciai a lanciare.

Accorsero subito i miei fratelli più grandi, i quali mi portarono subito dal medico, il quale dopo avermi medicato, rassicurò i miei genitori, che nel frattempo erano arrivati, dicendo loro, che sarebbe rimasta solo una cicatrice, ma che non era nulla di grave. Infatti, ancora oggi, ho una bella cicatrice sul braccio sinistro, in ricordo di quella brutta avventura.

Ricordo che in quel periodo, avevo cominciato a vedere una certa agitazione in casa. Io non capivo cosa stava succedendo. Sentivo mio padre che diceva, quando eravamo a tavola, se tutto va bene, non patiremo più la fame. Lui continuava il suo lavoro di spazzino, per me era tutto normale. Anche se domandavo a Vittorio che era poco più grande di me, cosa voleva dire papà, lui non sapeva nulla. Verso la metà del 1939, l’eccitazione in casa, era diventata enorme Sentivo mio padre dire, fra poco figli miei, andremo via da qui. Il nostro Duce, ci darà una bella casa, con tanto terreno da coltivare. Potremo stare tutti bene. Nessuno di voi, dovrà andare a lavorare sotto padrone.

Ricordo che anche i miei fratelli più grandi, erano felicissimi di andare via. Si diceva, che in quei posti dove dovevamo andare, c’era tanto sole, e che non avremmo più sofferto il freddo. Di ciò, dovevamo ringraziare il nostro amato Duce, che con la sua intelligenza e la sua forza d’animo, si prodigava per il bene del suo popolo. Come non credere a tutto ciò? Mio padre ci disse che lui aveva fatto domanda in Comune per potere andare in Libia.

Lui fu l’unico di Ariano Irpino, ad essere scelto per andare Libia. Tantè che io ormai grande, non ho mai saputo della presenza in Libia di un nostro compaesano. Si diceva che forse, mio padre era iscritto al partito fascista. Io non ho mai creduto ad una simile eventualità. Non perché sarebbe stato un disonore, anzi, per quei tempi che tutti si dichiaravano fascisti, sarebbe stato un vanto se ciò poteva essere vero. Mio padre, era completamente analfabeta, non sapeva ne leggere, ne tantomeno scrivere. Sul foglio di via e su tutti i documenti che gli venivano sottoposti da firmare, c’era scritto: Bidone Francesco Paolo di padre N.N. Su tutti i documenti, lui opponeva semplicemente una croce così X.

In appresso, spiegherò il perché io mi chiamo Bedoni Giovanni. Io credo che egli fu scelto, perché essendo un decorato della prima guerra mondiale, e soprattutto perché aveva già ben sette figli, 5 maschi + 2 femmine + un altro che sarebbe nato i primi di gennaio del 1940. Il governo aveva bisogno di famiglie numerose da mandare a coltivare quegli aridi terreni della Libia.

Finalmente arrivò il grande giorno. Mio padre tornò dal lavoro con un foglio di carta, nella quale gli si ordinava di presentarsi con tutta la famiglia ed i propri bagagli in piazza per il giorno prestabilito, (non so esattamente quale) avrebbe trovato un auto, che ci avrebbe portati al porto di Napoli. Non ricordo quanto tempo impiegammo per arrivare a destinazione, ricordo solo quanta gente che gridava e salutava i parenti che lasciavano. Dopo un po di tempo, alcuni uomini in divisa, ci fecero mettere tutt’intorno ad un palco. Sopra c’era un uomo pure lui in divisa, che ogni tanto gridava un nome, al che qualcuno rispondeva, Presente. Quando fecero il nome di mio padre, anche lui disse, Presente. Si avvicinarono due uomini in divisa, e ci accompagnarono tutti fino alla scaletta che portava sulla nave.

Il viaggio via mare verso Tripoli, non lo ricordo affatto. So solo che quando arrivammo al porto, c’era una folla immensa, tante bandiere e tanti uomini con la divisa che ci dicevano dove dovevamo andare. In fianco alla piazza dove ci mandarono, c’erano una infinità di camion con su scritto sulle fiancate, il nome del villaggio dove ogni famiglia era stata assegnata
 

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Capitolo  2° 
 

Poco prima di mezzogiorno, arrivammo al villaggio Michele Bianchi (ora Azzahara) anche qui c’era una grande folla ad attenderci. Erano soprattutto, coloni che già risiedevano nei poderi loro assegnati, dall’anno precedente. Si perché, la prima ondata di coloni, era già iniziata nel 1938, erano i cosidetti Ventimila.

Le dimostrazioni di affetto nei nostri confronti, furono veramente spontanee. Forse che anche loro, vedendo tanti altri connazionali, si sentivano più sicuri. (come si dice, l’unione fa la forza). Alle prime ore del pomeriggio, l’ordine era che, ogni camion portasse il proprio nucleo famigliare al podere assegnategli. Si parti verso il nostro podere. Certo è che il paesaggio non era dei più belli. A parte che ad ogni 500 mt sia a destra che a sinistra, c’erano delle bellissime case. Erano tutte bianche, con le persiane verdi, sul davanti c’era sempre qualcuno che si sbracciava nel salutarci e gridarci qualcosa. Noi rispondevamo lo stesso, il terreno era veramente un poco brutto da vedere. Non c’erano ancora le piante grandi, quindi sembrava veramente un deserto.

Comunque dopo circa un quarto d’ora dalla partenza dal villaggio, l’autista accostò il camion al ciglio della strada, e domandò se qualcuno voleva scendere. Io essendo il più vivace, non mi feci pregare. Di corsa scesi e mi diressi verso una pianta (non tanto grande) che non avevo mai visto. La mia gioia fu veramente grande, perché quella pianta aveva dei frutti, che assomigliavano alle nostre castagne.

Con l’incoscienza dei bambini, vidi che dentro il riccio, c’erano i semi. Tutto contento, cominciai a mangiare quei semi. L’autista accortosi di quello che stavo facendo, cominciò a gridare dicendo che quella roba non si poteva mangiare. I miei fratelli grandi, accorsero subito, cercarono di farmi rigettare ciò che avevo mangiato. L’autista ci spiegò che quella era una pianta di olio di ricino.

Per fortuna non ci furono molte complicazioni, e tutto passò liscio. In seguito seppimo che, dove ci eravamo fermati, era il podere N° 101 del villaggio Michele Bianchi, e che l’assegnatario era un certo sig. Borrelli.

Oramai eravamo quasi arrivati a destinazione. Infatti, dopo circa 3 km, vedemmo quella che sarebbe stata la nostra casa. Era situata a circa 50 mt dalla strada asfaltata. Era tutta bianca, con le persiane verdi. Sulla facciata a sinistra, c’era il N° 179, sulla destra invece, c’era un grande Fascio in rilievo, poi la scritta I.N.F.P.S. l’impressione fu molto favorevole, ma il meglio, fu quando entrammo in casa.

Si entrava in un enorme stanzone, sul frontale vi era un grande camino. Sulla destra c’era una grande stanza, che poi, verrà occupata dai miei genitori. Sulla sinistra si accedeva ad altre due stanze, le quali successivamente verranno occupate, una dai miei fratelli grandi, e l’altra dalle mie sorelle con me e mio fratello Vittorio. Sul frontale dello stanzone, sulla sinistra, c’era una porta che immetteva in un bel cortile. Sulla parte sinistra del cortile, c’era una grande stalla. La sorpresa maggiore, fu che dentro la stalla, legati alla mangiatoia, trovammo un giovane mulo ed una giovenca di razza Brunoalpina. Sulla destra del cortile, c’era un’altra grande stanza, che sarebbe servita come magazzino. Accanto c’era una grande rimessa, ed un carro per il trasporto con le ruote di gomma. Più avanti c’era un forno ed il gabinetto. Per comodità del lettore, allego una planimetria di come erano le case del nostro comprensorio, "G. Giordani".



 

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Dal cortile, tramite un gran portone, si usciva sul retro della casa. Fuori, c’era la concimaia, ed un piccolo pollaio in legno, ove dentro c’erano una decina di galline. In casa invece, in mezzo al salone, c’era un gran tavolo, con una decina di sedie tutt’intorno. Sul tavolo, in bella mostra, c’era un bel lume a petrolio, a fianco una scatola di fiammiferi. Sul tavolo c’erano pure fagioli ceci pasta ed altri generi alimentari.

Sulla destra del camino, c’era una madia, ( quella dove si impastava la farina per fare il pane ) e dentro, un sacco grosso di farina. Sulla sinistra del camino, c’era un lavatoio con il suo rubinetto. L’acqua veniva fornita tramite un grosso serbatoio situato sul tetto della casa. Di sicuro, in casa eravamo tutti felici di quella sistemazione.

Dopo qualche giorno, cominciammo a conoscere i nostri vicini. Al n° 180, c’era una famiglia di siciliani, composta da 9 componenti. I genitori + 6 maschi + 1 femmina. Con questi vicini, l’armonia è stata sempre perfetta. Era gente semplice e molto socievole. Per i primi tempi, facevamo molta fatica a capire il loro parlare. Il dialetto siciliano era molto difficile da imparare. Comunque, dopo un po di tempo, ci intendevamo a meraviglia. Il bello era, che avevano quasi esattamente l’età dei componenti la mia famiglia.

Ricordo ancora i loro nomi. Il 1° Giuseppe, il 2° Turiddo, il 3° Giovanna, il 4° Luigi, il 5° Vincenzo, il 6° Corrado, il 7° Benito. Al podere 181, abitava una famiglia di Veneti. La famiglia, era composta da padre madre, 5 figli maschi + 3 femmine. Anche con loro, i primi tempi avevamo avuto difficoltà nel capire il loro dialetto. Provenivano da Cervignano del Friuli ( UD ). Il podere 182, era situato proprio di fronte al mio, ma era vuoto, non vi era stata costruita neppure la casa.

Al 183 invece, c’era la famiglia Trombin; ma stranamente, era composta da padre e madre, ma unicamente da 2 figli maschi, ed 1 femmina. Non ho mai capito il perché, dato che tutte le altre famiglie, erano composte con un minimo di 7 componenti il nucleo famigliare. Anche loro, provenivano dal Veneto, ed anche con loro, il legame di amicizia, col tempo divenne molto forte.

Al podere 178, abitavano i Boscariol, anche loro provenienti dal Veneto. Anche questa famiglia, era numerosa. Vi erano padre madre, 5 figli maschi + 2 femmine. Dopo esserci scambiate le nostre prime impressioni, e si capiva che ognuno di noi, era molto felice della nuova situazione. Ognuno a suo modo, lodava l’operato del Duce. Per meglio far capire come eravamo dislocati, allego una piantina dei nostri comprensori.


 

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Dopo pochi giorni dal nostro arrivo, i nostri genitori, vennero convocati dal preside della scuola. Recatesi al villaggio, vennero avvisati che tutti i ragazzi in età scolastica, avrebbero dovuto iniziare a frequentare la propria scuola. Per noi ragazzi, era una grande gioia. Avremmo potuto conoscere tanti altri ragazzi della nostra età Per me che avrei frequentato la prima elementare, mi sembrava proprio un bel gioco. Fu così che i nostri genitori, si misero d’accordo per poterci portare ogni mattina a scuola. Si perché la scuola era esattamente a 6 km di distanza da noi. Così decisero di fare a turno nel portarci a scuola con il carretto, trainato dal mulo o dal cavallo.

Fu così che il gruppo di quelle cinque famiglie, che eravamo tutte vicine, si cominciò a fare a turno per portare noi ragazzi a frequentare la scuola al villaggio. Ricordo, con tanta nostalgia, quando era il turno di mio padre, lo spasso di noi ragazzi. Mio padre ci portava con il mulo che aveva avuto in dotazione. Questo mulo, che mio padre aveva messo il nome vicienzo, aveva una pecularietà. Quando tirava il carretto, tirava calci ad ogni passo. Ma oltre ciò, ad ogni calcio, corrispondeva una pernacchia. Per noi ragazzi, era uno spasso totale. Ci sbellicavamo dalle risate, ed il tragitto da casa a scuola, passava in un momento. Quando a scuola lo raccontavo alla mia maestra, anche Lei si metteva a ridere.

Capitava però, che qualche giorno, per un motivo o altro, nessuno dei nostri genitori, era disponibile ad accompagnarci al villaggio. Ricordo ancora oggi, dopo tanti anni, che per noi ragazzi, non era un dramma. Ci riunivamo tutti insieme, e ci incamminavamo tutti contenti verso il villaggio. Per la strada, si rideva e scherzava, ci raccontavamo quello che avevamo fatto durante il giorno. Erano veramente giorni spensierati, la gioventù, è una cosa meravigliosa, ti fa vedere le cose con occhi diversi.

Intanto, i miei genitori, sotto la guida del fattore dell’azienda, che gli insegnava come coltivare il terreno, cominciarono il lavoro di spianamento. Si, poiché il terreno per poterlo seminare, e poi bagnarlo, doveva essere reso pianeggiante affinchè l’acqua potesse scorrere liberamente, e far crescere qualsiasi cosa si seminasse. Intanto il tempo passava, ed ai primi di Gennaio, nasce il mio fratellino, che verrà dato il nome Antonio. La famiglia, si arricchisce di un nuovo componente, così ora siamo in 10. Ricordo che per il cibo, non ci furono problemi. A ciò provvedeva l‘I.N.F.P.S, poiché il terreno ancora non produceva nessun tipo di alimento.

Ricordo che ogni domenica si andava al villaggio per la Santa Messa. Per noi ragazzi, era occasione per incontrare anche altri ragazzi che non conoscevamo o che non avevamo mai è che la nostalgia di quei tempi, non mi ha mai più abbandonato.



 

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Il tempo era bello, eravamo arrivati in pieno inverno, ma io non ricordo affatto che come si dice, che la notte, è freddissima li in Africa. La notte, il cielo era uno spettacolo da guardare. Era nero scuro, ma si vedevano le stelle che era veramente una cosa straordinaria. Il giorno invece, il cielo era di un azzurro limpido che se uno non lo vede con i propri occhi, non potrà mai capirlo. L’aria era limpida, si poteva vedere a km di distanza. Solo quando tirava il ghibli ( vento Africano ) l’aria si offuscava. Ma era questione di poco, poi tutto tornava come prima.

Nei primi giorni di Maggio, nelle scuole, e soprattutto nella piazza del villaggio, cominciava a serpeggiare una grande agitazione. Si sentiva dire, che l’Italia entrava in guerra. Per noi bambini, non sapevamo neppure cosa volesse dire guerra. A scuola, la maestra, ci diceva, che il nostro amato Duce, ci doveva difendere dagli Inglesi e dai Francesi. Certo che noi, non capivamo il perché.

Stà di fatto, che alla fine di maggio, i nostri genitori, ebbero l’ordine dal Podestà del villaggio, di prepararci, poiché da lì a qualche giorno, saremmo dovuti partire, tutti i ragazzi e ragazze compresi fra i 6 anni ed i 14 per una vacanza in Italia. Per noi, ci sembrò proprio una festa. Andare in villeggiatura, ci sembrava un premio. Fu così che la mattina del 4 Giugno del 1940, ci ritrovammo in centinaia di ragazzi e ragazze nella piazza del villaggio. Li c’erano in fila tante corriere, con le quali ci avrebbero portati al porto di Tripoli.

Il distacco dai nostri genitori, non fu molto triste, soprattutto perché ci avevano assicurato, che la villeggiatura sarebbe durata al massimo un mese. Quindi a parte qualche bambino che piangeva, tutti gli altri cantavano e gridavano di gioia. La mattina del 4 Giugno, ci imbarcarono dal porto di Tripoli, destinazione Italia. Non avremmo mai e poi mai immaginato, che la nostra vacanza durasse ben 7 anni e mezzo.
 

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Capitolo 3° 


Da quel giorno, non vidi più mia sorella. Fu un grande dolore, per fortuna rimasi con mio fratello Vittorio ancora per diversi anni. A Cervia, la vita fu molto buona. Ricordo che le giornate scorrevano molto bene. L’unica cosa che ricordo con certezza è come cominciava la giornata. Al mattino, sveglia, lavarsi bene il viso e le braccia, poi alza bandiera, era un rito che si svolgeva immancabilmente, si cantava l’inno nazionale, poi colazione. La colazione era sempre abbondante. Ci davano caffelatte con biscotti e cioccolata. Per noi ragazzi, era sempre una festa. Non eravamo certi abituati a quelle buone cose da mangiare. Finita la colazione, tutti a fare ginnastica. Dopodiché, ogni accompagnatore con il suo gruppo di ragazzi, ci spiegavano come era composta la nostra bella Italia. Ogni giorno ci dicevano quante cose belle faceva il Duce per noi. Crescevamo sicuri, che il governo fascista fosse la cosa più giusta per un popolo desideroso di grandezza. Essendo la stagione ancora molto buona, il pomeriggio ci portavano al mare a fare il bagno. Per me che non avevo mai visto il mare da vicino, era un grande divertimento. Sarei rimasto per delle ore in acqua a giocare con gli altri bambini. Ma pure qui non durò troppo a lungo. Per i primi mesi del 1941, ci trasferirono a Lavarone. Un posto veramente bellissimo. Eravamo sulle montagne dove si era svolta la prima guerra mondiale. I nostri accompagnatori, ci spiegavano tutto di come si era svolta quella guerra. Col senno di oggi, forse con troppa enfasi, nel descrivere come si combatteva in quei luoghi. Ricordo come un giorno, ci portarono in gita fino a Rovereto. Ci fecero visitare i camminamenti dove i nostri soldati combatterono. Vi erano ben conservati ancora dei cannoni, delle mitraglie ed altri ordigni di guerra. Noi ragazzi ascoltavamo con la bocca spalancata, i racconti dei nostri accompagnatori. Ci spiegavano come con la vittoria dei nostri eroici soldati, si costruì l’unità d’Italia. La nostra patria, era diventata una grande nazione. Il nostro amato Duce, si prodigava per il benessere del suo popolo. Comunque, anche qui siamo stati bene. La routine era sempre la stessa. Mattina, lavarsi, colazione, alza bandiera e poi ginnastica. Oramai eravamo abituati, e quindi ci sembrava una cosa naturale. Gli accompagnatori ci spiegavano, che la disciplina ci avrebbe reso degli ottimi soldati. Il Duce sarebbe stato fiero di noi. Il tempo passava veloce, io e mio fratello, non avevamo mai avute notizie dei nostri genitori. Mio fratello faceva di tutto per consolarmi della loro mancanza. Anche mia sorella Angela non l’avevamo più sentita. Non sapevamo neppure dove l’avessero mandata. Certo che a me, cominciava pure a svanire la loro immagine. Quando si è piccoli, se non c’è la presenza costante di una persona a te cara, con il tempo questa comincia ad essere dimenticata. Arriva l’estate, ed arriva l’ordine che dobbiamo partire per nuova destinazione. La nuova colonia, sarà a Mentone. Arriviamo a Mentone, non potete immaginare la mia gioia. Si perché la colonia è proprio vicina al mare. Anche qui, siamo stati veramente bene. Il trattamento era veramente speciale. Eravamo tutti con la divisa nuova. Io ero con la mia età, figlio della Lupa, mio fratello invece, era già un balilla. Era veramente una grande gioia, quando ci portavano in giro a fare qualche passeggiata. Eravamo tutti inquadrati nei nostri rispettivi plotoni. Dovevamo sempre cantare gli inni fascisti. Ricordo che la canzone che più cantevamo, era, giovinezza giovinezza primavera di bellezza. Mi sembrava di essere veramente un soldato. A furia di sentirmelo dire, oramai era impresso nella mia mente, e ci credevo. A Settembre cominciammo ad andare a scuola. Io facevo la seconda elementare. Ricordo che ero abbastanza bravo, mi impegnavo molto. In seconda, ci insegnavano a fare le aste, i cerchi e soprattutto a scrivere le vocali dentro la riga. Posso dire con piacere, che a me quel tipo di insegnamento, è stato molto buono. Si la maestra era molto esigente, ma guardando quello che insegnano oggi ai ragazzi, rimpiango di cuore quei tempi. Da Mentone, più di una volta, ci portarono in gita fino al confine, dove c’erano i soldati che facevano la guardia. Li ci spiegavano, che quel posto divideva l’Italia dalla Francia. I nostri accompagnatori, ci spiegavano, che oltre quel confine, non potevamo andare, poiché ormai noi eravamo in guerra contro la Francia. Certo che per noi bambini, non capivamo il motivo di quella guerra.

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Comunque, stà di fatto che eravamo già verso Maggio del 1942, notavamo delle strane Situazioni. Alcune mattine, con fare scherzoso, e sempre sorridendo, le maestre ci chiedevano se volevamo regalare qualche biscotto o un pezzo di cioccolato della nostra colazione, per i nostri soldati che combattevano al fronte. Per noi bambini, era come un gioco, non capivamo ancora che le cose cominciavano a mettersi male. Si perché queste richieste, cominciavano a diventare molto frequenti. A noi bambini, cominciava a rimanere un po di fame. I nostri accompagnatori, cercavano di consolarci, dicendo che tutto si sarebbe aggiustato e che il Duce pensava sempre a noi. Intanto, erano finite le scuole, io ero stato promosso in terza classe. Mi sentivo orgoglioso, e pensavo che se un giorno il Duce mi avrebbe visto, sarebbe stato fiero di me. Il mio accompagnatore, mi diceva, Bidone, il prossimo anno, diventerai un bravo balilla (il nome non è sbagliato, in appresso spiegherò il perché). Arrivati ad agosto, arrivò pure l’ordine di un nuovo spostamento. Destinazione, Bordighera. Anche qui, la città era veramente bella. Non ricordo il nome della colonia dove ci trasferirono. Però era vicino al mare. La cosa curiosa per me, fu che la spiaggia, non era di sabbia, ma bensì di grossa ghiaia. La cosa bella, era che quando uscivi dall’acqua, non ti riempivi di terra. Ma purtroppo, la nostra situazione, era tremendamente peggiorata. Il cibo di cui eravamo abituati, stava lentamente scomparendo. Alla mattina, non si mangiava più come eravamo abituati fino a qualche mese prima, bensì un poco di latte, ed un pezzetto di pane. Alle nostre deboli domande, ci rispondevano che purtroppo, non era colpa loro, ma bensì di molti traditori della patria, che rubavano e saccheggiavano impunemente. A volte sentivamo dire che quelle persone, che i nostri maestri definivano traditori, erano i cosidetti partigiani. Per noi ragazzi, che non avevamo mai sentito parlare di partigiani, non capivamo il perché, italiani come noi, si comportassero in quel modo. Il mio maestro, che era una persona veramente cattiva, non so usare altro termine, ci diceva continuamente, che noi avremmo dovuto combattere con tutte le nostre forze quei traditori. Stà di fatto, che a scuola, era di una ferocia incredibile. Forse, era perché si sentiva inferiore a noi, per il fatto che camminava claudicando. Aveva una gamba un po più corta, per cui il suo camminare ci faceva ridere, e gli avevamo affibbiato il nomignolo di sciancato. Certo che lui, si vendicava ferocemente su di noi. Avevamo ripreso a studiare, e lui, puntualmente trovava sempre qualcuno su cui sfogare la sua rabbia. I suoi castighi preferiti erano, mettere l’alunno in mezzo alla classe, fargli alzare le braccia dritte in avanti con il palmo rivolto in su, e con un righello di legno 

durissimo, lo abbatteva violentemente sulle mani. Vi potete immaginare il dolore. Il secondo consisteva nel fare inginocchiare l’alunno a fianco della lavagna dopo avere messo del mais per terra. Dopo una mezzora, i ginocchi non si sentivano più per il dolore. La terza, l’alunno doveva scrivere sulla lavagna la frase, sono un somaro. A chiunque toccava, era sempre una vergogna, soprattutto per i scherzi degli altri ragazzi. Un giorno, toccò proprio a me subire le ire del maestro. Dopo avermi fatto mettere in mezzo all’aula, e dopo avermi fatto alzare le braccia con il palmo all’ insù, calò il suo primo colpo. L’urlo di dolore, fu tremendo, mio fratello, che ormai era già abbastanza grande, gridò al maestro di non farlo più. Di rimando il maestro voleva punire pure lui. Ricordo ancora la scena come se fosse oggi. Mio fratello si leva una scarpa, e colpisce violentemente il maestro in faccia. Ci fu un grande parapiglia, accorse il direttore ed altri maestri, vollero sapere cosa era successo. Gli fu spiegato il fatto, al che il direttore rimproverò mio fratello, dicendo che certe cose non si devono fare per ordine e disciplina, ma il maestro venne allontanato per sempre dalla nostra scuola. Ricordo con piacere, la Pasqua del 1943. Le famiglie di Bordighera, sapendo che noi eravamo senza i nostri genitori, si offrirono di ospitare per la festività, ognuna di loro, un bambino della colonia. Io fui molto fortunato, mi prese una signora, la quale mi tenne con se, addirittura una settimana. Passai veramente una bellissima Pasqua. La signora era di una gentilezza incredibile. Mi diceva con la voce un po tremolante, vedrai piccolo, tutto passerà. Potrai riabbracciare presto i tuoi genitori. Anche Lei, credeva che la guerra sarebbe presto finita. Purtroppo ci vollero ancora diversi anni prima di poter rivedere tutti i miei famigliari. Di quella signora, ricordo molto bene il suo nome, si chiamava, Maria Verdi, ma l’indirizzo di dove abitava, non l’ho mai saputo. Il suo ricordo, mi ha accompagnato per tutta la vita. Ancora oggi, che sono anziano, penso sempre a quella bella settimana di festa Pasquale che passai da Lei.

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Nel frattempo arriviamo a quel fatidico 8 Settembre del 1943. Tutti sanno cosa significa quella data. Fu dichiarato l’armistizio. Ma per noi ragazzi, fu un disastro completo. Se prima il cibo scarseggiava, da quel giorno fu quasi nullo. La fame, quella vera, cominciò ad impadronirsi di noi. Quelli a cui eravamo affidati, non sapevano più a chi rivolgersi per avere del cibo da dare a noi ragazzi. Ricordo che prima dell’otto Settembre, in riva al mare, c’era una grande caserma, dove erano alloggiati soldati Italiani. Io con alcuni compagni, andavamo spesso a trovarli. Loro gentilmente, ci davano sempre qualcosa da mangiare. Erano sempre molto premurosi con noi. Forse sapevano chi eravamo, ed il perché eravamo qui in Italia. Avevano compassione di noi, e ci auguravano sempre di poter tornare presto dalle nostre famiglie. Certo era, che io la mia famiglia,l’avevo quasi dimenticata. Non ricordavo più nemmeno i loro volti. Dopo qualche giorno dalla dichiarazione di armistizio, io e il solito gruppetto di ragazzi, ci dirigiamo verso la caserma dei nostri soldati. Eravamo convinti di trovarli ancora lì. La nostra sorpresa, ma soprattutto la nostra paura, fu che poco prima di arrivare alla caserma, vedemmo un uomo con una divisa tanto diversa da quella dei nostri soldati, che gridando in un modo incomprensibile, cominciò a spararci contro. Naturalmente noi scappammo a gambe levate, non sapevamo quello che era successo. I nostri accompagnatori, ci spiegarono che quelli erano Tedeschi, e che fino a pochi giorni prima, eravamo alleati, ma che ora ci trattavano da traditori. La raccomandazione fu che, noi non dovevamo mai più andare in quella caserma, onde evitare brutte sorprese. Purtroppo la fame era tanta. Così cominciammo ad andare nelle vicine campagne, per procurarci qualsiasi cosa da mangiare. Eravamo diventati, l’incubo dei contadini. Ci avevano soprannominati le cavallette, poiché dove passavamo noi, facevamo piazza pulita di tutto ciò che era commestibile. Ricordo un giorno, che con il mio plotone, tutti ben inquadrati, passevamo per il centro città. Ad un tratto vedemmo per terra, un pezzo di pane, io (per mia sfortuna) fui il più veloce nel tuffarmi e prenderlo. In un attimo lo misi in bocca per mangiarlo. Due secondi dopo, cominciai a gridare e a sputare ciò che avevo in bocca. Subito accorse un accompagnatore, vide la mia bocca che si era arrossata e gonfiata. Mi portò immediatamente all’ospedale. Qui i dottori diagnosticarono che il pane, era stato imbevuto di acido. Mi tennero qualche giorno in ospedale, quando mi dimisero, mi raccomandarono di non raccogliere mai del cibo da terra. Poiché non si poteva sapere cosa conteneva. Ma come si poteva impedire ad un ragazzo, che aveva sempre fame, cercare di procurarsi qualsiasi cosa che fosse commestibile? Fu così, che dopo pochi giorni, il mio gruppetto, andando in giro per la città, dietro un ristorante, trovammo una grossa scatola con su scritto, sardine in scatola. Vi potete immaginare la gioia di noi ragazzi. Raccolta la scatola, ci andammo a mettere al riparo dietro una casa, e lì dopo non pochi sforzi, riuscimmo ad aprire la scatola. Ci mangiammo con grande piacere, quelle belle sardine. Ma anche stavolta, le cose andarono malissimo. Tornati in colonia, dopo circa un’ora, venimmo presi da forti dolori allo stomaco. Subito i nostri accompagnatori, ci portarono all’ospedale. Qui ci diagnosticarono una intossicazione da cibi avariati. Altra raccomandazione da parte dei dottori, ma che conoscendo la nostra situazione, alzavano le braccia al cielo e concludevano augurandosi che presto sarebbe finita questa nefasta ed inutile guerra. Dopo questaltra brutta esperienza, andavamo unicamente per la campagna a cercare frutta, o quantaltro commestibile. Un altra brutta esperienza, fu quando il nostro gruppetto, si trovò davanti ad una siepe di fichi d’India. Noi non avevamo mai visto quella frutta. Non sapevamo che quei frutti, dovevano essere raccolti con prudenza, poiché erano ricoperti da una miriade di piccole spine. Bisognava raccoglierla unicamente alla mattina presto, oppure bisognava bagnarla abbondantemente, affinchè le piccole spine, sarebbero afflosciate. Fatto stà, che noi, per la gioia di avere trovato della frutta, e non conoscendone il pericolo, l’abbiamo raccolta infilandocela dentro la camicia. Apriti cielo, arrivati in colonia, abbiamo cominciato a grattarci furiosamente, ma più grattavamo, e più sentivamo dolore. 

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Anche stavolta, corsa in ospedale. Ci tennero ricoverati diversi giorni. Si perché, per poter levare quelle migliaia di piccole spine dai nostri addomi, ci volle tanta pazienza e tanto tempo da parte dei dottori. Posso solo dire, che la fame patita a Bordighera, non l’ho mai dimenticata. È stata una esperienza terribile. In questo lasso di tempo, che non c’era nessuno a comandare, non abbiamo mai fatto, ne l’alza bandiera, ne cantato inni nazionali. In quel periodo, sembrava che nessuno volesse parlare del Duce. Ciò nonostante, in tutta quella confusione, a scuola ero sempre molto bravo. Venni promosso in Quarta elementare, con ottimi voti. Mi sentivo ancora di essere un buon Balilla. Si perché ormai avevo già 10 anni, e quindi non ero più figlio della Lupa. Per i primi di Agosto, si cominciò a sentire che ci avrebbero di nuovo spostati. In quel periodo, cominciammo a sentire dei potenti boati. Il mio accompagnatore, ci spiegava che quel rumore era il bombardamento che gli inglesi facevano su Genova. Per metà Agosto, eravamo già pronti per partire, ma un furioso bombardamento fatto sulla stazione ferroviaria di Savona, ci fece ritardare la partenza. Comunque come Dio volle, a fine mese, si partì, destinazione San Remo. Arrivammo in quella graziosa cittadina senza nessun incidente. La città, era come Bordighera, a ridosso del mare. La nostra colonia, era un grande albergo. Non ricordo proprio come si chiamasse, so solo, che era molto grande. Qui come arrivammo, notammo che la situazione era molto diversa da quella di Bordighera. Non ricordo proprio come si chiamasse, so solo, che era molto grande. Qui come arrivammo, notammo che la situazione era molto diversa da quella di Bordighera. Il cibo, anche se non proprio abbondante, si mangiava. Soprattutto, alla mattina, si faceva l’alza bandiera, e si cantavano gli inni nazionali. La disciplina, era come ai vecchi tempi. Alle domande che facevamo ai nostri nuovi maestri, ci rispondevano che saremmo tornati ad essere quel grande popolo, che il Duce voleva. Per noi ragazzi, sembrava che finalmente saremmo stati un po meglio. La scuola era di nuovo incominciata, e per me che mi piaceva studiare, era un grande piacere. Purtroppo, questa parentesi di benessere, durò pochi mesi. Cambiarono il direttore ed il vice direttore. I due nuovi capi, si dimostrarono da subito, come due esseri veramente spregevoli. Il cibo cominciò di nuovo a scarseggiare, ed alle nostre rimostranze, il direttore e il suo vice, ci dicevano che fra di noi, c’erano dei ladri. Questi ladri, non facevano altro che asportare il cibo dalle dispense della colonia, e venderlo al mercato nero. Così, se non si trovavano i colpevoli, noi non potevamo avere la nostra giusta razione di cibo. Come potevamo noi ragazzi capire cosa era il mercato nero? Ricordo che un giorno, ci adunarono tutti nel grande salone, portarono un ragazzo di quelli un po più grandi, (aveva circa 15 anni) e cominciarono a picchiarlo così violentemente, che sembrava dovesse morire. Lui negava disperatamente di essere l’autore di quei furti, ma loro imperterriti continuavano a percuoterlo. Ricordo solo il cognome di quel ragazzo, si chiamava Sorella. Non ho mai più saputo che fine abbia fatto. In giro però, si mormorava che i ladri erano proprio loro, il direttore ed il vice. Il cognome del direttore lo ricordo ancora, ( sono nomi che ti rimangono impressi nella memoria per tutta la vita.) Lombardi, quello del suo vice non lo ricordo proprio. Intanto era finita la scuola, ed io ero stato promosso in quinta Elementare con pieni voti. Finita la scuola, nuove voci di imminente spostamento. Oramai i bombardamenti, erano all’ordine del giorno. Fu così, che venne l’ordine di partire, destinazione Bergamo. Ricordo ancora la paura di quei giorni. Eravamo arrivati a Genova col treno. Tutto un tratto, cominciarono a suonare le sirene dall’ arme. Ci fecero scendere di corsa dal treno, e correre il più lontano possibile dai binari. Cominciarono a cadere le bombe, ma per fortuna, noi eravamo già lontani. Finito il bombardamento, tornammo verso il treno. Cerano delle buche così profonde, che ci entravamo tutti noi. Come Dio volle, si partì alla volta di Bergamo.

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Capitolo 4° 



Il fatto è che molti, anche nei tempi molto difficili, si sono prodigati, nelle loro possibilità, di non farci pesare il fatto che noi, eravamo i protetti del regime fascista. Anche qui, la situazione era cambiata, niente più parate o canti fascisti. Il tutto si doveva svolgere in maniera semplice. Ricordo che una mattina, mio fratello Vittorio non era più nel suo letto accanto al mio. Immediatamente tutti gli accompagnatori si misero a cercarlo. Anche noi ragazzi, ci mettemmo a cercarlo in mezzo al bosco, ma di lui, nessuna traccia. Verso mezzogiorno, vedemmo arrivare quattro uomini con i fucili sulle spalle, in mezzo a loro, c’era mio fratello. Io naturalmente gli corsi incontro per abbracciarlo, e piangendo gli chiedevo cosa era successo. Ma lui mi rassicurava, dicendo che era tutto a posto. Nel frattempo, quegli uomini armati, avevano chiesto del direttore della colonia. Ricordo che si trattennero per circa un ora a parlare col direttore, non so cosa dissero, so solo, che mio fratello sarebbe andato di sua spontanea volontà, con loro. Una volta partiti quegli uomini, il direttore ci radunò a noi tutti ragazzi, e ci spiegò che quegli uomini armati, erano i cosidetti partigiani. Il direttore, raccomandò a noi tutti, ma sopratutto a quei ragazzi più grandi, di non uscire mai da soli, ma anche di non fidarsi di sconosciuti, poiché, a parte quelli che avevamo appena visto, molti di loro, erano degli esagitati, i quali credevano che noi eravamo tutti dei pericolosi fascisti. Non sapevano che noi eravamo delle vittime di quella insensata guerra. Il nostro unico pensiero era di poter tornare a casa. Mio fratello, con tanta pazienza, mi spiegò che lui andava a lavorare da un contadino che abitava li vicino, ma che sarebbe venuto ogni settimana a trovarmi. La famiglia di contadini, si presero veramente cura di mio fratello. Lui mi diceva di come stava bene con loro. Il padrone si chiamava Siro Previtali. La fattoria, era vicino alla frazione di Berbenno, a circa un km da noi. Ogni domenica, puntuale mio fratello veniva a trovarmi. Io ero immensamente felice. Potevo stare tutto il giorno con lui. Ogni volta che veniva, mi portava sempre qualcosa da magiare. Con un sorriso di nostalgia, ricordo una cosa curiosa che mi accadde. Una domenica, arriva mio fratello, come al solito mi porta qualcosa da mangiare. Questa volta però, mi porta un bel panetto di burro. Io tutto contento, lo prendo e me lo metto dentro la camicia. Come al solito, ce ne andiamo a gironzolare per tutto il giorno. Alla sera sera mi riaccompagna alla colonia, nel momento di salutarci, mi accorgo di non avere più il panetto di burro. Tutto dispiaciuto, credevo di averlo perso per strada, ma mio fratello per vedere se per caso non si fosse spostato indietro nella camicia, nota che la camicia è tutta intrisa di olio. Lui capisce subito l’accaduto, e rassicurandomi che la domenica successiva me lo avrebbe di nuovo portato, mi spiega cosa è accaduto. Il burro, a contatto con il mio corpo, che essendo caldo, a sciolto il burro, e che quindi era tornato allo stato liquido. Certo è che ripensando a quel episodio, mi viene sempre da sorridere. Nell’estate del 1944, ci riportarono al collegio di San Alessandro. Sembrava che la situazione fosse migliorata. Come assistenti, al mio gruppo erano stati assegnati due giovani. Un seminarista di nome Angelo Marinoni, ed una giovane suora di nome Rita Badoni. Suor Rita, mi prese subito a ben volere. Mi chiamava il suo bidoncino. Cercava di consolarmi sempre, dicendomi che presto la guerra sarebbe finita, e che così sarei potuto tornare dalla mia famiglia. Anche Don Angelo era molto paziente con noi. Intanto era iniziata la scuola, per maestra avevamo una suora. Era veramente un portento. Lei insegnava tutte le materie, e quindi non c’erano altri maestri. I come al solito, ero molto bravo. La maestra, era molto orgogliosa di me. Ero il secondo della classe. Il primo, era un certo Graziani. Sembrava un genio. La maestra, ci additava sempre, diceva che così bisognava studiare se si voleva imparare qualcosa. Io mi sentivo molto orgoglioso, e quindi cercavo di imparare sempre meglio. Nel frattempo, suor Rita e don Angelo, con molto garbo, ci domandarono se ci sarebbe piaciuto, accudire tutti quegli animali che c’erano dentro il parco. Per il mio gruppo, fu veramente un gran passatempo.

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Il fatto è che molti, anche nei tempi molto difficili, si sono prodigati, nelle loro possibilità, di non farci pesare il fatto che noi, eravamo i protetti del regime fascista. Anche qui, la situazione era cambiata, niente più parate o canti fascisti. Il tutto si doveva svolgere in maniera semplice. Ricordo che una mattina, mio fratello Vittorio non era più nel suo letto accanto al mio. Immediatamente tutti gli accompagnatori si misero a cercarlo. Anche noi ragazzi, ci mettemmo a cercarlo in mezzo al bosco, ma di lui, nessuna traccia. Verso mezzogiorno, vedemmo arrivare quattro uomini con i fucili sulle spalle, in mezzo a loro, c’era mio fratello. Io naturalmente gli corsi incontro per abbracciarlo, e piangendo gli chiedevo cosa era successo. Ma lui mi rassicurava, dicendo che era tutto a posto. Nel frattempo, quegli uomini armati, avevano chiesto del direttore della colonia. Ricordo che si trattennero per circa un ora a parlare col direttore, non so cosa dissero, so solo, che mio fratello sarebbe andato di sua spontanea volontà, con loro. Una volta partiti quegli uomini, il direttore ci radunò a noi tutti ragazzi, e ci spiegò che quegli uomini armati, erano i cosidetti partigiani. Il direttore, raccomandò a noi tutti, ma sopratutto a quei ragazzi più grandi, di non uscire mai da soli, ma anche di non fidarsi di sconosciuti, poiché, a parte quelli che avevamo appena visto, molti di loro, erano degli esagitati, i quali credevano che noi eravamo tutti dei pericolosi fascisti. Non sapevano che noi eravamo delle vittime di quella insensata guerra. Il nostro unico pensiero era di poter tornare a casa. Mio fratello, con tanta pazienza, mi spiegò che lui andava a lavorare da un contadino che abitava li vicino, ma che sarebbe venuto ogni settimana a trovarmi. La famiglia di contadini, si presero veramente cura di mio fratello. Lui mi diceva di come stava bene con loro. Il padrone si chiamava Siro Previtali. La fattoria, era vicino alla frazione di Berbenno, a circa un km da noi. Ogni domenica, puntuale mio fratello veniva a trovarmi. Io ero immensamente felice. Potevo stare tutto il giorno con lui. Ogni volta che veniva, mi portava sempre qualcosa da magiare. Con un sorriso di nostalgia, ricordo una cosa curiosa che mi accadde. Una domenica, arriva mio fratello, come al solito mi porta qualcosa da mangiare. Questa volta però, mi porta un bel panetto di burro. Io tutto contento, lo prendo e me lo metto dentro la camicia. Come al solito, ce ne andiamo a gironzolare per tutto il giorno. Alla sera sera mi riaccompagna alla colonia, nel momento di salutarci, mi accorgo di non avere più il panetto di burro. Tutto dispiaciuto, credevo di averlo perso per strada, ma mio fratello per vedere se per caso non si fosse spostato indietro nella camicia, nota che la camicia è tutta intrisa di olio. Lui capisce subito l’accaduto, e rassicurandomi che la domenica successiva me lo avrebbe di nuovo portato, mi spiega cosa è accaduto. Il burro, a contatto con il mio corpo, che essendo caldo, a sciolto il burro, e che quindi era tornato allo stato liquido. Certo è che ripensando a quel episodio, mi viene sempre da sorridere. Nell’estate del 1944, ci riportarono al collegio di San Alessandro. Sembrava che la situazione fosse migliorata. Come assistenti, al mio gruppo erano stati assegnati due giovani. Un seminarista di nome Angelo Marinoni, ed una giovane suora di nome Rita Badoni. Suor Rita, mi prese subito a ben volere. Mi chiamava il suo bidoncino. Cercava di consolarmi sempre, dicendomi che presto la guerra sarebbe finita, e che così sarei potuto tornare dalla mia famiglia. Anche Don Angelo era molto paziente con noi. Intanto era iniziata la scuola, per maestra avevamo una suora. Era veramente un portento. Lei insegnava tutte le materie, e quindi non c’erano altri maestri. I come al solito, ero molto bravo. La maestra, era molto orgogliosa di me. Ero il secondo della classe. Il primo, era un certo Graziani. Sembrava un genio. La maestra, ci additava sempre, diceva che così bisognava studiare se si voleva imparare qualcosa.

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Io mi sentivo molto orgoglioso, e quindi cercavo di imparare sempre meglio. Nel frattempo, suor Rita e don Angelo, con molto garbo, ci domandarono se ci sarebbe piaciuto, accudire tutti quegli animali che c’erano dentro il parco. Per il mio gruppo, fu veramente un gran passatempo. Ogni giorno, finite le lezioni, e dopo il pranzo, correvamo subito a trovare quegli animali nel parco. Pulivamo per bene il porcile ed il pollaio, poi gli davamo ad ognuno il proprio cibo. Non era una fatica, per noi era come un gioco, ma soprattutto ci distraeva da tutto il resto. Verso i primi di Novembre, ci capitò di assistere ad una strana cosa. Alcuni uomini in divisa tutta nera, trascinavano una ragazza giù nelle cantine del collegio. La curiosità era forte, così decidemmo di andare silenziosamente a vedere cosa succedeva. Lo stupore, fu veramente grande. Ciò che apparve ai nostri occhi di ragazzi,era veramente incredibile. Mentre due uomini tenevano fermamente bloccata una ragazza per le braccia, un terzo uomo le rasava completamente la testa. Noi non capivamo il perché di tutto ciò. All’indomani, provai a chiederlo a don Angelo. Egli con un gran giro di parole, mi disse che quelle donne, erano ritenute delle traditrici della patria. Si ritenevano delle partigiane. Certo che per noi, che non sapevamo nulla di quello che succedeva nel paese, non comprendevamo cosa volesse dire partigiane. A scuola, la maestra, continuava a elencare i pregi del Duce. Non sapevamo proprio cosa pensare. Per i primi di Novembre, suor Rita mi promise che le feste Natalizie, le avrei passate dai suoi genitori. Per me fu una grande gioia, non sapevo come ringraziare suor Rita. Ma Lei mi zittiva dicendo : caro bidoncino, il signore ci vede da lassù, e sa che tu sei proprio un bravo bambino. La famiglia di suor Rita, abitava nelle campagne di Seriate. Ricordo una grande fattoria. C’era una grande stalla, con diverse mucche. In casa c’era un grande camino, era sempre acceso, cosicchè potevamo scaldarci tutti quanti. Ricordo una bambina che aveva qualche anno meno di me. Non ricordo il nome, mi si era affezionata in un modo incredibile. In tutto il tempo che sono rimasto loro ospite, fino all’Epifania del 1945 non mi ha mai lasciato solo. Ricordo solo due parole, di una canzoncina che mi cantava spesso, che diceva giovanni è bello. Quando ritornai al collegio, lo raccontai subito a suor Rita. Lei mi disse, che i suoi genitori, erano stati molto contenti di avermi ospitato. Proprio in quei giorni, sembrò che la situazione peggiorasse. Il cibo veniva razionato. Si avvertiva che qualcosa non era più come prima. Anche a scuola, la maestra non si dilungava più nelle lodi del Duce. Don Angelo ci raccomandava di stare calmi, che si sarebbe aggiustato tutto con il tempo. Notevamo sui loro volti, un po di apprensione. Fu così, che poco prima di Pasqua, assistemmo ad una situazione già vista in precedenza. Un gruppetto di diversi uomini, tenevano per le braccia due ragazze, e le portarono giù nelle cantine del collegio. Stavolta però, gli uomini non erano in divisa, ma bensì in abiti civili, anche se un po logori. Anche stavolta, la scena era identica. Due uomini tenevano bloccata la ragazza per le braccia, mentre un terzo le rasava completamente la testa. Anche stavolta, andammo subito da don Angelo a chiedere spiegazioni, il quale allargando le braccia al cielo, e con fare mesto ci disse, lo fanno, perchè quelle sono fasciste. Certo che le nostre conclusioni su quei fatti, non potevano avere risposta. Ma allora, pensavamo, chi aveva ragione? Si sono comportati esattamente allo stesso identico modo. Ricordo che in quei giorni, vi era un grande andirivieni di gente. Sentivamo dire che la guerra stava per finire. Per noi ragazzi, di guerra non ne capivamo un granchè. L’unico nostro pensiero, era che presto avremmo potuto riabbracciare i nostri cari. A me soprattutto, interessava rivedere mio fratello Vittorio. Si perché solo di lui, avevo un bel ricordo. Eravamo stati insieme fino all’anno precedente, per cui il suo ricordo, era ancora impresso nella mia memoria. Anche se non avevo mai più avuto sue notizie, lo pensavo sempre. Si arrivò al 25 Aprile del 1945, la gente per la strada, sembrava impazzita. Tutti gridavano e ballavano per la gioia. La guerra era finita. Ma per noi ragazzi libici, come ci chiamavano, dovevamo attendere ancora più di due anni, prima di poter tornare a casa.

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Arrivammo alla fine dell’anno scolastico, come prevedibile, venni promosso con il massimo dei voti. Don Angelo e suor Rita, non facevano altro che farmi i complimenti. Sembrava che ad essere promossi fossero stati loro. Io a distanza di tanti anni, con tutta onestà, li ringrazierò per sempre con tutto il mio cuore. È stato anche, e soprattutto merito loro, se io mi sono impegnato tanto nello studio. Avendo avuto sempre vicino due persone, che ti spronavano, e che cercavano in tutti i modi, di non farti sentire solo ed abbandonato da tutti, ti spronavano con amore e gentilezza a studiare. Purtroppo, dopo un paio di mesi dalla fine della guerra, ci avvisarono che avremmo dovuto cambiare colonia. La destinazione era proprio li vicino, saremmo dovuti andare a Bergamo Alta. La colonia si chiamava Carlo Botta, la casa del ragazzo. Suor Rita, con le lacrime agli occhi, ci raccomandava di essere sempre buoni e bravi. Il signore ci avrebbe sempre protetti. A me proprio non andava giù l’idea di dovermi separare da suor Rita e da don Angelo, ma tantè anche a malincuore, dovemmo andare nella nuova colonia. Anche questa colonia, era gestita unicamente da personale ecclesiastico. Qui non c’erano giovani seminaristi, erano tutti molto grandi, e sopratutto da come parlavano, si capiva che erano molto attaccati al Duce. Ci spiegavano che il Duce, era l’uomo mandato da Dio. Si perché, senza di lui, l’Italia sarebbe stata in un caos indescrivibile. I comunisti, avrebbero distrutto tutte le chiese. Noi non saremmo potuto essere più battezzati, e che quindi saremmo andati tutti all’inferno. Certo che per noi ragazzi, cresciuti con gli insegnamenti di quel tempo, credevamo con convinzione che ciò era tutto vero. Nelle scuole primarie, ci avevano inculcato nelle nostre menti, che il fascismo era la salvezza della nostra patria. Come potevamo in poco tempo, rinnegare tutto ciò che ci avevano insegnato?nei primi mesi del 1946, si cominciò a parlare di elezioni. Noi certo non sapevamo cosa erano le elezioni. I nostri dirigenti allora, cominciarono a spiegarci cosa voleva dire elezione. Fino a quel momento, aveva comandato il Duce, con fare autoritario. Con le elezioni, il popolo poteva scegliere da chi essere governato. Si sarebbe dovuto scegliere tra monarchia o repubblica. I nostri dirigenti, si auguravano che vincesse la monarchia, poiché dicevano che il Re, era sempre stato amico del Duce, e quindi la situazione non sarebbe cambiata. Fu così che un giorno, portarono in collegio una montagna di schede elettorali. A noi ragazzi, venne chiesto di piegare ed allineare quelle schede, come compenso, ci avrebbero dato 5 lire ogni 100 schede piegate. Per noi ragazzi, fu un vero passatempo. Ricordo che lavorammo per circa un mese a piegare ed allineare tutte quelle schede elettorali. Le elezioni, si sarebbero svolte il 2 Giugno 1946. Credo che tutti sappiano come andò a finire, vinse la Repubblica. Ricordo lo sconforto che si leggeva sui volti dei nostri dirigenti. Ma di tutto quello che loro avevano palesato, non successe proprio nulla. La vita trascorreva esattamente come prima. Verso la fine di Agosto, i più grandi, cominciarono a dire, che presto saremmo tornati a casa. L’eccitazione cominciò a serpeggiare fra tutti noi. Finalmente a casa. Nel mio cuore però, pensavo, chissà come saranno i miei genitori. Mi riconosceranno? Io sicuramente non li avrei riconosciuti. Erano passati troppi anni, i ricordi si erano sbiaditi, ero troppo piccolo quando ci siamo lasciati. Comunque il solo pensiero di rivederli, mi rendeva molto felice. Ma c’è una cosa che ancora non ho detto. Noi da circa due anni, avevamo addosso unicamente quella misera divisa che ormai era ridotta agli estremi. Le scarpe erano tutte rotte, l’unica cosa buona, era una mantellina grigioverde ed il cappellino della stessa stoffa. Questo passo, è molto importante per capire in che situazione eravamo alla fine di settembre del 1947. Il freddo li a Bergamo si faceva sentire. Ormai i ragazzi grandi, ci dicevano con certezza, che di li a poco, saremmo partiti.

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Eravamo senza scarpe, come fare? Ai nostri dirigenti, venne una brillante idea. Alla Casa del Ragazzo, c’era un bravo calzolaio, il quale ci disse che avrebbe potuto rimediare le scarpe. Lui con la stoffa della nostra mantella, essendo molto pesante, ci avrebbe fatto ad ognuno un paio di scarpe, le quali sarebbero state molto comode, ma soprattutto, molto calde. Detto fatto, ci fece veramente un bel lavoro. Ognuno di noi, aveva ai piedi un paio di scarpe comode e calde. Dopo una ventina di giorni, con nostra grande gioia, ci misero su un treno, e ci portarono a Roma. Da li, ci portarono alle terme di Caracalle. Li trovammo centinaia e centinaia di altri ragazzi. I nostri accompagnatori, con pazienza, fecero in modo, che chi aveva parenti, potessero ricongiungersi. Ricordo che quando vidi mio fratello Vittorio, lo riconobbi subito. Anche se erano passati circa 2 anni da quando ci eravamo lasciati, la sua fisionomia l’avevo ben impressa nella mia mente. Di ciò, non posso dire di mia sorella Angela. Lei ormai era diventata una donna. La sua fisionomia l’avevo completamente dimenticata. Li incontrammo pure i fratelli Paternò. La Giovanna, anche lei ormai donna, Luigi e Vincenzo. Dopo gli abbracci e i soliti convenevoli, ognuno raccontava le sue peripezie. Finalmente eravamo ancora tutti insieme, e da li a poco, ci saremmo imbarcati per la Libia.


 

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