Ricordando Tigrinna...
e la nostalgia delle voci nel deserto lontano...
LE MAPPE DELLA "MIA" TIGRINNA
I RACCONTI DI TIGRINNA...
LE POESIE DI TIGRINNA...
I NOSTRI GIOCHI A TIGRINNA...
A SCUOLA A TIGRINNA...
MISCELLANEA DAL PASSATO...
SPAZIO-NIPOTI
DOVE SIETE?
VIDEO, FOTO...
RINGRAZIAMENTI...
In giro per Tigrinna... OGGI
CONSEGUENZE...Una volta arrivati in Italia

Segnala il Sito a un amico Vai a fine pagina vai a MAPPA DEL SITO aggiungi ai PREFERITI e-mail: info@luciani.in      & aluciani42bis@alice.it






...e una volta giunti in Italia, quali conseguenze  abbiamo subìto?
Noto che nessuno tratta questo argomento che ci ha creato enormi problemi e allora mi piacerebbe che si potessero riportare a galla e parlare dei patimenti, delle delusioni e dei sogni spezzati, che ciascuno di noi ha sicuramente patito.


QUI VOGLIAMO RICORDARE LE CONSEGUENZE CHE CIASCUNO DI NOI HA SUBÌTO UNA VOLTA TORNATI IN ITALIA...
nei campi profughi oppure nel paese/città d'origine dei genitori... le difficoltà di inserimento nel nuovo contesto...
Chi ha una storia, un ricordo particolare, foto, video o altro può farlo pubblicare qui.








Un'altra amara testimonianza, quella di Ada CLAUT, di quanto è stato travagliato il nostro ritorno in Italia...

RIENTRO IN PATRIA:    Servigliano  
                                                                                                                                                 di Ada CLAUT - 8 novembre 2014

      Il 17 aprile 1955 approdiamo a Siracusa con la nave “Argentina”. Scendiamo con tutti i nostri bagagli: più numerosi quelli nel cuore che quelli reali… distrutti dall’incuria dei “caricatori” nel porto di Tripoli e degli “scaricatori” in quello di Siracusa.

      Italia.!!!... Italia!... Gridavo a voce alta e poi lo ripetevo a bassa voce, mentre con gli occhi cercavo qualche segno che potesse confermare ciò che i nostri genitori ci avevano raccontato e come io, con la fantasia, l’avevo immaginata… ma di lei niente! 
      Dopo il trambusto, per le varie pratiche di sbarco… inizia il lungo viaggio in treno. Per noi bambini questa era un’altra grande novità, dopo quella della nave che, per il “mal di mare” sofferto durante tutto il tragitto, avevamo abbandonato molto volentieri. Noi bambini cominciavamo a dare segnali di stanchezza per il “bombardamento” di novità alle quali eravamo stati sottoposti in breve tempo e per le quali non eravamo preparati e abituati. Io ascoltavo, osservavo e tacevo… volevo vedere l’Italia!
      Ero frastornata, ma osservavo tutto con curiosità e stupore. La Libia si allontanava sempre più… mentre prendevo coscienza che una parte del mio “mondo affettivo” era rimasto ad Ain-Zara… volevo sentire, dovevo capire bene quello che succedeva perché al mio ritorno (secondo il mio cuore),
   
 

A TU PER TU


Ad occhi aperti                   
in compagnia                  
delle mie emozioni,                  
sorrido e piango
mentre accarezzo
il sogno che mi porto dentro
di tornare
a toccar le cose,
a riveder luoghi
e persone
e” a tu per tu”
raccontare
l’intreccio di forza, di coraggio
e di paura…
e la malinconia
che hanno accompagnato
i passi della vita,
lontano
da quella che era ”casa mia”.
“A tu per tu”
mostrare gli eroi
che tra povertà,
isolamento
e abbandono
hanno vinto ogni battaglia
in quella terra
che doveva essere
madre e amica.
Eroi grandi
più degli eroi illustri
…papà e mamma,
questi i loro nomi
e i loro volti…
segnati dall’amore.
Ora,
la vita mi sorride ancora
mentre… ad occhi aperti
sogno
sorrido
e…piango!

Ada CLAUT


“dovevo” raccontare tutto alla mia amica Doris.

      Dopo tante peripezie arriviamo, di notte, in un luogo con tanti capannoni e con un muro di recinzione, chiamato… CAMPO PROFUGHI di Servigliano… ma, dov’era il “Giardino Italia”? Dove erano i frutteti, tanto sognati, con ciliegie e ogni altro frutto sconosciuto?... La realtà era TUTT’ALTRO!!!...

      Capannoni con stanzoni separati da misere coperte…, (le Zeribe erano certamente più rispettose della privacy) una promiscuità da imbarazzo! Ci guardavamo smarriti… papà e mamma si guardavano e guardavano noi come se volessero chiederci scusa per quello che era dinanzi ai nostri occhi, certo non era ciò che loro speravano per noi! Dentro di ognuno, la domanda era una sola: dove siamo finiti?
      La separazione che pochi giorni prima era avvenuta in modo lento e doloroso, ora cominciava a mostrare il volto della “nostalgia”: non mancanza ma “presenza” di persone, luoghi, emozioni che tornavano a trovarci dentro… e la speranza ricominciava a farsi strada nei nostri cuori.
      La speranza che fosse solo un brutto sogno e che da un momento all’altro tutto sarebbe finito… aspettavamo qualcuno che ci dicesse che lo scherzo era terminato e che potevamo... TORNARE A CASA!… e invece no!
      Tutto era vero: capannoni condivisi con famiglie di cui non sapevamo nulla, docce e servizi igienici comuni… ricordo ancora l’odore di disinfettante misto al sapone e all’odore dell’umidità... Il capannone della scuola e quello dei generi alimentari, la chiesa dove ho ricevuto la S. Cresima… tanti capannoni e tanto anonimato.

   
Io e la mia madrina il giorno della mia Cresima         CLIC per ingrandire l'immagine  
    Io e la mia madrina, a Servigliano, il giorno della mia Cresima  

      Per fortuna c’erano anche altri bambini!... La mia salvezza è stata giocare con i miei coetanei. Anche lì, come in Libia (ma la motivazione e lo stato d’animo erano diversi), ci si divertiva “senza giocattoli”! “Facciamo finta”, era l’unico modo per “trasformare” la realtà e provare un po’ di serenità anche… in mezzo a quello squallore!…
      Per i miei genitori non c’era il gioco come sedativo alla delusione, alla sofferenza, al disagio… l’unico conforto era la salute di cui, per fortuna, ne godevamo tutti, la solidarietà con le altre famiglie oltre alla fede, che nella mia mamma era veramente grande. Ricordo che nel mese di maggio ero rimasta colpita, durante una processione, dal suo volto, con gli occhi umidi di commozione, mentre cantava un inno alla vergine Maria e la implorava per le nostre difficoltà e necessità… rimasi a guardarla in silenzio, le strinsi forte la mano, volevo piangere con lei… la mia cara mamma!!!

      Anche in quel luogo così squallido, il tempo trascorreva ugualmente, per fortuna!

      Col passare del tempo, non ricordo come, mi ritrovai tra i bambini destinati alla colonia di Porto S. Giorgio.

Che cosa ricordo di quell’esperienza? Il pensiero fisso a un’altra colonia… quella di Tripoli!… Rimanevo per lungo tempo a guardare l’orizzonte con la pretesa di vedere qualche lembo di quella terra che avevo lasciato da poco e non mi rassegnavo a pensarla irraggiungibile… Che delusione quando mi dissero che quel mare non era lo stesso che avevo attraversato per giungere in Italia… era l’Adriatico e… non confinava con la Libia!... Dovevo rassegnarmi!…

      Al ritorno dalla colonia mi aspettava la bella sorpresa del nostro trasferimento ad Ascoli Piceno. Finalmente una casa, una casa solo per noi! La ricordo luminosa, “calda”, accogliente… adesso cominciavo finalmente a scoprire l’Italia!

      Le “scoperte” si sono andate sommando. Dopo solo un anno abbiamo lasciato anche Ascoli per andare a vivere a Milano… e la Libia? La Libia è rimasta dentro di me in uno scrigno gelosamente “custodito”… tante volte ho sognato di tornarci, almeno per una vacanza, rivedere quei luoghi… in silenzio,” a tu per tu”… riconoscere “qualcosa” che avevo abbandonato troppo in fretta… risentire profumi e gusti… risentire suoni: la voce del muezzin che richiamava alla preghiera, la musica lenta che come una nenia accompagnava lo scorrere del tempo e delle varie faccende quotidiane… sì, qualche volta anche “noiosa”, ma faceva parte de contesto… di quel contesto che per noi, nati lì, era normale!... Anche il verso del cammello, che di notte mi spaventava, era normale, anche la sabbia sollevata dal ghibli e che mi accecava era normale… quella “normalità” che, per chi non è nato e vissuto, per almeno un po’ di tempo lì, non può essere compresa, come dice Dante: ”…intender non può chi non lo prova...” Lui lo diceva per altro, ma credo si addica anche per questo “amore” verso le radici storiche della propria vita.

       Questo amore, questa lucida “nostalgia”… nulla toglie alla grande passione e riconoscenza per tutto quello che la VITA mi ha regalato, indipendentemente da quello che, per un “misterioso disegno”, mi ha tolto.
                                                          Ada CLAUT















Io intanto inizio parlando della mia storia avventurosa tra i campi profughi...

I miei CAMPI PROFUGHI...



DOPO L’ADDIO A TIGRINNA (VEDI)

       …e , dopo aver lasciato il 5 giugno del 1953, Tigrinna per sempre, siamo arrivati a Siracusa.

       Lì siamo sbarcati e in tarda mattinata ci hanno fatto salire sul treno per Messina. Lungo il tragitto, transitando nel catanese, ho visto per la prima volta l’Etna con il suo pennacchio…

       Nel tardo pomeriggio siamo arrivati a Messina. Il treno è stato imbarcato sul ferry-boat per Villa S. Giovanni. Sbarco. Il treno riprende la sua corsa verso luoghi sconosciuti. E’ notte inoltrata.

       Improvvisamente a Paola, una cittadina in provincia di Cosenza, il treno si ferma per diverso tempo. Io stavo dormendo però vengo svegliato dalle luci e dalla confusione che si crea. Ci dicono che un masso è caduto sulla linea ferroviaria e che è necessario attenderne la rimozione. Così trascorrono un paio d’ore, prima di poter riprendere il viaggio. Alla fine riesco a riaddormentarmi…

       …e poi non ricordo più niente perché devo aver dormito sempre, o dormiveglia… So soltanto che al risveglio mi sono ritrovato al campo profughi di Altamura, in provincia di Bari. Sicuramente mio padre e mia madre mi hanno portato in braccio, come mio fratello Umberto di 2 anni…

 

IL CAMPO PROFUGHI DI ALTAMURA

       Era un ex campo di concentramento per prigionieri di guerra, a circa 4 km da Altamura, adattato a campo profughi. Era composto da diverse baracche in muratura: ciascuna era una unica, enorme camerata suddivisa, tramite divisori a mezza altezza, in stanzoni di circa 20 mq. che ospitava, ciascuno, una famiglia. Una sommaria suddivisione era ottenuta tramite una corda tesa da una parete all’altra sulla quale si appendevano delle coperte militari… Nella parte antistante che così si otteneva, i miei avevano messo un tavolino con quattro sedie, un mobiletto di legno con la bombola a gas e, sopra, un fornelletto a gas a tre fuochi. Tutto qui. Nella parte retrostante, il letto matrimoniale dei miei genitori ottenuto unendo 2 brande, un letto a castello per me e mio fratello… e un baule (unico reperto di Tigrinna che avevamo potuto portare con noi in Italia…).
Servizi(?) igienici: fuori. E per vivere: 118 lire a testa…

        Che tristezza… che squallore!!! Come eravamo ridotti male!!!

        Era questa la ricompensa che lo stato italiano ci dava, per tutto quanto avevamo "dato" e "fatto" a Tigrinna!!! Trattati come e forse peggio dei prigionieri di guerra!!!

 (Se paragono gli immigrati che oggi vengono in Italia e che non sono neanche italiani e il trattamento che ricevono, mille volte migliore di quello riservato a noi, trattati quasi come bestie, mi viene una rabbia!!!... anche oggi, a distanza di più di 60 anni...)

   
 

       La vita al campo profughi si svolgeva, in pratica, tutta dentro quel muro che lo recintava. All’ingresso c’era un edificio che fungeva da direzione del campo e che, a mo’ dei militari, ogni 10 giorni ci elargiva 4.720 lire, che servivano per mangiare, vestirsi, comprare la bombola del gas e ogni qualsiasi altro bisogno. Forse per chi non lo sa, 4.720 lire dell’epoca possono sembrare una buona somma… e invece no, non lo era proprio. Solo per comprare il pane se ne andava quasi la metà di quella somma. E, infatti, un pezzetto di carne si vedeva sono nelle feste comandate... Per sopravvivere, la nostra alimentazione era fatta, solitamente solo di pane e mortadella a colazione e cena (perchè costava poco) e di solo pasta a pranzo.

        Nello stesso edificio della Direzione, al piano terra, c’era la rivendita di generi alimentari, che funzionava anche da merceria, giornalaio, ecc.

        Un po’ più all’interno, in un altro edificio, avevano ricavato uno studio infermieristico (da… quarto mondo) e a fianco, delle piccole aule scolastiche elementari (in una di queste ho frequentato la classe quinta).

       Sull’altro lato c’era una costruzione adattata a macelleria e pescheria. Poi, a seguire, un paio di baracche, quindi un’altra utilizzata come chiesa e, subito dopo un’altra baracca, c’era la mia…

       Dalla parte opposta, un altro paio di costruzioni e, a un centinaio di metri, una specie di campo sportivo, dove la domenica, un gruppo di ragazzi del campo giocavano una partita del campionato "dilettanti", contro le squadre della zona. Facevamo un gran tifo: questo era l’unico momento ludico!

       Pensando a come stavamo bene a Tigrinna, quante volte ho pianto…

         Siamo rimasti in quel campo per circa un anno e mezzo, fino ai primi di novembre del 1954. Nel frattempo io avevo fatto la 5ª elementare. Poi i miei genitori mi avevano iscritto alla 1ª avviamento, ma non ho potuto iniziarla perché dovevamo trasferirci… ancora!!!

Nuova destinazione: campo profughi di SERVIGLIANO in provincia di Ascoli Piceno.

                           Il 3 novembre partiamo per Bari, per prendere nuovamente il treno
    (un vecchio accelerato) verso… l’ignoto.

       Verso le 2 di pomeriggio arriviamo alla stazione di 
       S. Benedetto del Tronto e ci fanno scendere per prendere il
       treno per Ascoli Piceno. Siamo mandati allo sbaraglio.
   Ad Ascoli Piceno ci dicono che il treno per Servigliano non si prende da Ascoli. E allora ci riportano a S. Benedetto. Qui insistono e ci riportano ad Ascoli. Ancora ad Ascoli ci dicono che il treno per Servigliano si prende alla stazione di Porto S. Giorgio e che, quindi. dovevamo tornare nuovamente a S. Benedetto, proseguire per Porto S. Giorgio e da lì prendere il treno per Servigliano. 

         A questo punto i nostri genitori (eravamo diverse famiglie), poichè era già notte ed eravamo stanchissimi (tra l’altro aspettavamo nella sala d’attesa della stazione e fuori c’erano almeno trenta centimetri di neve e faceva un freddo cane…), si sono arrabbiati e sono andati dal Prefetto. Dopo aver ascoltato tutta la storia, finalmente il Prefetto dispose che per quella notte fossimo alloggiati e rifocillati in un albergo della città.
Finalmente, dopo tanto tempo tornavo a dormire in un vero letto!

 (Io mi rendo conto che il mio racconto sembra incredibile, quasi inventato, eppure le cose sono andate proprio così: la mia vita in Italia è stata veramente un’odissea se non proprio una tragedia…)

       Il giorno dopo, anziché ricominciare la trafila dei treni, con un pullman disposto dal Prefetto siamo arrivati finalmente  a Servigliano. Era il 4 novembre...

 

IL CAMPO PROFUGHI DI SERVIGLIANO

 

   Ma arrivati a Servigliano, nuova delusione. Speranza di trovarsi un po’ meglio, vanificata… veniamo alloggiati come ad Altamura: in un ex campo di concentramento, con le stesse brande, gli stessi stanzoni divisi con le coperte, gli stessi servizi igienici esterni…
    ...e tanta, tantissima  voglia di scappare... ma dove???... Fa tanto freddo, fuori c'è tanta neve ed è già notte...

Quella sera veniamo sistemati nella baracca n. 14. Poi circa 2 mesi dopo, ancora un altro trasferimento: alla baracca n. 6 (vedi piantina dell'epoca, perchè anche il campo di Servigliano attualmente è stato smantellato e trasformato in giardino pubblico).

   
 

       Il campo profughi di Servigliano lo ricordo meglio di quello di Altamura, anche perchè posso giovarmi della piantina che vedete e quindi non è necessario descrivere il campo. 
      A Servigliano, i miei genitori tentano ancora di iscrivermi alla 1ª avviamento o alle medie. Niente da fare. A causa del trasferimento, non ho la pagella che certifichi la mia promozione.
       Scriviamo ad Altamura, ma anche loro non sanno più niente della mia pagella. Morale della favola: non posso andare a scuola... A quel tempo per me fu una grande notizia. Non capivo che l'avrei pagata in seguito...
   
 
              Alcune ragazze del Campo Profughi di Servigliano, davanti all'ingresso...  


       A Servigliano ho fatto anche la Cresima, ma non mi è rimasto neanche un piccolo ricordo fotografico: non ce lo potevamo permettere... Sembra strano? eppure è così. E non solo io...

       La vita nel campo è sempre la stessa: pochissimi soldi, vita  grama… Però, almeno per noi ragazzi, c’è un po’ di spensieratezza. Per esempio, andavamo in una discarica a cielo aperto (orrore: si direbbe oggi, ma non allora) a cercare rame, ferro, alluminio e ottone da rivendere ai rigattieri. E con quel ricavato riuscivamo ad andare al cinema. In effetti, al contrario del campo di Altamura che distava, come già detto, circa 4 km dalla città, a Servigliano stavamo in pratica in paese ed era più facile muoversi… Poi lì vicino c’era il fiume (Tenna) e potevamo andare anche a farci il bagno.

       Insomma, piano piano, a Servigliano la vita esterna diventava un po’ più piacevole. Anche se la vita in “casa” era stentata e uguale a quella di Altamura…

 

CONCLUSIONE

       In entrambi i campi abbiamo vissuto malissimo.  Si andava quasi sembre scalzi per mancanza di scarpe: l’unico paio si metteva solo per i momenti importanti. Pantaloni (corti) con le pezze. Maglie sdrucite. Niente cappotto, solo una vecchia giacca di mio padre riadattata.

       Ad Altamura, addirittura, ho rischiato di ammalarmi di tbc, causa di scompenso alimentare e dovetti fare una drastica cura ricostituente a base di bistecche e sangue di cavallo (semplicemente nauseanti...).

       Mia madre a Servigliano subì una paresi facciale a causa del freddo, che le paralizzò il lato sinistro del viso, lasciandole anche la bocca storta, che solo con un gran numero di scosse elettriche riuscirono parzialmente a ridurre.

       Mio padre andò a cercare lavoro e lo trovò ad Ascoli Piceno e così si incominciò a vedere qualche soldo in più e un leggero miglioramento nel tenore (se così si può dire) di vita. E' stato proprio in seguito al lavoro di mio padre, che abbiamo scelto di venire ad abitare ad Ascoli...

   

       Insomma, siamo partiti da Tigrinna, dove possedevamo una casa di 8 stanze e ci siamo ritrovati in pochi metri di spazio, dentro alle baracche di un ex campo di concentramento, malvisti dagli abitanti locali che ci consideravano dei pezzenti: quante volte ho dato ragione a mia madre che non voleva lasciare Tigrinna!!! 
       Però la storia, purtroppo, non si fa con i “se” e i “ma” e così siamo arrivati al 14 luglio del 1955, quando finalmente il Ministero degli Interni ci ha assegnato un appartamentino ad Ascoli Piceno.

       Potremmo dire che la storia (che ho molto sintetizzato, tralasciando molte cose, anche importanti), finisce qui. Però non è vero. Anche qui siamo stati accolti male e solo con gli anni, piano piano e con difficoltà, siamo riusciti a integrarci.

      Però nessuno dimenticherà come siamo stati trattati male e anche sbeffeggiati, dappertutto…

   Quanto ci è costato caro, lasciare Tigrinna!!!...

 

Antonio Luciani

 

 

 


 








Questo sito non ha alcuno scopo di lucro, ma solo essere un luogo di incontro fra amici che sono nati o hanno vissuto in Libia, particolarmente tra Tigrinna, Garian e Tripoli.
L'acronimo del logo
ALSoft
sta per Antonio Luciani Software.
Il sito non è in alcun modo collegato con nessuno dei siti partners, pertanto non ci assumiamo responsabilità sui loro contenuti.

Vai a:

Ricordando Tigrinna...

Le mappe della "mia" Tigrinna...

I racconti di Tigrinna...

Le poesie di Tigrinna...

I nostri giochi a Tigrinna...

A scuola a Tigrinna...

Miscellanea dal passato...

Dove siete?

Rivediamoci...

 
   
Torna all'inizio  
   

Grazie per aver visitato il nostro sito. Pagine visitate dal 29 settembre 2012 n.

Contatore pagine viste