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Mi chiamo Ada Claut. Sono nata nel 1945 a Suk el Giuma, località della Libia situata a 5 km a est di Tripoli. La storia della mia famiglia, in Libia, inizia nel 1939 nel Villaggio Maddalena in Cirenaica e continua a Sidi Mesri, Miani, Suani Ben Adem e Ain-Zara. Nell’aprile del 1955 lasciamo definitivamente la Libia per fare ritorno in Italia, portandoci via ricordi d’immagini impregnate di “vissuti” che non ci abbandoneranno più.

 



Ada CLAUT


 













(frugando nella nostra memoria, tra i ricordi del passato, alla ricerca di attimi indimenticabili della nostra adolescenza)


      13 settembre 2014

       Tempo fa ho appreso, dalla carissima Aurora Mammone, che l’unica casa italiana rimasta in piedi ad Ain-Zara, in seguito allo “stravolgimento” avvenuto dopo la nostra partenza dalla Libia, era la mia… soltanto la mia!
       Acquistata da un arabo che l’ha trasformata in un piccolo negozio di generi alimentari.

























































 

       La gioia nell’apprendere questa notizia, si trasforma presto in tristezza. Non posso crederci… 
       Mi rivedo sulla porta di casa mia ad Ain-Zara e con il solito “colpo d’occhio” cerco nella piazza ciò che avevo lasciato prima di partire per l’Italia.
       Guardo, ma i due edifici scolastici… NON CI SONO PIU’!!!… Sono stati… DEMOLITI!?!... Non è possibile, la mia scuola ridotta in polvere???... Mi avvicino al punto dove si trovava l’edificio e…lentamente affiorano i ricordi.
       Seconda elementare 1952…,
ad anno scolastico già iniziato,
   
  AIN-ZARA - Foto di gruppo davanti alla scuola...       CLIC per ingrandire l'immagine
  Tutti davanti alla scuola per un momento di festa. - a.s. 1950-'51 
Il maestro Mammone in alto a destra (con la gamba sollevata).
proveniente da Suani ben Adem, mi ritrovo, quasi per caso, nella pluriclasse del maestro Antonio Mammone, dove l’esperienza scolastica si rivela subito “speciale”: infatti nella stessa aula ci sono alunni di classi diverse.
       In un primo momento rimango un po’ disorientata proprio perché eravamo di età diverse; con me c’era anche uno dei miei fratelli che aveva due anni più di me e… non era ripetente… Nel giro di poco tempo però ogni cosa diventò normale perché il maestro sapeva come occuparci tutti, diversificando le attività e facendoci svolgere lavori a gruppi.
       Mi piace ricordare il divertimento provato nel costruire con la sabbia, il plastico dell’Italia: la posizione delle Alpi e degli Appennini sono rimaste impresse subito e per sempre nella mia memoria… e che divertimento quando abbiamo allestito, nel grande spazio all’aperto, un’aiuola a forma di fiore dove ognuno di noi, aveva una piantina da curare e far crescere… Chissà chi si è preso cura della mia quando sono partita per l’Italia!…
       Sì, la scuola del maestro Mammone, era una scuola stile Dewey, dove l’esperienza vale più della teoria e, dove s’imparava “facendo”. Ricordo una particolare lezione di storia che ha coinvolto tutta la classe.

       Un giorno, il maestro ci ha portato in un luogo, non molto lontano da Ain-Zara, con la presenza anche di Padre Gerardo, dove abbiamo ritrovato una tomba che risaliva all’epoca romana. Dai simboli sulla tomba, con l’aiuto del frate, abbiamo scoperto che si trattava di un soldato romano e cristiano di diciannove anni.
       Lo stupore e la meraviglia più grande l’abbiamo provata quando abbiamo scoperto che le ossa a contatto con l’aria si polverizzavano. A quel punto Padre Gerardo ci ha aiutato a trasformare quel momento di studio in preghiera. Ci siamo raccolti in silenzio e con molto rispetto, dopo aver lasciato ogni cosa a posto, ci siamo allontanati.

       La scuola di Ain-Zara era speciale anche perché si respirava un’aria di normalità. Non sapevamo cosa fosse la paura, succedevano solo cose che colpivano la nostra curiosità.
       Verso le undici di ogni mattina il maestro accendeva la radio (una rarità, a quel tempo e in quei luoghi) sintonizzandosi con l’Italia per l’ascolto del programma: “Radio per le scuole”. La trasmissione era preceduta da una musica piacevole che aiutava a prestare subito attenzione per ascoltare e imparare anche attraverso un mezzo così insolito a scuola.

   
 
Il mio libro di ARABO ad Ain-Zara, che ancora conservo...

       Anche noi dovevamo imparare una lingua diversa dall’italiano: l’arabo!
       Come succede in tutte le migliori scuole del mondo, anche noi avevamo una cordiale antipatia per un insegnante, proprio per quello di arabo, non per la lingua, ma per il “vizietto” di bacchettarci le mani tutte le volte che commettevamo un errore… mi ricordo ancora la sua faccia sempre seria, molto simile a un frutto o un ortaggio raggrinzito, con l’espressione di chi ha appena ingoiato del succo di limone. E così il mio arabo si è fermato a pochissime nozioni… però ho conservato il libro.
       Non mi ricorda la faccia del maestro, ma la simpatia e la curiosità per quella lingua fatta di tanti “segni”, più simili a ricami che a lettere di un alfabeto e con la particolarità che per scriverle bisogna procedere da destra verso sinistra.

       I ricordi sono come le ciliegie, una tira l’altra, e così al ricordo spiacevole dell’insegnante antipatico si aggiunge quello del momento in cui eravamo invitati a metterci tutti in fila, con un cucchiaio portato da casa, per prendere il disgustoso olio di fegato di merluzzo, che oltre a puzzare tremendamente lasciava in bocca un sapore così forte che cercavamo di togliere mangiando qualche spicchio di arancia, con la velocità di un fulmine.
       Qualcuno però, specie tra i maschi, riusciva a farla franca nascondendosi dietro agli oleandri per sputare il nauseante olio.
Purtroppo anche tra noi non mancavano gli ”spioni” e così di fronte alla minaccia di una doppia dose, tutti obbedivamo alla sentenza: “E’ per la vostra salute…volete crescere sani o rachitici?”.
       Rassegnati, ingurgitavamo l’olio, avvolgevamo il cucchiaio nel tovagliolo e lo infilavamo nella cartella, di cartone pressato, che naturalmente s’impregnava di quell’odore, difficile da togliere anche dalla memoria.

       C’erano anche dei momenti di svago con il maestro Mammone. Ricordo un episodio particolare.
       Era il primo giorno di aprile e l’usanza del “pesce d’aprile” era conosciuta anche lì, così quel mattino mi si avvicina il maestro e mentre finge di guardare il mio compito, mi attacca sulla schiena il disegno di un pesce fatto da sua figlia Doris che dietro di me, si spanciava dalle risate.
       Dopo la sghignazzata di tutta la classe, che si era scatenata nella gara a chi ne attaccava di più sulla schiena dei compagni, mi sono presa la mia rivincita e anche il pesce, che ho tenuto come ricordo di quel momento di allegria, anche perché era stato disegnato da Doris, mia amica.
       Con lei passavo parecchio tempo, di pomeriggio, a giocare all’aria aperta o nel lungo corridoio che separava l’aula dalla sua casa: infatti, l’abitazione del maestro faceva parte dell’edificio scolastico.

       Anche la scuola, con l’entrata principale, si affacciava sulla piazza (come la mia casa) e dall’interno, attraverso il lungo corridoio, si usciva sul retro, dove c’era un ampio spazio per giocare; un grande albero (del quale non ricordo il nome) con fiori di un bel viola intenso, ci proteggeva con la sua ombra dai raggi del sole, che a volte erano ustionanti.

       Prima di abbandonare i ricordi della scuola di Ain-Zara, mi siedo sotto l’albero e ascolto il mio cuore che a fatica trattiene la commozione ripensando alle emozioni dei giorni trascorsi lì tra quei banchi rigidi e neri, a due posti, con il calamaio nel quale intingevo il pennino che si spuntava quasi subito perché lo premevo troppo sul foglio del quaderno.
       Qui si posava immancabilmente l’odiosa macchia che cercavo di asciugare subito con la carta assorbente, ma mi lasciava il dito medio con i segni visibili delle mie lotte con pennino, calamaio e carta assorbente! Mi dava fastidio la macchia d’inchiostro sul dito perché mi sentivo una “pasticciona!”. 
       Dell’inchiostro ricordo anche l’odore che mi ha accompagnato fino a quando è arrivata la penna biro, con mio grande sollievo!





































 

       Guardo ancora la mia scuola e un brivido alla schiena, accompagna l’immagine del suo crollo. Sotto quelle macerie ci sono tutti i ricordi che ho raccontato e la vita che li ha animati.
       Mentre il polverone si dirada, vedo i volti dei miei compagni, il maestro Mammone con la sua famiglia, il bidello Moretto…, più lontano anche il maestro d’arabo!
       Gli occhi di tutti sono umidi di lacrime trattenute, per quella forza che ci viene nel sentirci accomunati dallo stesso smarrimento, dallo stesso dolore e dalla stessa domanda: PERCHE’???


Ada Claut

 

















L'amara testimonianza, di quanto è stato travagliato il mio ritorno in Italia...

RIENTRO IN PATRIA:  Servigliano
8 novembre 2014

Il 17 aprile 1955 approdiamo a Siracusa con la nave “Argentina”. Scendiamo con tutti i nostri bagagli: più numerosi quelli nel cuore che quelli reali… distrutti dall’incuria dei “caricatori” nel porto di Tripoli e degli “scaricatori” in quello di Siracusa.

Italia.!!!... Italia!... Gridavo a voce alta e poi lo ripetevo a bassa voce, mentre con gli occhi cercavo qualche segno che potesse confermare ciò che i nostri genitori ci avevano raccontato e come io, con la fantasia, l’avevo immaginata… ma di lei niente!
Dopo il trambusto, per le varie pratiche di sbarco… inizia il lungo viaggio in treno. Per noi bambini questa era un’altra grande novità, dopo quella della nave che, per il “mal di mare” sofferto durante tutto il tragitto, avevamo abbandonato molto volentieri. Noi bambini cominciavamo a dare segnali di stanchezza per il “bombardamento” di novità alle quali eravamo stati sottoposti in breve tempo e per le quali non eravamo preparati e abituati. Io ascoltavo, osservavo e tacevo… volevo vedere l’Italia!
Ero frastornata, ma osservavo tutto con curiosità e stupore. La Libia si allontanava sempre più… mentre prendevo coscienza che una parte del mio “mondo affettivo” era rimasto ad Ain-Zara… volevo sentire, dovevo capire bene quello che succedeva perché al mio ritorno (secondo il mio cuore), “dovevo” raccontare tutto alla mia amica Doris.

Dopo tante peripezie arriviamo, di notte, in un luogo con tanti capannoni e con un muro di recinzione, chiamato… CAMPO PROFUGHI di Servigliano… ma, dov’era il “Giardino Italia”? Dove erano i frutteti, tanto sognati, con ciliegie e ogni altro frutto sconosciuto?... La realtà era TUTT’ALTRO!!!...

Capannoni con stanzoni separati da misere coperte…, (le Zeribe erano certamente più rispettose della privacy) una promiscuità da imbarazzo! Ci guardavamo smarriti… papà e mamma si guardavano e guardavano noi come se volessero chiederci scusa per quello che era dinanzi ai nostri occhi, certo non era ciò che loro speravano per noi! Dentro di ognuno, la domanda era una sola: dove siamo finiti?
La separazione che pochi giorni prima era avvenuta in modo lento e doloroso, ora cominciava a mostrare il volto della “nostalgia”: non mancanza ma “presenza” di persone, luoghi, emozioni che tornavano a trovarci dentro… e la speranza ricominciava a farsi strada nei nostri cuori. La speranza che fosse solo un brutto sogno e che da un momento all’altro tutto sarebbe finito… aspettavamo qualcuno che ci dicesse che lo scherzo era terminato e che potevamo… TORNARE A CASA!… e invece no!
Tutto era vero: capannoni condivisi con famiglie di cui non sapevamo nulla, docce e servizi igienici comuni… ricordo ancora l’odore di disinfettante misto al sapone e all’odore dell’umidità…
Il capannone della scuola e quello dei generi alimentari, la chiesa dove ho ricevuto la S. Cresima… tanti capannoni e tanto anonimato.

   
Io e la mia madrina il giorno della mia Cresima         CLIC per ingrandire l'immagine  
Io e la mia madrina, a Servigliano, il giorno della mia Cresima  

Per fortuna c’erano anche altri bambini!... La mia salvezza è stata giocare con i miei coetanei. Anche lì, come in Libia (ma la motivazione e lo stato d’animo erano diversi), ci si divertiva “senza giocattoli”! “Facciamo finta”, era l’unico modo per “trasformare” la realtà e provare un po’ di serenità anche… in mezzo a quello squallore!…
Per i miei genitori non c’era il gioco come sedativo alla delusione, alla sofferenza, al disagio… l’unico conforto era la salute di cui, per fortuna, ne godevamo tutti, la solidarietà con le altre famiglie oltre alla fede, che nella mia mamma era veramente grande. Ricordo che nel mese di maggio ero rimasta colpita, durante una processione, dal suo volto, con gli occhi umidi di commozione, mentre cantava un inno alla vergine Maria e la implorava per le nostre difficoltà e necessità… rimasi a guardarla in silenzio, le strinsi forte la mano, volevo piangere con lei… la mia cara mamma!!!

Anche in quel luogo così squallido, il tempo trascorreva ugualmente, per fortuna!

Col passare del tempo, non ricordo come, mi ritrovai tra i bambini destinati alla colonia di Porto S. Giorgio.

Che cosa ricordo di quell’esperienza? Il pensiero fisso a un’altra colonia… quella di Tripoli!… Rimanevo per lungo tempo a guardare l’orizzonte con la pretesa di vedere qualche lembo di quella terra che avevo lasciato da poco e non mi rassegnavo a pensarla irraggiungibile… Che delusione quando mi dissero che quel mare non era lo stesso che avevo attraversato per giungere in Italia… era l’Adriatico e… non confinava con la Libia!... Dovevo rassegnarmi!…

Al ritorno dalla colonia mi aspettava la bella sorpresa del nostro trasferimento ad Ascoli Piceno. Finalmente una casa, una casa solo per noi! La ricordo luminosa, “calda”, accogliente… adesso cominciavo finalmente a scoprire l’Italia!

Le “scoperte” si sono andate sommando. Dopo solo un anno abbiamo lasciato anche Ascoli per andare a vivere a Milano… e la Libia? La Libia è rimasta dentro di me in uno scrigno gelosamente “custodito”… tante volte ho sognato di tornarci, almeno per una vacanza, rivedere quei luoghi… in silenzio,” a tu per tu”… riconoscere “qualcosa” che avevo abbandonato troppo in fretta… risentire profumi e gusti… risentire suoni: la voce del muezzin che richiamava alla preghiera, la musica lenta che come una nenia accompagnava lo scorrere del tempo e delle varie faccende quotidiane… sì, qualche volta anche “noiosa”, ma faceva parte de contesto… di quel contesto che per noi, nati lì, era normale!... Anche il verso del cammello, che di notte mi spaventava, era normale, anche la sabbia sollevata dal ghibli e che mi accecava era normale… quella “normalità” che, per chi non è nato e vissuto, per almeno un po’ di tempo lì, non può essere compresa, come dice Dante: ”…intender non può chi non lo prova...” Lui lo diceva per altro, ma credo si addica anche per questo “amore” verso le radici storiche della propria vita.

Questo amore, questa lucida “nostalgia”… nulla toglie alla grande passione e riconoscenza per tutto quello che la VITA mi ha regalato, indipendentemente da quello che, per un “misterioso disegno”, mi ha tolto.

Ada Claut








 

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