Una pagina per... Ada CLAUT - Le foto e i ricordi incancellabili della nostra memoria, della nostra vita in Libia. Il sudore dei nostri cari sparso tra le zolle di una terra sempre amata...

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Ada

CLAUT

COME ERAVAMO...
Le testimonianze, attraverso le foto, della nostra vita in Libia...
...tutto ciò che per noi ha un valore simbolico e perciò inestimabile!
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La prima pagina...

Francobolli

Il libro di Arabo

Un prezioso e caro ricordo

...del mio libro di Arabo

 

Alcuni francobolli della Libia

in uso nel periodo che c'eravamo noi

Questo era il mio libro

di testo di Arabo

La "mia" Madonnina

ad Ain-Zara

Sul cornicione della scuola

Scuola di Ain-Zara

Foto di famiglia ad Ain-Zara

Sullo sfondo c'è la  mia casa a Ain-Zara

Ain Zara:  una foto fatta sul cornicione della scuola tenuta dalle suore. Ci sono anche le mie due sorelle più grandi

 

 

Foto di gruppo davanti

alla scuola elementare

 

 

da sin.: Dino Genitrini e sua madre, mia sorella Iolanda con il figlio Aldo, mia madre con la mia sorellina Franca in braccio, mia sorella Anita non il nipotino Luciano in braccio davanti: io tra i miei fratelli Vittorio e Mario

La donna in primo piano è Carmelinda Moretto, sorella di mio cognato, con due bambini che non conosco

 

 

Foto ad Ain-Zara

A Leptis Magna

A Leptis Magna

Con la mia madrina

da sin.: Lucia Serafin, mia sorella Anita, ???, Onorina Serafin, ???, Marisa Serafin

accosciati: ???, mio fratello Vittorio

Mia sorella Anita in gita con le sorelle Serafin e mio fratello Mario seduto, davanti.

 

Mia sorella Anita in gita

con le sorelle Serafin 

 

 

 

In Italia, a Servigliano (AP), con la mia madrina, il giorno della mia Cresima...

 

 

UN SOFFIO DALLA MIA LIBIA…

 
Mi abbandono allora ai ricordi e improvvisamente mi ritrovo sotto la sua fresca ombra che dona ristoro a piccoli e grandi nelle ore più calde e infuocate del giorno. Nella giusta stagione, accoglie i raccolti di uva straordinariamente zuccherina che dopo poche ore già emana il suo tipico profumo di mosto; alla vendemmia si alterna la raccolta di svariati tipi di corpose mandorle e di gustosi e profumati agrumi. Quando il giorno cede il passo alla notte, la tamerice si trasforma in manto impermeabile alla rugiada e dona la sua protezione ai vari raccolti di stagione.
Chiudo gli occhi e nel “Libro della Memoria” cerco il GRANDE albero di Suani Ben Adem, la TAMERICE che troneggia davanti alle tre abitazioni, strette una all’altra, come difesa sicura agli abitanti. La guardo come si osserva un amico cercato e ritrovato improvvisamente… sì, C’E’ TUTTO!!! La rivedo lì, maestosa, unica, con grandi e lunghi rami. Il tronco rugoso, segnato dal tempo, lascia trapelare l’età non più giovane.
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Di sera gli adulti, sotto i suoi rami, si attardano a raccontarsi il loro “Quotidiano”, intriso di fatica, qualche preoccupazione e tanta serena solidarietà, mentre noi bambini ci rincorriamo giocando a “nascondino” o, con i vecchi cerchioni di biciclette e un bastone, ci trasformiamo in piloti di auto veloci…
CHI E’ PIU’ FELICE DI NOI !?!?!
Lisa, dove sei? Dai giochiamo ancora un po’… No, mamma mi chiama... è buio…ho paura! Non ti preoccupare, ti accompagno io. Già, ma chi accompagna te?...
Facciamo così: tu mi guardi e io corro! E con il cuore in gola, per la paura, corro a casa gridando: ”Mamma!... Mamma!…” mentre Lisa da lontano mi saluta e chiude la porta.
Il turbinio di ricordi si sta trasformando in nostalgia della vita sotto il grande albero che con i suoi lunghi ed estesi rami delinea lo spazio che spontaneamente si trasforma in piazza, la nostra piazza. La piazza degli incontri, degli scambi, dei giochi, del lavoro… della VITA!

Ada Claut

21 giugno 2014
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Si va avanti a giocare fino agli ultimi sprazzi di luce del giorno, poi stanchi ci “accoccoliamo” sulle ginocchia morbide della paziente mamma e ci abbandoniamo ad un riposo tranquillo che continuiamo, portati in braccio, nel nostro letto con lo scricchiolante materasso di  foglie di mais.
Il silenzio regna!!! Prima di abbandonare i ricordi do un ultimo sguardo alla grande chioma dell’albero e intravedo il fiasco, avvolto da pezzi di sacco bagnato , che mio papà appende ogni sera ad un ramo per avere l’acqua fresca…non c’è il frigorifero, non arriva la corrente; Il lume a petrolio ci accompagna in ogni stanza e la sua luce, proiettando le ombre sul muro, avvolge ogni cosa di mistero.
Insisto a guardare tra i rami, cerco i suoi occhi inquietanti ,dove li ho incrociati la prima volta, ma non li vedo…si sarà mimetizzato con la notte, il CAMALEONTE!
Tutto tace, ma i ricordi insistono, vogliono riprendere vita e cercano, cercano i volti e le voci…

I nostri ricordi intrisi di profonda nostalgia, così come vengono alla penna... spontaneamente!

 

LA MIA MEMORIA “A BRIGLIE SCIOLTE”

I LUOGHI

 

Oggi, forse sono più fragile di altri giorni o forse più forte e più “viva” che mai, sento che devo lasciare libere “le briglie” della memoria: sapori, suoni, profumi, immagini si susseguono in un turbinìo che lascia poco spazio alla ragione. E’ il cuore che manda messaggi intrisi di forti emozioni… eccoli i ricordi di quella terra LASCIATA ma MAI ABBANDONATA: la Libia!

SUK el  GIUMA di te non ho ricordi d’immagini, per te e per SIDI MESRI ho gratitudine per avermi dato la ”benvenuta” su questa terra.

Di te MIANI, ricordo il lungo viale di alberi di eucalipto che portava fino a Tripoli e che ogni giorno percorrevo, accompagnata dal mio papà in calesse, per raggiungere l’asilo gestito dalle suore, dove ho iniziato a scoprire “il mondo dei perché” dei bambini. ­

­Lì, infatti, ho iniziato a sviluppare la fantasia e la creatività. Di quel periodo conservo ancora un porta ritratto, a forma di stella con l’immagine di una Madonna. Ricordo il carrubo nel cortile della scuola con i suoi dolci frutti e dove, per una marachella, sono stata legata a un suo ramo… Care suore, non ricordo perché ho meritato quel castigo ma ricordo che non sono rimasta ad aspettare di essere slegata da voi. Mi sono ripresa la libertà slegandomi da sola e, a vostra insaputa, con piena incoscienza mi sono inoltrata, sfidando i pericoli, nel lungo viale fino a raggiungere l’azienda Nicolini dove si trovava la mia casa e dove la mia mamma sorpresa e incredula si chiedeva cosa potesse essere successo.

­MIANI, “terra” fertile. Mi rivedo tra gli alberi rigogliosi e generosi di squisita frutta. Le mani esperte di mio papà avevano ottenuto, con particolari innesti e con anni di anticipo rispetto al tempo in cui sono diventati frutti comuni, i primi mandaranci, limoni “dolci,” nespole eccezionali… lì ho imparato a raccogliere e a mangiare i fichi d’india senza riempirmi di spine: all’apice di una canna di bambù veniva posto e fissato un barattolo   che doveva incastrare

gallery/mio padre nel frutteto a mianig

Il mio papà Vincenzo

 

 

nel nostro frutteto a Miani...

Poco dopo, due suore, preoccupate e dispiaciute per l’accaduto, vedendomi tirarono un respiro di sollievo e con uno sguardo di rimprovero e un forzato sorriso mi dissero: ”Non farlo più!”. Nascosta dietro la mia mamma, dentro di me, rispondevo: ”Però… anche voi!”

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Io a 5 anni mentre colgo un frutto

 

 

nel nostro frutteto a Miani...

il frutto e con un colpo secco staccarlo

gallery/miani un gruppo di ragazzeg

MIANI - Un gruppo di ragazze

 

 

tra le quali le mie due sorelle...

dalla brattea, poi  nell’acqua veniva spazzolato per perdere le spine e infine con  coltello  e  forchetta sbucciato  e  gustato. La frutta coltivata a Miani è rimasta nella mia memoria olfattiva e gustativa per la particolarità dei sapori… mai più riprovati!

Una strada sterrata, coperta di mallo di mandorle, era il tratto che portava da quella principale, Tripoli - Garian, a casa mia nell’Azienda Paloschi, a qualche chilometro dal centro di Suani.

Una grande Azienda agricola con agrumi di ogni tipo, coltivazione di mandorle, gelsi, ortaggi vari e abbondanti raccolti di grano, orzo, uva, questo era l’ambiente attorno alle tre abitazioni unite e occupate dalla nostra famiglia, da quella di Peppino Luciani e da un anziano che abitava da solo perché le sue figlie lavoravano e abitavano a Tripoli.

Noi bambini avevamo tanto tempo per sognare, fantasticare… GIOCARE. I nostri giocattoli erano gli alberi, la sabbia, i sassi, gli animali, gli oggetti e gli indumenti smessi dagli adulti e … perfino le nuvole! Quanta creatività e quanta sana e serena allegria ispirava i nostri giochi: ritengo che i due anni trascorsi a Suani abbiano messo le basi per formare il mio carattere e l’ottimismo sostanziale che ha sempre accompagnato la mia vita. Mi rivedo ruzzolare sulla duna dalla sabbia bollente e sento ancora il solletico che mi procurava i suoi granelli, scorrendo tra le dita dei piedi che erano sistematicamente scalzi e nudi.

SUANI BEN ADEM

 

Come dimenticare il silenzio di certi momenti trascorsi a sognare ad occhi aperti con il naso che sembrava toccasse il cielo, dove le nuvole si animavano e diventavano draghi, angeli, monti… tutti i personaggi che la fantasia del momento suggeriva: altro che cartoni animati o giochi elettronici inventati da adulti! Lì eravamo noi a interagire con le cose e gli animali e, con la fantasia, a creare con poco il nostro divertimento. L’ESSENZIALITA’ come valore di vita, l’ho imparato durante l’infanzia trascorsa in Libia.

gallery/la mia famiglia con la famiglia lucianig

Gli adulti con le loro occupazioni ci aiutavano a vivere le giornate in modo attivo: eravamo spettatori attenti e interessati quando vedevamo preparare la legna che sarebbe diventata carbone o quando avveniva la trebbiatura o la raccolta delle mandorle che richiedeva la sbucciatura del mallo. In quell’attività i bambini erano invitati ad aiutare gli adulti che poi li avrebbero ricompensati con qualche soldino. Con le prime poche monete che anch’io ho guadagnato, ho  potuto  comprare  la mia prima collanina  di vetro, color  amaranto, da un venditore  ambulante,  passato

per caso davanti alla nostra casa. Quella collana mi ha fatto sentire grande (avevo forse poco più di sei anni) non solo perché la indossavo, ma perché in quel momento ho capito l’importanza del lavoro: guadagnando potevo esaudire i miei desideri. Più tardi ho capito anche che è importante per realizzare la propria dignità. 

 Per noi bambini giocare era anche imitare gli adulti nelle loro varie attività quotidiane. La  frase  che  ripetevamo  più  spesso era: ”Facciamo finta di … “ e ci improvvisavamo a

gallery/al centro mio papà, a sx peppino luciani e a dx alì, un aiutante di mio padreg
gallery/mio papà con grigio, il suo cavallo preferito e zorro, il nostro caneg

 fare di tutto, dal fingere di fare il pane con acqua e sabbia, al passare la spazzola al cavallo… che non sempre la  gradiva  e  una volta  me  l’ha fatto capire con un bel calcio sull’addome che mi ha lasciato tramortita per un po’… sì, spesso ci si metteva nel pericolo. Una volta sono stata inseguita da un toro al quale avevo tirato un po’ troppo la coda, pensando di farlo spostare da dove si trovava. Un’altra volta, un tacchino da me stuzzicato e preso in giro, si è vendicato  beccandomi un piede, dove mi ha lasciato il segno e l’insegnamento che anche gli animali possiedono una loro dignità e devono essere rispettati.

Altro gioco passatempo erano le gare ad arrampicarsi sugli alberi per improvvisate merende a base di more di gelsi,di mandorle e  di  altri   frutti,  diversi   per  ogni

Al centro, mio padre Vincenzo, a sx Peppino Luciani

­

Le mie due sorelle maggiori e

 

 

a sinistra, Wanda Luciani.

Mio papà con Grigio, il suo cavallo preferito

 

 

e Zorro, il nostro cane.

 

e a dx Alì, un aiutante di mio padre.

stagione, compresi i datteri che appena colti hanno un sapore completamente diverso: da quando siamo in Italia, non li ho più mangiati e devo accontentarmi di quelli seccati e conservati.

A Suani ho frequentato la classe prima e parte della seconda elementare.  Ripenso  al  primo  quaderno con la copertina nera e il

bordo rosso riempito di aste ///////////, puntini::::::::……, curve((((((((( e greche \\\\----____|||| (adesso si chiamano esercizi di Prè-scrittura). La prima parola letta e scritta da me è stata RAMARRO: ricordo ancora l’immagine di quel rettile, a me sconosciuto fino a quell’istante, di un bel verde smeraldo che occupava la prima pagina del mio primo libro di lettura. Naturalmente anche a quei tempi il momento più bello della giornata scolastica era la ricreazione fatta all’aperto, in cui consumavamo gioiosi la nostra merenda: per me, di solito pane e frittata e un’arancia o un mandarino. Dopo merenda avevamo ancora un po’ di tempo per qualche gioco libero, poi si ricominciavano le lezioni con il dispiacere di aver lasciato, secondo noi troppo presto, la nostra attività preferita. Il tragitto casa/scuola, avveniva con il calesse trainato da Grigio, un cavallo di razza araba docile solo con mio papà; o con il carro dell’Azienda trainato da Stella una bellissima cavalla con una stella bianca in fronte. Con il carro che ci accompagnava a scuola, saltuariamente, si facevano le scorte di acqua potabile (in grossi bidoni), o di alimenti (zucchero, farina, tonno…). Lungo il cammino ero solita osservare e “fare scorta” d’immagini, suoni, profumi…, mentre percorrevamo la strada asfaltata che sprigionava calore e odore di catrame. Il  fruscio  delle  foglie  di

gallery/a sx mia sorella con “nenella” lucianigcornice

A sx. Mia sorella con "Nenella" Luciani

 

eucalipto, mosse dal ghibli, accompagnava il dondolio del carro fino alla scorciatoia sterrata, dove il dondolio si trasformava in sballottamento, ma ci permetteva, attraversando il mandorleto (spettacolare quando era in fiore), di accorciare i tempi per arrivare a casa e, con l’urgenza di andare a giocare, “divorare”  in fretta tutto ciò che la nostra mamma aveva pazientemente e

 con cura preparato per il pranzo. Qualche volta mi piaceva andare a mangiare da Lisa Luciani (mia compagna di giochi e vicina di casa) gli spaghetti alla chitarra, fatti dalla sua mamma secondo una tradizione abruzzese e che condiva con un sugo leggermente piccante molto particolare, che lasciando Suani non ho più assaporato perché non era nelle abitudini gastronomiche della mia famiglia.

Tra i ricordi spicca anche l’immagine di Zorro, il nostro cane buono e paziente. Con lui potevamo sentirci tranquilli, ci seguiva e ci difendeva da pericoli di ogni genere, anche dagli scorpioni, neri o bianchi, presenti un po’ dappertutto con il loro morso letale.

Penso che, a questo punto, debba mettere un freno alla memoria perché sono troppi i ricordi che si affacciano. Penso a Her e Bàscera una coppia di sudanesi, marito e moglie, fedeli aiutanti di mio papà. Il dottor Paloschi, proprietario dell’Azienda, il quale aveva grande stima di mio padre per come svolgeva il lavoro e al quale mostrava grande fiducia quando si assentava per i lunghi periodi che trascorreva in Italia; infine la moglie Regina, alla quale portavo spesso mazzi di fiori, in particolare le Zinnie perché a lei piacevano molto ed io ero felice perché era bello sentirmi dire: “Che meraviglia, grazie Ada!”

gallery/le mie sorelle e wanda lucianicornice

A questo punto, tutto il “RESTO” dei miei ricordi di Suani ritorna nello scrigno della memoria e da lì usciranno solo quando avrà un senso ricordare e cioè non per nostalgia, ma per farne dono a chi saprà apprezzarne il valore al di là del tempo. 

Ada CLAUT

15 luglio 2014

La mia famiglia e la famiglia dei nostri vicini, Luciani...

da sin.: Lisa (mia compagna di giochi), Peppino Luciani, Rocco Luciani, Vanda Luciani, mio fratello

Vittorio, alle sue spalle mia sorella Anita, Nenella Luciani, mia mamma con la mia sorellina Franca in 

braccio, davanti io (Ada) e mio fratello Mario, dietro mio papà e, ultima a destra, mia sorella Iolanda.

Ain Zara - Mia sorella e i suoceri Moretto

Sotto alla tamerice...

Papà con i suoi operai arabi a Suani

da sin.: Agnese Moretto suocera di mia sorella, mia sorella Iolanda in abito chiaro. Davanti a lei il suocero Luigi Moretto, gli altri sono amici (credo fam. Baldoni)

Mamma e papà sotto alla tamerice

davanti a casa nostra a Suani

 

Papà Vincenzo e un gruppo di operai arabi, Rocco Luciani e mio fratello Vittorio con la cartucciera a tracolla...

 

I  RACCONTI  DI  AIN-ZARA

1° racconto

Ain Zara

destra, mentre a sinistra (se ricordo bene) verso Castel Benito… Tarhuna; la stessa strada ne incrociava un’altra che conduceva a el Mellaha.

L’ho lasciata il 15 di aprile del 1955, come se fossi dovuta tornare poche ore dopo… sono passati quasi 60 anni!!!

Ain-Zara!.., perché mi hai lasciato partire?... o, forse quel taglio che mi sono procurata con una lametta, imprudentemente lasciata in tasca, dopo aver affilato una matita, voleva essere un “segno”,  un pretesto per fermarci a medicare la mia ferita e così perdere la nave che aspettava al porto di Tripoli? Non so!... so però che mentre quella ferita è guarita quasi subito, l’altra quella dentro è INCURABILE. Lì, davanti alla porta di casa mia sono rimaste alcune gocce di sangue che non abbiamo fatto in tempo a pulire perché una voce mi ha richiamato alla realtà di quel momento: ”Sbrigati, sali in macchina, la nave non aspetta!”… Mentre  con   un   fazzoletto  stringevo  l’indice  della Mentre  con   un   fazzoletto  stringevo  l’indice  della mano destra, con il naso attaccato al finestrino posteriore, rimasi a guardare i miei compagni che felici giocavano fuori dalla scuola, ignari  del  mio “addio  per  sempre” e

Mi capitava spesso, nel sogno, di essere certa di toccare persone e oggetti lasciati in Libia. Quale delusione quando, al risveglio, mi rendevo conto di aver toccato il mio letto: tutto e tutti… “spariti”!!?!

Ecco perché, mi è caro il ricordo di quel luogo e ogni tanto chiudo gli occhi per vedere se c’è ancora tutto. Non voglio dimenticare nulla, neanche il sibilo del ghibli che nei giorni in cui soffiava con maggior forza, penetrava attraverso le fessure di porte e finestre e ricopriva il pavimento di sabbia finissima…in quei momenti era meglio tenere anche la bocca chiusa per non ritrovarsela piena di sabbia !

Cerco tra i ricordi la chiesetta, poco lontana da casa mia.

Grazie alla cara amica Aurora, la rivedo oggi in un’immagine e mi prende una grande emozione nel riappropriarmi di quell’ icona, dopo tanti anni, troppi … 60 !!! Vorrei quasi abbracciarla come si abbraccia un proprio caro che mostra i “segni” di una malattia. Così lei, colpita non per propria colpa, ma dalla sorte avversa e dal tempo, è stata condannata a una morte che fa male al cuore vedere. Vorrei consolarla perché l’abbandono e la forzata solitudine l’hanno resa malconcia, lasciando però sempre visibili i segni di una storia d’amore con i suoi figli.

Ringrazio Aurora per aver ascoltato l’ispirazione di fotografarla e così immortalare ciò che rimane (speriamo sia così ancora) della nostra chiesetta. E’ molto doloroso pensare che sia stata demolita, seppellita con tutti i vissuti di fede di chi l’ha frequentata… Se quelle mura potessero parlare, ci racconterebbero cosa passava in certi momenti nel cuore dei nostri genitori quando, nel sacro silenzio di quel luogo e della propria anima, parlavano della loro vita al loro Dio,… in quella casa voluta e creata perché LUI potesse accoglierli, ascoltarli e benedirli. Mi si stringe il cuore al pensiero che potrebbe non esserci più… nel caso, spero che dalle sue macerie si sprigioni un canto d’Amore che fecondi quella terra. Vorrei che chiunque si trovasse a passare di lì sentisse nel proprio cuore una forte vibrazione, quella che un luogo sacro può dare quando la distanza tra cielo e terra è accorciata per la fede di coloro che lì, hanno incontrato il Dio di ogni consolazione.     

gallery/chiesa ain zarag-corretta

Ain-Zara, nei miei ricordi non invecchia mai…! E’ rimasta come l’ho lasciata: una piccola piazza che uscendo dalla porta di casa, salutavo con un solo sguardo; due botteghe arabe, due edifici scolastici, al centro il resto di una sorta di fontana dismessa; una strada  davanti all’uscita  di casa in direzione  Tripoli a

che, da quel momento, i loro volti, la loro voce e il “nostro mondo” li avrei ritrovati solo nei ricordi. In Italia ho sofferto molto per quel distacco: mi mancavano tanto il clima, le abitudini, i volti dei miei compagni, delle mie amiche Doris, Aurora, Elia...

La chiesetta di Ain-Zara, com’è adesso

Ada Claut

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2° racconto

LA "MIA" VITA ad Ain Zara

DORIS!

Pronuncio ancora questo nome, lentamente e con affetto, mentre dentro di me affiorano piacevoli ricordi di un’infanzia che voleva essere felice e spensierata e poteva esserlo se non si fosse messo di mezzo un altro… “destino”!

Doris, prima breve esperienza di una bell’amicizia!

Doris, amica regalata dalla vita e quasi subito da lei separata: saltare, correre, ridere di niente… era il nostro “impegno” quotidiano: noi ce lo potevamo permettere, era un nostro diritto/dovere… avevamo solo otto e nove anni!

Ci accontentavamo di cinque sassolini 

30 luglio 2014
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per gareggiare a chi aveva più prontezza di riflessi nel destreggiarci a tenerli in equilibrio sulle mani o per il  gioco  “della  campana”,

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di  un  legnetto per  tracciare  in terra le caselle e  un  ciottolo  piatto da lanciare  in ogni casella e, come  gazzelle saltare

su un piede senza perdere l’equilibrio e raggiungere così la vittoria. Non ci accorgevamo dello scorrere del tempo, sembrava quasi che anche lui si attardasse… divertito del nostro godimento.

Insieme… sempre insieme! E tutto era più facile e leggero.

Naturalezza e semplicità erano le nostre compagne preferite, ci facevano vivere tutto con entusiasmo. Ci sentivamo “baciate” dalla vita! Era bello svegliarsi al mattino con la voglia di “vivere” il nuovo giorno.

Ogni sabato andavamo di casa in casa, su richiesta delle suore, per chiedere i fiori per l’altare. Poi con l’aiuto di suor Reginelda e suor Stefanina, in un locale inondato dal profumo delle tuberose, attiguo a destra della chiesa, preparavamo i vasi che poi erano collocati al posto giusto. Il giorno dopo alla messa domenicale, potevamo ammirarli compiacendoci perché anche noi avevamo collaborato per rendere più gioioso quel momento di preghiera comunitaria.  

Insieme a Doris e ad altri bambini ho preparato anche il mio primo presepe nella stessa chiesa e lo ricordo ancora quel bel momento di “traffico” veloce nello scartare e passare le statuine che man mano animavano il paesaggio. Sì era bello… ed è bello ancora il suo ricordo: carte dappertutto, impregnate di quel tipico odore di chiuso di tutto un anno, in attesa di quello successivo… che per me non ci fu più!

Ancora adesso non passa anno in cui nell’allestire il presepe, io non pensi al mio primo… quello di Ain-Zara!

Potrei raccontare tanti altri momenti, episodi, fatti della mia infanzia vissuti nella quotidianità, in compagnia della mia amica Doris! Credo però che non sono tanto le vicende vissute che dentro di me “rimuginano” quanto piuttosto il “vuoto” che è rimasto di una presenza che per me stava diventando importante: l’amica del cuore! Con lei volevo crescere, confidarle i primi segreti, i primi sogni… affrontare le prime delusioni e i primi dolori. Non è stato così: la nostra amicizia è stata troncata non per nostra scelta, ma per qualcosa che noi, ancora piccole, non capivamo e non potevamo cambiare… gli EVENTI della VITA!

Ada CLAUT

3 agosto 2014

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Visita anche...

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C’è una casa bianca ad Ain Zara, è la mia!… molto simile a tante altre dei dintorni, ma quella è la mia: il luogo, la “dimora” della mia famiglia, dove mi sentivo sicura, protetta e curata. 

La facciata dà sulla piazza. Due finestre e al centro la porta che permette di poter accedere all’interno della spaziosa cucina che ci accoglie mostrando la sobrietà del suo arredamento mentre il profumo del pane appena sfornato o delle pietanze preparate sempre con cura e arricchite da tipici “aromi di casa”, stuzzicano l’appetito. Quanti bei momenti in questa parte della casa. Vedo ancora la mia mamma che prepara la pasta per il pane ed io che non mi accontento di guardarla, imploro un pezzo d’impasto per dimostrarle le mie capacità di… grande “pasticciona”! Lei dopo un po’, divertita mi dice: “Guarda come ti sei conciata !” Corro allo specchio, mi guardo e scopro di essermi infarinata non solo le mani, ma anche la faccia e i capelli, però molto soddisfatta presento la mia bambolina di pasta di pane e aspetto la cottura per apprezzarne anche il sapore.

Ogni mattina, prima di colazione, corro veloce verso tre scodelle di diversa misura, per accaparrarmi la più grande per poi barattarla con i miei due fratelli più grandi in cambio di difesa e protezione in caso di litigio tra noi.

Qui, in questa parte della casa, ho ascoltato i primi discorsi “seri” di mio papà quando ci parlava dell’Italia come di un paese molto bello e di cui cominciava a sentire nostalgia perché per noi lì non c’era futuro…e lui sentiva di doverci tutelare, valutando il possibile rientro in Italia. Lo diceva con grande dolore, sapendo, forse, ciò che ci aspettava. Non ha potuto risparmiarci lo “strappo” delle nostre giovani radici dalla terra che ci aveva dato il primo nutrimento… erano troppo delicate per non subire il trauma del trapianto. 

I  RACCONTI  DI  AIN-ZARA

3° racconto

Una casa bianca: la MIA

I  RACCONTI  DI  AIN-ZARA

Una canzone di Don Backy dice:

 “C’è una casa bianca che,

che mai più io scorderò;

mi rimane dentro il cuore

con la mia gioventù

Era tanto tempo fa

ero bimba e di dolore

io piangevo nel mio cuore:

non volevo…”

12 agosto 2014

Una canzone di Don Backy dice:

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Non era facile pensare di lasciare questa casa che ci aveva regalato tanti momenti di sana e semplice vita di famiglia. Ricordo le serate di gara di Dama tra mio papà e mia sorella Anita: spesso lei vinceva, ma non poteva esprimere soddisfazione per non ferire troppo l’orgoglio di mio padre che con uno scatto allontanava la scacchiera e con un laconico mugugno incolpava la stanchezza per la faticosa giornata.

Nella spaziosa cucina c’era posto anche per gli amici. Le ore scorrevano veloci in loro compagnia per una partita a carte, per raccontarsi qualche divertente aneddoto, per qualche consiglio o la confidenza di qualche dolore… ed  io,   come   tutti   i   bambini,   che

Questa è l'UNICA foto che ho, dove compare, acnhe se molto sbiadita,

la MIA CASA di Ain-Zara!

vogliono attirare l’attenzione, una volta mi sono permessa di sollecitare la conclusione della serata dicendo che era tardi e con una frase infelice ho aggiunto:”…Ma voi non ce l’avete una casa?” Ricordo l’imbarazzo di tutti per il silenzio che si era creato e lo sguardo di mio papà verso di me con un solo messaggio: ”Chiedi scusa e vai a letto!”.

Sì, quella stanza è lastricata di nostri vissuti. Come vorrei tornarci! Rimanere in silenzio e risentire le nostre voci di quel tempo. Voci fresche, “argentine”, prive ancora della fatica del tempo e della vita. Riprovare come allora la pace che veniva da poche, semplici cose: una casa, una famiglia e l’armonia che ci univa.

La ricordo tutta e molto bene la mia casa bianca: quattro locali e un cortiletto interno che rendeva più sicura e più protetta tutta la famiglia. Da una porta del cortiletto si poteva uscire sul retro casa, nella zona degli animali domestici, del forno per il pane, dei servizi igienici, del locale per gli attrezzi da lavoro, del pollaio e, vicino all’orto, una grande vasca di cemento con la preziosa acqua per irrigarlo. Qui, tutti i giorni, andavo a lucidare le pentole con un po’ di cenere e sabbia. Io, che approfittavo di ogni occasione per giocare, usavo il fondo della pentola sporco di nero, per disegnare, come fosse una lavagna: alberi, case, fiori… fino a quando la voce della mia mamma che mi chiamava, mi distoglieva dal gioco. In fretta risciacquavo la pentola e correvo a presentare il mio capolavoro per sentirmi dire: ” Brava!” oppure, ” Non va bene, lavala meglio!”

Della casa ricordo e apprezzo ancora anche la sua posizione privilegiata rispetto all’abitato: a destra (guardando dall’esterno) dell’abitazione, un esteso agrumeto che, nel momento della fioritura inebriava con il delicato ma intenso, straordinario e indimenticabile profumo di zagare.

A sinistra alcuni alberi di eucalipto e un campo di bocce dismesso, testimone di un’antica passione della gente del posto, attivo quando la mia casa era un bar ed era abitata da un’altra famiglia.

Ho solo un’immagine fotografica della mia casa, molto sbiadita e poco chiara. L’immagine che mi porto dentro è molto più viva e mi fa “vibrare” il cuore ancora oggi, perché gli eventi che vivo evocano sensazioni ed emozioni già provate  allora.

Casetta bianca, ma è proprio vero che tu ci sei ancora? Unica superstite sfuggita alla furia della pazzia umana che ha creduto di cancellare il nostro passato sbriciolando e sotterrando ogni “segno” della comune storia che ci legava a quella terra…

Cara vecchia casetta bianca, resisti !!! … chissà, forse un giorno verrò a cercarti e, anche se ti avranno trasformato, saprò riconoscerti, non temere … sarà il cuore a dirmi se sei tu!

Ada Claut

4° racconto

 

I  RACCONTI  DI  AIN-ZARA

gallery/la scuola di ainzara

“Racconti molto lineari, schietti e intrisi da una grande vena poetica. Quello che colpisce di più è la ricerca continua di dissimulare i sentimenti, con una semplificazione del linguaggio che nasconde in chiaroscuro una grande profondità aulica e il bisogno represso di gridare la pena e la sofferenza patita nel lasciare la sua terra, la sua infanzia e i suoi amici...

I racconti si snodano in modo armonioso e per nulla retorico o melenso, e si giunge alla fine tutto d'un fiato, lasciando in chi legge un senso di immedesimazione, solidarietà e appagamento...”

 

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(nota del Webmaster)

(Tempo fa ho appreso, dalla carissima Aurora Mammone, che l’unica casa italiana rimasta in piedi ad Ain-Zara, in seguito allo “stravolgimento” avvenuto dopo la  nostra partenza dalla Libia, era la mia… soltanto la mia! Acquistata da un  arabo che l’ha trasformata in un piccolo negozio di generi alimentari.)

 

La gioia nell’apprendere questa notizia, si trasforma presto in tristezza. Non posso crederci… Mi rivedo sulla porta di casa mia ad Ain-Zara e con il solito “colpo d’occhio” cerco nella piazza ciò che avevo lasciato prima di partire per l’Italia. Guardo, ma i due edifici scolastici …NON CI SONO PIU’!!!  …Sono stati… DEMOLITI !?!... Non è possibile, la mia scuola ridotta in polvere???... Mi avvicino al punto dove si trovava l’edificio e…  lentamente affiorano i ricordi. Seconda elementare 1952… ad anno scolastico già iniziato, proveniente da Suani ben Adem, mi ritrovo, quasi per caso, nella pluriclasse del maestro Antonio Mammone, dove l’esperienza scolastica si rivela subito “speciale”, infatti nella stessa aula ci sono alunni di classi diverse. In un primo momento rimango un po’ disorientata perché eravamo di età diverse; con me c’era anche uno dei miei fratelli che aveva  due anni più di me e… non era ripetente!… Nel giro di poco tempo però ogni cosa diventa normale perché il maestro sapeva come occuparci tutti, diversificando le attività e  facendoci svolgere lavori a gruppi. Mi piace ricordare il divertimento provato nel costruire con la sabbia, il plastico dell’Italia: la posizione delle Alpi e degli Appennini sono rimaste impresse subito e per sempre nella mia memoria… e che divertimento quando abbiamo allestito, nel grande spazio all’aperto, un’aiuola a forma di fiore dove ognuno di noi, aveva una piantina da curare e far crescere… Chissà chi si è preso cura della mia quando sono partita per l’Italia!… Sì, la scuola del maestro Mammone, era una scuola stile Dewey, dove l’esperienza vale più della teoria e dove s’imparava “facendo”.

Ricordo una particolare lezione di storia che ha coinvolto tutta la classe. Un giorno, il maestro ci ha portato in un luogo, non molto lontano da Ain-Zara, con la presenza anche di Padre Gerardo, dove abbiamo ritrovato una tomba che risaliva all’epoca romana. Dai simboli sulla tomba, con l’aiuto del frate, abbiamo scoperto che si trattava di un soldato romano e cristiano di diciannove anni. Lo stupore e la meraviglia più grande l’abbiamo provata quando abbiamo scoperto che le ossa a contatto con l’aria si polverizzavano. A quel punto Padre Gerardo ci ha aiutato a trasformare quel momento di studio in preghiera. Ci siamo raccolti in silenzio e con molto rispetto, dopo aver lasciato ogni cosa a posto, ci siamo allontanati.

La scuola di Ain-Zara era speciale anche perché si respirava un’aria di normalità. Non sapevamo cosa fosse la paura, succedevano solo cose che colpivano la nostra curiosità. Verso le undici di ogni mattina il maestro accendeva la radio (una rarità, a quel tempo e in quei luoghi) sintonizzandosi con l’Italia per l’ascolto del programma: “Radio per le scuole”. La trasmissione era preceduta da una musica piacevole che aiutava a prestare subito attenzione per ascoltare e imparare anche attraverso un mezzo così insolito a scuola.

Anche noi dovevamo imparare una lingua diversa dall’italiano: l’arabo! Come succede in tutte le migliori scuole del mondo, anche noi avevamo una cordiale antipatia per un insegnante, proprio per quello di arabo, non per la lingua, ma per il “vizietto” di bacchettarci le mani tutte le volte che commettevamo un errore…mi ricordo ancora la sua faccia sempre seria, molto simile a un frutto o un ortaggio raggrinzito, con l’espressione di chi ha appena ingoiato del succo di limone. E così il mio arabo si è fermato a pochissime nozioni…però ho conservato il libro. Non mi ricorda la faccia del maestro, ma la simpatia e la curiosità per quella lingua fatta di tanti “segni”, più simili a ricami che a lettere di un alfabeto e con la particolarità che per scriverle bisogna procedere da destra verso sinistra.

I ricordi sono come le ciliegie, una tira l’altra, e così al ricordo spiacevole dell’insegnante antipatico si aggiunge quello del momento in cui eravamo invitati a metterci tutti in fila, con un cucchiaio portato da casa, per prendere il disgustoso olio di fegato di merluzzo, che oltre a puzzare tremendamente lasciava in bocca un sapore così forte che cercavamo di togliere mangiando qualche spicchio di arancia, con la velocità di un fulmine. Qualcuno però, specie tra i maschi, riusciva a farla franca nascondendosi dietro agli oleandri per sputare il nauseante olio. Purtroppo anche tra noi non mancavano gli ”spioni” e così di fronte alla minaccia di una doppia dose, tutti obbedivamo alla sentenza: “E’ per la vostra salute…volete crescere sani o rachitici?”.  Rassegnati, ingurgitavamo l’olio, avvolgevamo il cucchiaio nel tovagliolo e lo infilavamo nella cartella, di cartone pressato, che naturalmente s’impregnava di quell’odore, difficile da togliere anche dalla memoria.

C’erano anche dei momenti di svago con il maestro Mammone. Ricordo un episodio  particolare. Era il primo giorno di aprile e l’usanza del “pesce d’aprile” era conosciuta anche lì, così quel mattino mi si avvicina il maestro e mentre finge di guardare il mio compito, mi attacca sulla schiena il disegno di un pesce fatto da sua figlia Doris che dietro di me, si spanciava dalle risate. Dopo la sghignazzata di tutta la classe, che si era scatenata nella gara a chi ne attaccava di più sulla schiena dei compagni, mi sono presa la mia rivincita e anche il pesce, che ho tenuto come ricordo di quel momento di allegria, anche perché era stato disegnato da Doris, mia amica. Con lei passavo parecchio tempo, di pomeriggio, a giocare all’aria aperta o nel lungo corridoio che separava l’aula dalla sua casa, infatti, l’abitazione del maestro faceva parte dell’edificio scolastico.

Anche la scuola, con l’entrata principale, si affacciava sulla piazza (come la mia casa) e dall’interno, attraverso il lungo corridoio, si usciva sul retro, dove c’era un ampio spazio per giocare; un grande albero (del quale non ricordo il nome) con fiori di un bel viola intenso, ci proteggeva con la sua ombra dai raggi del sole, che a volte erano ustionanti.

Prima di abbandonare i ricordi della scuola di Ain-Zara, mi siedo sotto l’albero e ascolto il mio cuore che a fatica trattiene la commozione ripensando alle emozioni  dei giorni trascorsi lì tra quei banchi rigidi e neri, a due posti, con il calamaio nel quale intingevo il pennino che si spuntava quasi subito perché lo premevo troppo sul foglio del quaderno. Qui si posava immancabilmente l’odiosa macchia che cercavo di asciugare subito con la carta assorbente, ma mi lasciava il dito medio con i segni visibili delle mie lotte con pennino, calamaio e carta assorbente! Mi dava fastidio la macchia d’inchiostro sul dito perché mi sentivo una “pasticciona!”. Dell’inchiostro ricordo anche l’odore che mi ha accompagnato fino a quando è arrivata la penna biro, con mio grande sollievo!

Guardo ancora la mia scuola e un brivido alla schiena, accompagna l’immagine del suo crollo. Sotto quelle macerie ci sono tutti i ricordi che ho raccontato e la vita che li ha animati. Mentre il polverone si dirada, vedo i volti dei miei compagni, il maestro Mammone con la sua famiglia, il bidello Moretto, …più lontano anche il maestro d’arabo! Gli occhi di tutti sono umidi di lacrime trattenute, per quella forza che ci viene nel sentirci accumunati dallo stesso smarrimento, dallo stesso dolore e dalla stessa domanda: PERCHE’???    

 

                                                                                                                                ADA CLAUT 

13 settembre 2014